A Memory Called Empire

Arkady Martine, 2019

La copertina di questo libro, con il suo trono a forma di sole meccanico, ha ammiccato nella mia direzione per un paio d'anni. In libreria, ma anche qua e la sul web, accanto a buone recensioni e spoiler che ho abilmente evitato. L'ho comprato ad inizio estate per rimpinzare la pila, smagrita da mesi di rapida lettura e poca voglia di fare altre cose.

La space opera si incentra sull'ambasciatrice di una stazione spaziale, piccola entità indipendente alla periferia di un grande impero galattico. Come tutti gli imperi galattici si espande militarmente, incontrando (scontrando?) altri insediamenti umani ed alieni, con risultati diplomatici vari. Questo impero però si espande anche culturalmente, oltre i suoi più netti confini territoriali. È una civiltà che da importanza alla letteratura epica ed alla poesia, sia sotto forma di classici da cui prendere ispirazione, che di hit del momento. I poeti più famosi sono invitati ai banchetti della corte, e seguiti ed imitati dai benestanti.

L'imperatore del momento, uno relativamente pacifico, è anziano e senza un chiaro erede. L'ambasciatrice rimane invischiata nelle trame di palazzo per colpa del suo predecessore, di cui porta con sé memorie ed esperienza.

A Memory Called Empire ha vinto il premio Hugo nel 2020, ma da snob della fantascienza che ormai sono diventato, è un po' frustrante. I personaggi sono piacevoli: niente cattivi evidentemente cattivi, ma i buoni hanno una grossa etichetta sulla fronte, e sono buoni per futili motivi. La trama è interessante, solo in parte intuibile, ma a volte... si rompe: mancanze inspiegabili che mi hanno fatto fermare per domandarmi "ho letto bene questa pagina? oppure ho letto male le precedenti?" Niente problemi enormi, ma abbastanza da spezzare l'immersione e lasciare un po' di amaro in bocca.

Metti quando i buoni stanno cercando di salire su un treno senza farsi vedere. Uno va a comprare i biglietti—sono legali buoni—mentre gli altri si nascondono. Oh ho, i cattivi li hanno scoperti! Corrono verso il treno, e riescono a salire. Il compagno li raggiunge, distribuisce i biglietti che ha acquistato, mentre spiega "ha ha ha, i cattivi sono rimasti bloccati alla barriera, perché loro non avevano biglietti!" Uhm... neanche i tuoi compagni li avevano. Barriera permeabile ai personaggi principali?

Detto questo il mondo è anche fastidiosamente normale. Gli abitanti del pianeta tutti con uno schermo che mostra loro le ultime notizie (e poesia), usano un Twitter-equivalente per comunicare (e scambiare spezzoni di poesie), prendono treni, guidano auto, vanno in ufficio. Una società aliena e diversa che non si distingue molto dagli Stati Uniti del 21° secolo, rimpiazzando televisione con poesia.

Alla fine lascia poco. Un senso di mancanza forse, di quello che avrebbe potuto essere con più attenzione... alle persone? alla società? Arkady Martine ha in forno una trilogia direi, ma per il momento passo.