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Verso il centro

In questi ultimi giorni sul lavoro, la pila di cose da fare di corsa mi ricorda perché voglio cambiare. Ma Venerdì chiudo il coperchio del portatile, come fosse una porta. Mi lascio alle spalle ogni interesse o preoccupazione per ordini e pagamenti di costosi bicchieroni di acqua sporca al gusto di caffè. Lascio anche Java ed il suo ecosistema di pesanti librerie, incollate assieme da pesanti strumenti, per costruire pesanti servizi. Microservice che consumano giga di memoria non mi hanno dato grandi soddisfazioni.

Ogni ditta ha i suoi problemi. Questa non era male: gente simpatica, un buon ambiente, problemi interessanti. Ma l'ambito e l'industria rendevano inevitabile una continua corsa dietro ai mutevoli desideri dei clienti. L'utente invece, l'essere umano davanti allo schermo, era un personaggio secondario: esisteva per inserire i dati della carta di credito, principalmente.

Domani mi aggirerò per il centro e rimetterò piede in ufficio, dopo più di quattro mesi. Magari incontrerò un collega o due, in cerca di silenzio fuori di casa. In combinazione con il sole ed i 27°C previsti, mi aspetto qualcosa di surreale. Un po' di traffico magari, gente in giro, ma la maggior parte dei negozi chiusi. Girato un angolo, rumore, la nebbia dei barbecue bassa fra gli alberi, il parco pieno di giovani che non si lasciano sfuggire un rarissimo giorno d'estate. Poi di nuovo strade semi-vuote.

Niente festival quest'anno, niente tattoo, niente ondate di turisti. La spianata davanti al castello è libera da impalcature e spalti. Una città in convalescenza.

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