The Ion War

Colin Kapp, 1978

Prendo in mano questo breve romanzo di Colin Kapp su un volo di ritorno da Praga, il primo lunedì mattina di Ottobre. Un volo assai più piacevole di quello dell'andata, con l'imbarco alle 05:40, e quita conclusione di un fine settimana trascorso con Proppo, Venza, ed altri importanti personaggi.

Curiosità non-librocentrica: seduto accanto a me sull'aereo c'era lo stesso tizio che avevo accanto sul primo volo, che estrae un tablet e riprende a guardare lo stesso film che aveva cominciato giorni prima, Trainspotting 2.

“The Ion War” è finito nella mia pila perché scritto dallo stesso autore di una delle mie favolette spaziali preferite, “The Patterns of Chaos”, che ho letto molto, molto tempo fa in un Urania pubblicato nel '79, con il titolo “La Galassia Brucia!” —si, con tanto di punto esclamativo.

Entrambi i volumetti hanno una storia semplice, più semplice anche di Wool, in cui ci sono dei buoni e dei cattivi abbastanza delineati —anche se i cattivi possono essere un po' confusi, ed i buoni un filo troppo zelanti. Fantascienza alla mano, quasi classica, dove le astronavi attraversano spazi enormi senza fatica. Magari con il dettaglio che, nei grandi numeri, alcune non riappaiono mai più dall'iperspazio, oppure sbaglino i calcoli e finiscano nel posto sbagliato.

La storia di “The Ion War” procede alternando il punto di vista fra due protagonisti, un capitolo alla volta, e seguendo i loro percorsi per la Galassia. Uno si chiama pomposamente Dam Stormdragon, è solido ed eroico, ma un filo tonto visto che si fa incastrare in vari guai. L'altro è quello sveglio, magari lontana causa dei guai in cui il primo finisce.

I buoni sono i pianeti colonizzati dall'umanità verso il centro della Galassia. Il cattivo è un pianeta Terra ricco, ultra-burocratico ed belligerante. Curiosità, una sola frase fa riferimento ad altre civiltà, e non in termini positivi:

“Naturally! The Hub is where the fighting is,” said Dam. “No alien ever got within ten kiloparsecs of Terra.”

La storia scorre veloce, e dopo aver letto circa un terzo del libro in aereo, bastano un paio di sere per completarlo. Ma nel suo breve passaggio il libro mi ha fatto ripensare ai tanti Urania sullo scaffale della casa in montagna. Una piccola collezione messa assieme un mese alla volta da mio padre e mio zio, in parte prima che io nascessi.

Ho letto quasi tutti quei libri durante pigri pomeriggi estivi, a volte seduto su un gradino di pietra, a volte sulla sedia a dondolo di rattan. Ho visitato innumerevoli di mondi, incontrato strani esseri, attraversato spazi incommensurabili, ogni libro una sorpresa con i suoi sogni (incubi?), problemi ed intrecci.

Quegli Urania sono forse una delle ragioni per cui, ancora oggi, mi aggiro nelle librerie attratto più da singoli romanzi che da saghe in molteplici volumi. Nuovi mondi da intuire ed esplorare e personaggi magari soltanto abbozzati, invece di dettagliate mappe e profonde analisi. E dalla sedia a dondolo in montagna alla sedia a dondolo in Scozia, libro dopo libro, osservo il multi-orizzonte dei mille mondi e realtà alternative di cui ho letto e che sempre mi porto dietro, accompagnato dallo scricchiolio del legno.