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Biblioteca deserta, la domenica mattina. Sotto un tavolo, un topolino.

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Ritorno

Montagne delle Alpi Lepontine Montagne, già.

C'è un detto, o forse solo un'idea, che un viaggio non sia completo fino a dopo il ritorno: esperienze nuove vanno digerite ed integrate, ed è utile farlo nel contesto da cui si è partiti, che fa risaltare le differenze. La cosa funziona bene quando un viaggio ha un chiaro punto di partenza, un percorso, ed un ritorno. Ma si complica assai se i viaggi si trasformano in traslochi, multipli, e l'andare ed il tornare si mischiano. A questo punto non sono più certo di cosa conti come “ritorno”: atterrare in Scozia? rientrare in Italia? O forse è un miscuglio di viaggi peer-to-peer, dove digerire esperienze è un evento interiore geograficamente distribuito?

L'intricato pensiero si forma mentre torno dall'essere tornato, dopo otto anni, a visitare le Alpi. In teoria questo mi riporta la dove sono nato, ed è quindi l'ultimo ritorno. Il paesino è cambiato di poco dalla mia ultima visita, ma ha livellato in tecnologia: è apparsa una solitaria colonnina per le auto elettriche, e sui tetti piccole parabole puntano sul campanile a fondovalle, sorgente di connessione. Ad internet, non divina. Nella mia idea, però, internet non esiste in questo luogo. Ho lasciato l'informatica a casa e mi allieto con un libro (o tre), all'ombra di un cespuglio che non ricordavo altro tre metri. Altre attività estenuanti includono fotografare pazienti farfalle, rastrellare il prato, osservare la popolazione locale di lucertole che assorbe calore. Sono in viaggio, e mi sento più a casa che altrove.

L'estate della riviera non mi manca: li il riscaldamento globale mi scioglierebbe come la neve sulle Alpi. Le cime sono roccia scoperta, inseguite dall'erba, inseguita dal limite degli alberi. Piccole conifere si arrampicano sempre più in alto, la loro velocità a metà fra quella geologica e l'esperienza di una vita. Giacca a vento e berretto di lana sono stati sostituiti da occhiali da sole e maniche corte. La montagna è la stessa, ma è anche un posto nuovo. Mi inerpico il giusto, lungo sentieri che ricordo ed altri mai percorsi.

Una lucertola su una pietra, con un'espressione soddisfatta Soddisfatta dell'insetto mangiato di recente.

Rivedo anche un vecchio amico, il temporale estivo. Arriva dal fondo della valle, dalla direzione dei laghi, un muro di nuvole scure attraversate da lampi ancora silenziosi. Seguono tre o quattro ore di cataratte aperte, con abbondanza di tuoni, fulmini e saette. Questo evento atmosferico non esiste nel nord-Europa, e Lei lo osserva con stupore. Si, è normale. Si, è previsto sedersi sul balcone, a metà fra il muro d'acqua e quello della casa, e guardare il resto della valle sparire nell'improvviso e denso crepuscolo. Lo scroscio e lo spezzarsi del cielo sostituiscono ogni suono.

Rientro ad Edimburgo nel picco del festival estivo, accolto da una misera pioggerella. Mi ritrovo a pensare a Minecraft, sempre segno che l'autunno si avvicina. L'aria è ancora di vacanza però, uscire in maglietta accettabile, magari con qualcosa di impermeabile nello zaino. Ho ancora la sensazione di avere un gran numero di ore a disposizione, ma mi sbaglio: la sera mi sorprende ogni giorno, un filo prima del precedente. Ed è subito cena.

Torno anche al lavoro. Il lavoro è cambiato, ma non io: il codice è ancora fresco nella memoria, mentre le nuove responsabilità non lo sono ancora. È un viaggio anche questo? Come si manifesta un “ritorno” in questo caso?

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Pausa pranzo. La posizione dell'ufficio mi permette di passeggiare in zone che percorro di rado, o di fretta.

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La luna dal monte.

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A Memory Called Empire

Arkady Martine, 2019

La copertina di questo libro, con il suo trono a forma di sole meccanico, ha ammiccato nella mia direzione per un paio d'anni. In libreria, ma anche qua e la sul web, accanto a buone recensioni e spoiler che ho abilmente evitato. L'ho comprato ad inizio estate per rimpinzare la pila, smagrita da mesi di rapida lettura e poca voglia di fare altre cose.

La space opera si incentra sull'ambasciatrice di una stazione spaziale, piccola entità indipendente alla periferia di un grande impero galattico. Come tutti gli imperi galattici si espande militarmente, incontrando (scontrando?) altri insediamenti umani ed alieni, con risultati diplomatici vari. Questo impero però si espande anche culturalmente, oltre i suoi più netti confini territoriali. È una civiltà che da importanza alla letteratura epica ed alla poesia, sia sotto forma di classici da cui prendere ispirazione, che di hit del momento. I poeti più famosi sono invitati ai banchetti della corte, e seguiti ed imitati dai benestanti.

