Articoli per maggio 2020

Accabadora

Michela Murgia, 2009

Apprezzo sempre quando qualcuno mi suggerisce un libro inaspettato, fuori dal mio solito bacino di lettura. A posteriori, sono ancora più contento quando il libro si rivela ottimo. Il suggerimento questa volta arriva da Chiara, ed il volumetto che prendo in mano un soleggiato pomeriggio di lockdown si intitola Accabadora: in dialetto sardo colei che finisce.

La storia si incentra su un paesino nell'entroterra della Sardegna, fatto di casine, strade sterrate, muretti e coltivazioni. Il periodo è vago, ma gli indizi puntano agli anni 50–60 del secolo scorso. Il libro segue una ragazzina, per la quale la madre ha poco interesse, e la vedova un po' avanti negli anni che la prende in adozione, e la cresce nella piccola comunità. L'anziana è l'accabadora del paese: una figura dei racconti popolari sardi, la cui esistenza non è provata, che nei secoli scorsi si occupava portare a conclusione le sofferenze di anziani e malati.

Attraverso questa figura, ed il rapporto fra le due donne negli anni, Michela Murgia affronta una discussione sull'eutanasia ed il diritto a morire. Lo fa con calma, descrivendo le circostanze delle persone che ricorrono alle prestazioni dell'anziana, e gli effetti su di lei, e sulle famiglie coinvolte. A volte c'è un riscontro positivo, a volte no.

Attorno, la ragazzina cresce, ed il mondo cambia. L'orizzonte si espande oltre al paesino della Sardegna, ma li ritorna. È un libro locale, che mi ricorda la Liguria dei racconti di Calvino. E forse le due località si sovrappongono, ed i muretti a secco che immagino sono quelli delle balze della mia gioventù.

Fra i ringraziamenti mi salta all'occhio quello “per avermi guarito dalla paura di usare il mio sardo.” L'uso del dialetto nel libro è minimo, ma essenziale. Da sapore al tutto, e ben si accompagna al sole che risplende per entrambi i giorni in cui divoro il libricino. Breve, ma resterà.

Settimane

Da due mesi e più, ogni giorno percorro lo stesso pezzo di sentiero dietro casa. Ho visto i rami spogli riempirsi di gemme, di fiori, poi di foglie. Il sole si è alzato, ma un denso tetto verde ora nasconde il cielo. Neanche cinque metri separano il sentiero dalla strada, ma la civiltà svanisce dietro a cespugli, alberi, e le più rigogliose ortiche che abbia mai visto: alte sopra al ginocchio, foglie grandi come la mia mano.

Incontro regolarmente un paio di merli che pattugliano il sentiero, e vicino all'incrocio, dove gli alberi formano una volta più alta, si poggia spesso uno sfacciato pettirosso. Mi fermo ad ascoltarlo a neanche un metro, e mi chiedo come faccia così tanto suono ad uscire da una creature così piccola. D'altra parte, la civiltà aveva abbassato il volume, lasciando che altri suoni venissero a galla.

Alberi, ed una mosca Mi aggiro nel verde

Attorno alla passeggiata dopo pranzo, le settimane inizialmente disorganizzate hanno preso forma e consuetudine. Lavorare da casa, ricevere la spesa il Martedì, uscire una volta al giorno. Poche le variazioni sul tema. Ma il mondo è in flusso, e le porte si stanno riaprendo. Il traffico è tornato, riportando la strada in primo piano, e rubando magia al sentiero. Osservo ed aggiro gruppetti di persone sempre più grossi, e rimpiango la calma del mio lockdown privilegiato.

Dimensioni dei monitor L'inarrestabile crescere degli schermi

L'informatica non si è fermata, nonostante La Situazione, e nemmeno i colloqui di lavoro. La ricerca continua, ma un paio di possibilità si stanno allineando. Posizioni in città, ma remote: il nuovo normale a cui ci siamo abituati così rapidamente che nei colloqui neanche lo menzionano. Anche adattare la casa al lavoro d'ufficio è stato semplice. Ho solo aggiunto uno schermo, il più grosso che la minuscola scrivania potesse contenere senza sporgenze. Il formato 21:9 è curioso, ma funzionale. Il progresso ci porta più pixel, ma col tempo sto anche ammassando pollici.

Sono stanco però, spesso. Numerose giornate giungono al termine nell'insoddisfazione, e finiscono troppo tardi, accumulando ulteriore stanchezza. Attendo con trepidazione di poter andare altrove e spenderci del tempo senza tensione. In ufficio, in un parco, su una spiaggia. Altri posti per altri pensieri.