Dune

Frank Herbert, 1965

Ho letto Dune per la prima volta tanto, tanto tempo fa. Avrò avuto 12-13 anni, e forse speravo mi aiutasse con il videogioco. Ricordo ben poco della lettura, ma aveva lasciato il segno, spingendomi verso i classici della fantascienza.

Ne ho comprato una versione in inglese qualche anno fa, come regalo per Lei, quando era passato il 50° anniversario. Puntavo a leggerlo poco dopo, ma la mia pila era alta, c’era un pandemia di mezzo, ed è giunto nelle mie mani solo questa primavera. L’ho divorato con il giusto ritmo e con soddisfazione. Senza correre, senza abbandonarlo sul tavolo per più di un giorno o due.

Il romanzo di Frank Herbert è una meraviglia, a suo modo fuori dal tempo, ma anche l’origine di decine di mode e correnti. Piazzarlo nel suo contesto, la metà degli anni ‘60, spiega magari alcune delle pieghe filosofiche, ma il mondo che descrive è separato, originale, e dettagliato. Ho apprezzato le descrizioni del pianeta e del suo paesaggio, dei particolari di piante e animali, della complessa ecologia e delle altrettanto complesse relazioni fra i Fremen, i “nobili” fuori-del-mondo, i mercanti, ed i contrabbandieri. Per quanto deserto, Dune è un pianeta vivo come pochi altri nella fantascienza.

La storia di Paul è relativamente semplice, ma i personaggi di contorno aggiungono valore. Ho apprezzato i tempi, lo spazio lasciato alla storia fra un capitolo ed un altro, e la grandiosità: una grotta, un pianeta, una galassia tutti collegati nella trama.

Ho rimesso Dune sullo scaffale. Forse passeranno altri trent’anni prima che lo rilegga, forse no. Ma la sua impronta resta, nell’interpretazione di tante storie che lo hanno seguito.