Agency

William Gibson, 2020

Era tempo che aspettavo di leggere questo libro. Prima ne ho atteso la pubblicazione, poi che ne uscisse l'edizione tascabile—preferisco la brossura—sempre facendo attenzione a non leggerne recensioni o spoiler. Agency è il seguito di The Peripheral, uno dei miei libri preferiti degli ultimi anni. Le aspettative erano alte, ed andavano tenute sotto controllo. Ma una volta nelle mie mani, complici le ferie, ho abbandonato ogni ritegno.

La lettura coincide con le ferie, ed una breve vacanza fuori città. Sulle colline nel mezzo del nulla c'è poco da fare, le galline sono già andate a dormire, regnano il silenzio e la pace. Due terzi del libro spariscono in due giorni. A posteriori sono certo di aver esagerato: sebbene sia uno di quei thriller dove i capitoli non superano le dieci pagine, l'ho letto troppo in fretta. Mi riservo di dargli una seconda passata prima della fine dell'anno.

L'universo—o meglio, il multiverso—è lo stesso del libro che lo precede, ma si dirama in nuove direzioni. Il non-viaggio del tempo su cui la storia si incentra, un meccanismo che può solo trasmettere informazioni, ha scovato un passato alternativo sia al nostro mondo reale, che a quelli fittizi di “The Peripheral”. E come previsto, tutto si ingarbuglia.

Il multiverso permette a Gibson di fare scelte diverse, ma anche di riportare in campo i personaggi più interessanti, e dar loro più spazio. La trama è piacevole, ma l'impatto è inevitabilmente minore rispetto al primo libro. Il mistero ed il disturbo lasciano spazio all'azione, mentre spuntano interrogativi sull'intelligenza artificiale ed il suo rapporto con la società.

Approvato, lo tengo sullo scaffale più raggiungibile pronto a sfogliarlo una seconda volta. Nel frattempo attendo, perché la trilogia non è completa.