The Yiddish Policemen's Union

Michael Chabon, 2007

C'è un mondo intero di autori contemporanei di cui non ho mai notato l'esistenza, che abbiano vinto premi Pulitzer oppure no. Michael Chabon è uno di questi. Ma se io guardo di rado oltre all'orizzonte della fantascienza, tengo comunque l'orecchio teso per suggerimenti inaspettati. Così quando Alex menziona The Yiddish Policemen's Union, e l'insolita realtà alternativa che descrive, passo in libreria e ne raccolgo una copia senza indugio.

Il romanzo si aggira per la costa dell'Alaska, dove una parte degli ebrei fuggiti dall'Europa ha trovato rifugio alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in una striscia di terra circondata da mare, foreste, e riserve Indiane, data in concessione dagli Stati Uniti. Ma la concessione sta per scadere, ed il destino della colonia è incerto. La storia dell'insediamento sul bilico della dissoluzione si intreccia con quella di un detective decisamente giù di morale, l'investigazione di un omicidio, ed una partita a scacchi.

Un giallo quindi? Si, con un pizzico di Le Carré, verso la fine. Ma come per The City and The City la trama è quasi secondaria, mentre il mondo ed il linguaggio sono protagonisti. L'Yiddish, quasi sparito dopo l'Olocausto e le scelte del movimento Sionista, ritrova vita e si adatta al clima sub-polare, ed al mondo del crimine organizzato.

Chiude il volume un breve saggio che Chabon scrisse anni prima del libro. Secondo me va letto prima, invece, come antipasto. Non da via la trama (che al tempo non era stata ancora concepita) ma da contesto al mondo, aggiunge profondità. E se vi fa venire voglia di leggere il libro, non è un caso.