Accabadora

Michela Murgia, 2009

Apprezzo sempre quando qualcuno mi suggerisce un libro inaspettato, fuori dal mio solito bacino di lettura. A posteriori, sono ancora più contento quando il libro si rivela ottimo. Il suggerimento questa volta arriva da Chiara, ed il volumetto che prendo in mano un soleggiato pomeriggio di lockdown si intitola Accabadora: in dialetto sardo colei che finisce.

La storia si incentra su un paesino nell'entroterra della Sardegna, fatto di casine, strade sterrate, muretti e coltivazioni. Il periodo è vago, ma gli indizi puntano agli anni 50–60 del secolo scorso. Il libro segue una ragazzina, per la quale la madre ha poco interesse, e la vedova un po' avanti negli anni che la prende in adozione, e la cresce nella piccola comunità. L'anziana è l'accabadora del paese: una figura dei racconti popolari sardi, la cui esistenza non è provata, che nei secoli scorsi si occupava portare a conclusione le sofferenze di anziani e malati.

Attraverso questa figura, ed il rapporto fra le due donne negli anni, Michela Murgia affronta una discussione sull'eutanasia ed il diritto a morire. Lo fa con calma, descrivendo le circostanze delle persone che ricorrono alle prestazioni dell'anziana, e gli effetti su di lei, e sulle famiglie coinvolte. A volte c'è un riscontro positivo, a volte no.

Attorno, la ragazzina cresce, ed il mondo cambia. L'orizzonte si espande oltre al paesino della Sardegna, ma li ritorna. È un libro locale, che mi ricorda la Liguria dei racconti di Calvino. E forse le due località si sovrappongono, ed i muretti a secco che immagino sono quelli delle balze della mia gioventù.

Fra i ringraziamenti mi salta all'occhio quello “per avermi guarito dalla paura di usare il mio sardo.” L'uso del dialetto nel libro è minimo, ma essenziale. Da sapore al tutto, e ben si accompagna al sole che risplende per entrambi i giorni in cui divoro il libricino. Breve, ma resterà.