The Psychology of Fatigue

Robert Hockey, 2013

Ho scovato The Psychology of Fatigue su un ripiano in casa, abbandonato con dentro una matita, e numerosi angoli piegati ad uso segnalibro. Era il lontano 2019, quando avevo iniziato una dieta bilanciata ad alto contenuto di saggistica. Per quattro anni, testardo, ne ho cercato comprendere l’astruso testo accademico, di cui già mi sono lamentato. L’ho ripreso in mano un’ultima volta questo mese, con un approccio più tattico: finire i capitoli principali, spulciare quelli che mi attiravano, e saltare il resto. È un libro accademico, con tanto di literary review, quindi si presta ad una lettura irregolare. Mettendo da parte il fatto che sia mal-scritto, contiene informazioni utili che annoto qua.

La fatigue del titolo è la stanchezza mentale, quella sensazione di “non ce n’ho più voglia” che può capitare quando uno si applica a lungo ad un problema. Porta a rallentamenti, errori, distrazioni; induce a perdersi in attività secondarie ma più interessanti; a volta ci porta su un altro tab, alla ricerca di temporanea distrazione. L’autore (professore emerito etc etc) riassume l’ultimo secolo di ricerche scientifiche, e propone una teoria sull'interazione fra fatica, motivazione, ed i processi di “controllo” del cervello.

Il punto di partenza è che considerare la fatica mentale come una carenza di risorse non funziona. L’idea era apparsa come metafora dopo la rivoluzione industriale—siamo macchine anche noi e finiamo il carburante!—me con il tempo è diventata l’interpretazione più comune. Oggi possiamo misurare come il cervello si comporta durante uno sforzo intellettuale, e sappiamo che ci sono solo lievi variazioni energetiche: un cervello a riposo consuma in media quanto uno che si sta concentrando su un problema, e concentrarsi non causa una carenza di risorse come zuccheri od ossigeno. La fatica è anche relativa a quello che si sta facendo (mansioni interessanti richiedono meno sforzo) e può sparire improvvisamente se si passa da un’occupazione ad un’altra. Se non è quindi una questione di energia, può essere parte dei sistemi di controllo di cui è composto il cervello.

L’ipotesi proposta è che la fatica mentale sia un sentimento, un segnale interno che dice “sei sicuro di voler continuare su questa linea di azione?”, e si manifesta quando ciò che stiamo facendo richiede sforzo e sembra poco utile. La fatica redireziona la nostra attenzione, e suggerisce comportamenti alternativi da esplorare. Questo dal punto di vista di un cervello che ci vuole tenere in vita, ben nutriti e soddisfatti—non esattamente in linea con, ad esempio, monotone attività lavorative. Notare l’insorgere della fatica ci permette di scegliere: possiamo abbandonare quello che stavamo facendo, se non vale la pena; diminuire l’impegno accettando di rallentare o abbassare la qualità del lavoro; o rinnovare lo sforzo e continuare. C’è un limite in quest’ultimo caso, e spingere troppo porta verso burnout e compagnia. Più interessante è la possibilità di rivalutare l’obbiettivo a cui si sta puntando: se è davvero importante, riconoscerne il valore e creare entusiasmo può aggirare la fatica.

Il libro, purtroppo, è un mattone—ma anche un diretto esempio di quello che spiega! Ho dovuto concentrarmi su ogni frase per comprendere la pessima esposizione dell’autore, e dopo pochi paragrafi cominciavo a rallentare, a distrarmi. Rimanere sulle pagine era uno sforzo, ed era necessario controllo. Avanzare in questo libro richiede comprendere ciò che descrive e metterlo in pratica. Quando la fatica è arrivata, ho considerato quello che stavo facendo ed ho deciso che, si, era utile ed interessante e volevo continuare. Come altri sentimenti, si può osservare, capire, ed in qualche modo gestire. Pian piano, sono andato avanti.

Circa, perché ci sono voluti comunque quattro anni, e neppure l’ho letto tutto.