L'Aleph

Jorge Luis Borges, 1949

Il volumetto de L'Aleph è un dono del Krustard. Ne seguo i movimenti per casa con la coda dell'occhio, ma attendo l'estate prima di cominciarlo: per un imprecisata ragione lo associavo alla bella stagione. Il libro è una raccolta di storie di Jorge Luis Borges, scrittore argentino del primo '900. Di suo non ho letto molto, ma una o due storie erano apparse sul mio radar quando vivevo con laureati in letteratura. È uno di quegli autori che mi fa sentire "in ritardo", come se il resto del mondo ne abbia, di comune accordo, letto molto più di me. Nella mia testa Borges si affianca a Calvino, con cui condivide il periodo storico ed alcuni temi, ma anche con le raccolte di Ted Chang (una e due). Mentre quest'ultimo pesca la stranezza delle sue storie nella (fanta-) scienza, Borges si aggira nella metafisica, nella religione, e nella storia. I suoi personaggi incontrano labirinti, infiniti, di tanto in tanto sé stessi... o quasi.

L'Aleph del titolo è il punto in cui si possono vedere tutti i luoghi del mondo, che un aspirante scrittore trova in cantina. All'altro estremo dell'alfabeto, una storia narra l'incontro dell'autore con lo Zahir, l'oggetto a cui non puoi smettere di pensare, l'ossessione finale. Nel mezzo incontriamo Omero, il Minotauro, teologi medievali, banditi argentini e filosofi arabi. Molte storie sono punteggiate di citazioni. Non è subito chiaro quali siano reali e quali inventate, aggiungendo un ulteriore livello di mistero, che cerco di districare senza ricorrere ad un'enciclopedia.

Riassumere Borges credo richieda molteplici volumi. Sono storie che generano meraviglia, magari un po' di confusione, in cui concetti astrusi prendono forma concreta. È un testo lavorato e raffinato, tutto il superfluo rimosso. Rileggerne una storia prende poco tempo, incluse le pause per assorbire una frase od un paragrafo di particolare soddisfazione. Lo terrò a portata di mano, per rinfrescarne ogni tanto la memoria ed i tanti dettagli.