Moby-Dick

Herman Melville, 1851

Moby-Dick si nasconde in ogni casa, inevitabile. Ce n'era una copia anche qua, che ho ignorato per anni. Ma fuori continuavano gli ultimi strascichi di lockdown, le librerie erano chiuse, ed in caso di necessità si legge quello che c'è.

Così l'ho aperto, ed ho cominciato. “Call me Ishmael”, ovviamente. Ho incontrato più di un Ishmael in passato, a volte in un pub o ad un qualche evento organizzato dall'università. Arriva sorridente, un po' alticcio, e si attacca. Entusiasta a proposito di argomento-x, riversa senza fine nozioni, opinioni, aneddoti poco interessanti. L'argomento man mano si espande, ma Ishmael continua, mentre la bavetta si addensa agli angoli della bocca, a raccontarti cose. Sganciarsi è difficile, e se cerchi aiuto guardandoti attorno, nessuno incrocia il tuo sguardo.

L'Ishmael di Herman Melville è fissato con le balene, con tutto quello che può anche lontanamente avere a che fare con i cetacei, e con la gloriosa professione dell'ammazzarle per guadagno. Di certo indossa una maglietta con scritto Ask me about whales. Vi hanno detto che Moby-Dick è la storia del capitano Achab? Solo in parte, forse un quinto del libro. Il resto è Ishmael che vi racconta, con esuberanza ed entusiasmo, quanto siano meravigliose le balene. E le baleniere. Ed i marinai. E di quanto siano sublimi ed indescrivibili i sentimenti e le azioni che includono balene. C'è un capitolo in cui si lamenta dei fantasiosi ed incorretti disegni di balene dell'antichità. Accettabile. Quello seguente? “Of the Less Erroneous Pictures of Whales”.

L'ossessione è grande, e mette ombra la fanatica missione di Achab. Ishmael ha letto mille libri, e si sente in dovere di citarli, con name-dropping biblici ogni due frasi. Frasi strapiene di metafore, similitudini, allegorie: tutto è sublime, anche il verso dei gabbiani. Una lunga introduzione al libro, che è sano leggere dopo, spiega come tutto sia importante e profondo, quasi profetico! Molti capitoli sono enciclopedici ed interessanti. Ho imparato un sacco di cose, ma ho anche aggrottato la fronte più volte di fronte alla glorificazione di quello che era un mattatoio galleggiante. I capodogli non li mangiavano: prendevano solo le sostanze grasse ed il resto lo lasciavano agli squali. Venivano macellati per fare candele, o lubrificante per meccanismi. Il peggio è quando Melville discute la possibilità che la caccia alle balene possa portarle all'estinzione. —Ovviamente no! E non portate come esempio i bisonti che sono spariti dalle praterie degli Stati Uniti, li era colpa solo degli indiani!— Tre milioni di balene morte più tardi, ne restano solo qualche migliaio.

Achab intanto cerca vendetta sulla famosa balena bianca. Famosa perché in molti l'hanno vista, hanno cercato di ucciderla, e gli è andata male. Quindi continuano a provarci, ed a perdere barche, marinai, o gambe. La balena bianca, fra parentesi, è presa da una storia vera, quella di Mocha-Dick.

Conclusa la lettura, sono rimasto un po' li a pensare. È un classico, si, ma potremmo lasciarlo ai lettori statunitensi, con il loro entusiasmo ed eccezionalismo. Il tentativo di evocare Shakespeare è visibile, nei personaggi e nella storia, ma non riesco ad apprezzarlo ricoperto da strati e strati di dramma e contorsionismi verbali. Torna sullo scaffale, il suo futuro incerto.