Articoli per luglio 2020

Lento e veloce

Luglio è arrivato, e fuori qualcosa inizia a riaprire. C'è decisamente più traffico alle ore di punta, ed il suono quasi dimenticato degli aerei si fa sentire sempre più spesso. Le rare volte in cui esco a far la spesa (quando la consegna a casa non si allinea con la scadenza del latte) sono poche le persone che devo evitare sui marciapiedi. I manifesti pubblicitari dalle fermate degli autobus sono fermi a Marzo: uova di Pasqua ed hamburger in offerta, ma sbiaditi dal sole, accrescono la sensazione post-apocalittica delle strade semivuote.

Le piccole riaperture non sono ancora sufficienti a cambiare la routine giornaliera, e ben lontane dallo scalfire quella lavorativa. Gli uffici sono ancora chiusi, e resteranno tali per almeno un altro mese. Nel frattempo però, ho recuperato un lavoro nuovo, locale ma ovviamente remoto, che inizia a metà Agosto.

La ricerca questa volta è durata tre mesi. Ho contattato una mezza dozzina di compagnie, di cui solo una tramite agenzia—poi sparita nel nulla. Ho portato avanti tre processi fino all'ultimo colloquio, e ricevuto due offerte. Ho rifiutato quella più generosa: la reperibilità non è compatibile con il mio stile di vita, neanche aumentando i paperdollari. Ho scelto la ditta con l'ambiente più interessante, ed un prodotto che non mi fa sentire colpevole: i clienti sono esseri umani, pagano, ed il software li aiuta a risolvere problemi complessi.

Rischiando la vanagloria, annoto qua un dettaglio che mi sarà utile ricordare in futuro, in quelle sere buie quando l'incertezza esistenziale e professionale si solidifica in pensieri negativi. La posizione di cui avevo letto era a “livello medio”, e durante il primo colloquio avevano messo in chiaro i limiti di responsabilità e di compensazione.

— Ti interessa ancora?

— Si.

Dopo aver lavorato per due ditte disperatamente alla ricerca di una direzione, ero pronto ad un passo indietro pur di lavorare con un prodotto sano ed in un ambiente positivo. Così ho completato molteplici colloqui, parlando con sette persone diverse, poi è arrivata la telefonata.

— Purtroppo sei over-qualified per la posizione. Ma hai fatto una così buona impressione su tutti che abbiamo trovato altri soldi, cambiato il ruolo, e ti vorremmo assumere al livello sopra.

Emano luce, e nel frattempo studio Ruby.

1Q84

Haruki Murakami, 2009

Avevo rimesso Murakami sullo scaffale giusto un anno fa, lasciando la porta aperta ad un terzo libro. Non avevo piani precisi, ma il terzo libro è apparso per Natale, in regalo dal cognato perché “A te piacciono i libri spessi e strani.” È un giudizio un po' grezzo forse, ma non incorretto, e la trilogia di 1Q84, rilegata in un singolo volume da 1300 pagine ed oltre, si è rivelata una apprezzabile epica del weird.

Togliamo un dubbio di mezzo: il titolo è un gioco di parole Giapponese. L'anno 1984 si leggerebbe ichi-kyu-hachi-yon, dove kyu suona come Q pronunciato all'Inglese. Posso tradurlo in mille-quecento-ottanta-quattro e farvi venire il mal di pancia. La storia si svolge in quell'anno, ma i protagonisti capitombolano in una realtà parallela, le cui differenze si dimostrano via via più grandi e pericolose, e da cui cercano di uscire.

Come negli altri due libri di Murakami che ho letto, la storia segue due personaggi a capitoli alternati, le cui storie sono separate ma evidentemente destinate ad unirsi. La tensione a convergere è forte, ma ci mette 400 pagine di troppo. Lo strano si dilunga, prende vie secondarie, ammassa descrizioni ed erudizione. Fa un passo nell'orrore grottesco, un passo in quello psicologico, ma non ci si addentra. Al centro del racconto restano le lente e difficoltose traiettorie convergenti dei due protagonisti.

Sono indeciso sul giudizio: da un lato la lentezza e lunghezza si fanno notare durante la lettura; dall'altro, l'ho finito comunque in un mese, ad una media di 50 pagine al giorno. Forse ha qualcosa in comune con un lunghissimo film di Tarkosvky, dove i tempi lunghi sono uno strumento per lasciare spazio ai pensieri spettatore?

Alla fine, quello che conta è che ho chiuso 1Q84 soddisfatto. Lo rimetto sullo scaffale, e considero l'investigazione di Murakami conclusa.

Verso il centro

In questi ultimi giorni sul lavoro, la pila di cose da fare di corsa mi ricorda perché voglio cambiare. Ma Venerdì chiudo il coperchio del portatile, come fosse una porta. Mi lascio alle spalle ogni interesse o preoccupazione per ordini e pagamenti di costosi bicchieroni di acqua sporca al gusto di caffè. Lascio anche Java ed il suo ecosistema di pesanti librerie, incollate assieme da pesanti strumenti, per costruire pesanti servizi. Microservice che consumano giga di memoria non mi hanno dato grandi soddisfazioni.

Ogni ditta ha i suoi problemi. Questa non era male: gente simpatica, un buon ambiente, problemi interessanti. Ma l'ambito e l'industria rendevano inevitabile una continua corsa dietro ai mutevoli desideri dei clienti. L'utente invece, l'essere umano davanti allo schermo, era un personaggio secondario: esisteva per inserire i dati della carta di credito, principalmente.

Domani mi aggirerò per il centro e rimetterò piede in ufficio, dopo più di quattro mesi. Magari incontrerò un collega o due, in cerca di silenzio fuori di casa. In combinazione con il sole ed i 27°C previsti, mi aspetto qualcosa di surreale. Un po' di traffico magari, gente in giro, ma la maggior parte dei negozi chiusi. Girato un angolo, rumore, la nebbia dei barbecue bassa fra gli alberi, il parco pieno di giovani che non si lasciano sfuggire un rarissimo giorno d'estate. Poi di nuovo strade semi-vuote.

Niente festival quest'anno, niente tattoo, niente ondate di turisti. La spianata davanti al castello è libera da impalcature e spalti. Una città in convalescenza.