L'imperatore del momento, uno relativamente pacifico, è anziano e senza un chiaro erede. L'ambasciatrice rimane invischiata nelle trame di palazzo per colpa del suo predecessore, di cui porta con sé memorie ed esperienza.

A Memory Called Empire ha vinto il premio Hugo nel 2020, ma da snob della fantascienza che ormai sono diventato, è un po' frustrante. I personaggi sono piacevoli: niente cattivi evidentemente cattivi, ma i buoni hanno una grossa etichetta sulla fronte, e sono buoni per futili motivi. La trama è interessante, solo in parte intuibile, ma a volte... si rompe: mancanze inspiegabili che mi hanno fatto fermare per domandarmi "ho letto bene questa pagina? oppure ho letto male le precedenti?" Niente problemi enormi, ma abbastanza da spezzare l'immersione e lasciare un po' di amaro in bocca.

Metti quando i buoni stanno cercando di salire su un treno senza farsi vedere. Uno va a comprare i biglietti—sono legali buoni—mentre gli altri si nascondono. Oh ho, i cattivi li hanno scoperti! Corrono verso il treno, e riescono a salire. Il compagno li raggiunge, distribuisce i biglietti che ha acquistato, mentre spiega "ha ha ha, i cattivi sono rimasti bloccati alla barriera, perché loro non avevano biglietti!" Uhm... neanche i tuoi compagni li avevano. Barriera permeabile ai personaggi principali?

Detto questo il mondo è anche fastidiosamente normale. Gli abitanti del pianeta tutti con uno schermo che mostra loro le ultime notizie (e poesia), usano un Twitter-equivalente per comunicare (e scambiare spezzoni di poesie), prendono treni, guidano auto, vanno in ufficio. Una società aliena e diversa che non si distingue molto dagli Stati Uniti del 21° secolo, rimpiazzando televisione con poesia.

Alla fine lascia poco. Un senso di mancanza forse, di quello che avrebbe potuto essere con più attenzione... alle persone? alla società? Arkady Martine ha in forno una trilogia direi, ma per il momento passo.

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Gestore di ingegneria

Era tempo che non provavo il terrore e l'ignoranza associate ad un nuovo lavoro. Dopo un decennio di carriera come sviluppatore, ormai mi sentivo a casa. Dettagli dell'implementazione a parte, avevo aperto tutte le sorprese e sapevo in quali cassetti trovare le posate. Ora che sono improvvisamente un engineering manager, è riapparso il terrore di fondo: cosa è importante? sto facendo le cose nel modo giusto? quali domande voglio fare a chi?

Il cambio è stato abbastanza rapido: forse tre settimane fra notare l'idea in un angolo della testa, guardarmi in giro ed investigare, colloquio e firma contratto. Spostarsi nella stessa ditta forse non conta, ma la tradizione/maledizione richiede un cambio di lavoro biennale (è già successo una, due, e tre volte) e questo cade a puntino.

Le mansioni di questa posizione variano nell'industria, ma per quanto mi riguarda sono responsabile di quattro-cinque sviluppatori, ed di una dozzina di progetti e sottosistemi. Mi addentro in un mondo assai diverso. Perché? Perché era li.

Dopo un anno di manager in arrivo ed in partenza sopra di me, ho già coperto parte del lavoro: prendere un progetto, farlo a pezzi, trovare le altre persone che vanno tirate dentro; capire il più possibile, ridurre rischi, e saltare nel progetto con sufficiente certezza—è importante che eventuali rabbit hole non si rivelino abissi; seguire il team ed aiutarli a costruire roba che funziona, non si rompe, e che di cui non si vergogneranno fra sei mesi. Ma se anche ho fatto parte del lavoro, ci sono ancora infiniti misteri: interagire con gli strati superiori della ditta, ma anche con gli sviluppatori con cui ho condiviso la trincea, e di cui all'improvviso sono responsabile. Ho cominciato tre libri diversi sull'argomento. Per fortuna il supporto interno è ottimo, ed include un corso in 22 parti, lungo un anno, che sembra coprire tutti i pezzi che mi mancano.

Il cambio di ruolo è orizzontale: non è una promozione, ma il passare ad una carriera diversa. E questa carriera non include scrivere codice. Mi aspetto difficoltà su questo lato, soprattutto lo staccarmi dalle decisioni strutturali, e da quelle cose che impari lavorando su grossi sistemi dove complessità ed entropia stanno vincendo su flessibilità e comprensibilità: lo spingere e tirare codice per tenerlo sui binari. Ora arriva il difficile momento di spiegarlo, non via dimostrazione pratica, ma... non son certo, via convincenti parole?

La prima settimana (corta) si chiude con un sospiro di sollievo. Ho passato ore a parlare con colleghi di cui ero a malapena a conoscenza, come se si fosse aperto un nuovo orizzonte. Meno sviluppatori, più manager e personaggi vari che magari arrivano con Cose Importanti™. Rispondere "non ora" adesso è il mio lavoro e, devo ammettere, una notevole soddisfazione.