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Chichibu

Un uomo si piega a riaccendere la candela in una lanterna, su un carro allegorico raffigurante un pesce Tutte candele

Mappina del Giappone, con un percorso da Ōshima a Chichibu

Dopo aver riposato su Ōshima, iniziano i trasferimenti. Un secondo traghetto ci riporta a terra: Facciamo scalo ad Itō (cittadina attaccata dal 6° angelo, dove abbiamo pernottato nel 2015), ed arriviamo ad Atami. Per incuriosire il turista italiano, Itō ed Atami sono gemellate con Rieti e San Remo. Atami è un muro di alberghi sulla riva del mare, costruito su una zona vulcanica che le garantisce tombini fumanti, che sbuffano più vapore del vulcano di Ōshima. Dietro al muro ci sono ripide colline. Ne scaliamo una per raggiungere il nostro ostello, e sulla via incontro il mio nuovo contatore preferito. Dormire in alto ci permette di ignorare l'allerta tsunami di cui il telefono ci avvisa durante la notte. Tutto nella norma, a quanto pare.

La mattina dopo la città non è stata devastata, così visitiamo le stradine del centro e ci nutriamo di strani spiedini di riso e formaggio. Poi entriamo con tutti i nostri bagagli in un supermercatino, e ne usciamo con due zainetti. La mossa speciale è il takkyūbin, il servizio per spedire pacchi, pacchetti e valigie da un punto all'altro del Giappone. Funziona così: entri in un kombini qualsiasi, passi il tuo bagaglio sopra la cassa ad un commesso adolescente, scrivi l'indirizzo dove vuoi che arrivi, e la data, su un moduletto in quadrupla carta carbone. Paghi qualcosa tipo 10 euro, e te ne vai. Non mi avrebbe dato sufficiente fiducia se non ne avessi letto una lode di recente, eppure funziona. Anzi, è geniale: da un momento all'altro smetti di sentirti un turista appesantito, e ritorni un essere umano dal pie' leggero. Teniamo l'essenziale per i prossimi sei giorni, facciamo incetta di biscottini strani ed onigiri, e ci mettiamo in moto. Destinazione: Chichibu.

Chichibu è fuori mano. È una città a nord-ovest di Tokyo, laddove la pianura del Kantō raggiunge le montagne e la sconfinata conurbazione della capitale si dirada in entità separate. Il primo shinkansen ci porta da Atami alla stazione centrale di Tokyo, dove ci fermiamo a pranzare. Nelle profondità sovradimensionali in cui ci aggiriamo—dieci o cento metri sottoterra, mattina o sera—la gente scorre come un fluido. In un momento di pausa provo a misurare il flusso di un corridoio ma perdo il conto dopo un paio di minuti: circa 600 persone. Prima di alzarmi dalla panchina avrò visto quattromila persone, la popolazione del mio paesino. Eppure funziona sarà un pensiero ricorrente in questo viaggio.

Ritornati in superficie, ora lontano dal mare, la temperatura scende. L'ultimo trenino su cui saliamo è un locale che si addentra in una valle e sale di quota. La temperatura scende verso lo zero, ma le case continuano ad avere vetri singoli. Accanto alla stufa a legna del nostro alloggio ci sono sette pagine di questionario d'uso e sicurezza da riempire prima di accenderla. Gli strati di lana che abbiamo portato saranno utili. Ma cosa facciamo nel freddo entroterra?

Uno stand vende maschere di personaggi di cartoni animati, videogiochi, strani spettacoli giapponesi Un po' mi pento di non averne comprata una, ma quale?

Siamo qui per il festival che si ripete ogni 3 Dicembre. Qualche divinità locale richiede che la città si riempia di gente, banchetti, e gruppi in abiti tradizionali che trascinano carri allegorici a tre piani, tempietti su ruota decorati ed addobbati di lanterne. I passeggeri suonano tamburi, producono strani richiami che esaltano la folla, e si accucciano per evitare gli immancabili fili della corrente che attraversano le strade. I carri si inseguono ed incrociano per il centro di Chichibu. Non possono girare da soli: ad ogni svolta od incrocio vengono sollevati, appoggiati su cavalletti, issati in spalla e direzionati dal loro gruppo, mentre i passeggeri restano a bordo e continuano a suonare. Selfie-stick lunghissimi si sollevano sopra le teste per riprenderli. Solerti vigili dirigono la popolazione con i loro bastoncini luminosi, più corti, in una complessa coreografia.

Un carro allegorico, ed il suo gruppo di trascinatori in abiti tradizionali Un attimo di pausa prima del prossimo tratto.

Persone in abiti tradizionali usano due lunghe travi usati come leve per sollevare un carro decorato di lanterne I carri pesano, ma li girano a spalla

Le vie sono piene di banchetti, un catalogo di stereotipi del Giappone: banane al cioccolato, Doraemon, okonomiyaki, maschere di Ultraman, mele candite, Hello Kitty, pesci rossi da portare a casa, e polpi da mangiare su uno stecchino. Due solitari ed eretici stand proclamano "L'avete visto in TV!" e "Va di moda a Shinjuku e Shibuya!" mentre vendono kebab. Fuochi d'artificio punteggiano la serata, e si addensano nel finale. Meno 'botto' rispetto a quelli a cui sono abituato, ma tante forme e colori insoliti. Nel freddo della sera mangio un tayaki caldo (un biscotto-frittella a forma di pesciolino e ripieno di crema), guardo lanterne e fuochi d'artificio, e sono felice.

Uno stand gastronomico che vende polpette di polpo allo spiedo Strani ingredienti, insoliti profumi

L'alloggio più vicino che abbiamo trovato era a mezz'ora da Chichibu. Saliamo su uno degli ultimi treni, ed è pieno come una scatola di sardine. Giovani, anziani, famiglie: vengono tutti al festival, una sera d'inverno, ogni anno. Si diradano ad ogni fermata, e ne rimangono pochi alla nostra stazioncina. La calma scende, mentre una luna con un angolo insolito sale dall'orizzonte.

Ci vogliono 250 chilometri per raggiungere Chichibu, 600 chilometri di treno verso la successiva destinazione—essenziale lo shinkansen—ma ne è valsa la pena. Noto sulla via e per le strade della città che le folle giapponesi mi danno meno fastidio di quelle europee. La gente si muove in modo prevedibile: si tiene da un lato della strada, presta attenzione a dove va e lascia spazio quando serve. C'è più attenzione per il prossimo, magari troppa. Eppure funziona.

Fuochi d'artificio sopra una stradina di Chichibu, passanti che li guardano ai lati della strada Sulla via del ritorno

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