Articoli per maggio 2016

La cucina d'altri tempi

Da buon italiano che ha vissuto per anni per conto suo, ho imparato con orgoglio a cucinare bene. Mangiar sano, saporito, e possibilmente rapido. Alla faccia delle cene in scatola e gli strafritti degli scozzesi la fuori.

Parte delle mie ricette arrivano dalla famiglia, altre sono frutto di remix ed esperimenti ispirati da piatti mangiati in giro. Una minoranza arriva da libri. E per qualche motivo i libri che mi capita più spesso di aprire sono stati scritti e pubblicati anni e anni fa, persino prima che calpestassi questo polveroso pianeta.

L'Artusi

Uno dei libri che mi porto dietro da anni è l'Artusi, o meglio “La Scienza in cucina e l'Arte di mangiare bene”.

Usarlo come libro di cucina al giorno d'oggi in effetti è un po' strano, con le sue ricette per reggimenti, gli ingredienti di una volta, e le istruzioni al contrario.

“Togliete i ranocchi dall'acqua fresca dove li avrete posti dopo averli tenuti per un momento appena nell'acqua calda se sono stati uccisi d'allora.”

Ma il libro è punteggiato di brevi storie ed insoliti commenti a proposito dell'Italia del 19° secolo, dal punto di vista del cuoco. Ad esempio un'invasione dei tedeschi è ricordata perché espone le regioni del nord alla cucina tedesca:

“[...] la quale dagl'Italiani è trovata di pessimo gusto e nauseabonda per untumi di grasso d'ogni specie e per certe minestre sbrodolone che non sanno di nulla.”

Questo, più delle ricette, è il fascino del libro. L'intercalare di suggerimenti per la cucina e di spunti storici. E la storia del minestrone e del colera, la minestra di krapfen, o la descrizione dello strudel informe:

“Non vi sgomentate se questo dolce [...] vi sembrerà [...] come un'enorme sanguisuga, o un informe serpentaccio.”

Idee per Cento Menù

La copertina del libro La maltrattata copertina di “Idee per Cento Menù”

Il secondo libro a cui ricorro più spesso è un manuale ingiallito ed un po' scollato, pubblicato direi negli anni '70 —non c'è nemmeno una data!

Le ricette di “Idee per Cento Menù” (di Armanda Capeder) sono sempre tradizionali, ma assai più usabili e moderne nel formato rispetto a quelle dell'Artusi. Sono divise per mese, per adattarsi al clima delle stagioni ed agli ingredienti disponibili. In una città dove ogni supermercato ignora il calendario ed ha sempre tutto, noto più il passare delle stagioni su questo libro che quando faccio la spesa.

E sebbene così vicino, anche questo libro si colloca in un'Italia del passato assai diversa, fatta di casalinghe e famiglie estese, ma già tesa verso il futuro. L'introduzione apre con:

“Care amiche,
avrete certo notato che ai compiti tradizionali della donna se ne sono venuti aggiungendo in questi ultimi anni numerosi altri, nati dalla sempre più diffusa necessità del lavoro extra-domestico, nel quale moltissime di voi sono impegnate.

Ed io che apro il libro con la prospettiva opposta, dell'uomo che lavora e deve imparare le faccende domestiche! Poi un improvviso spunto quasi anacronistico:

“«Programmazione» è la parola d'ordine che governa la vita di oggi; «programmazione» per svolgere ogni cosa presto e bene, riducendo al minimo le possibilità di errori e la perdita di tempo. Programmazione anche in cucina, da quando si è compreso che il cucinare non è solo un'arte, ma anche una scienza con le sue regole esatte [...]”

La stessa scienza dell'Artusi, un secolo più tardi.

La Vera Cuciniera Genovese

Mi ritrovo a pensare a libri di cucina non perché abbia fame, ma perché il Venza, pochi giorni fa, ha donato al mondo un'altra collezione di ricette d'altri tempi.

Anch'esso pubblicato al chiudersi del 19° secolo, “La Vera Cuciniera Genovese” (di Emanuele Rossi) è una raccolta di ricette regionali, più povere forse di quelle dell'Artusi ma anche più semplici e vicine a quello che la mia regione mi ha insegnato a tavola.

Il libro non ha edizioni moderne ed è da tempo passato nel pubblico dominio. E se l'edizione elettronica magari non fa lo stesso rumore quando la si sfoglia, almeno ne diffonde i contenuti e rende meno probabile che sia dimenticato.

Fidati della tecnologia

Lo scorso fine settimana ho avuto occasione di andare all'EICA, una cava fuori città convertita in palestra di arrampicata grazie ad un grosso tetto ed un paio di edifici di supporto.

EICA Migliaia di viti e rivetti all'Edinburgh International Climbing Arena

Non è la prima volta che vado ad arrampicare, né la prima che visito l'EICA in effetti. Quello che rende la visita degna di nota è il mio primo incontro con l'auto-belay.

L'assicuratore

Arrampicare è di solito qualcosa che si fa in coppia. A turno, uno dei due si avvia su lungo una parete punteggiata di supporti colorati, alcuni facilmente agguantabili, altri piccoli ed infidi. L'altro (in inglese il belayer) tiene in sicurezza l'arrampicatore mantenendo in tensione la corda che lo segue, via un grosso moschettone in cima alla parete. Nel frattempo, sopporta il torcicollo causato dal continuo guardare in alto.

Giunto in cima alla parete ed agguantato con soddisfazione lo spigolo finale della struttura —che di solito si rivela assai polveroso— l'arrampicatore emette un sospiro di sollievo, guarda giù verso il compagno, e fa un cenno positivo. Il belayer tende un'ultima volta la fune e conferma: è tempo di scendere. L'arrampicatore lascia andare lo spigolo, sposta il peso sulla solida e fidata corda, e viene calato comodamente verso terra dal compagno.

La carrucola del futuro

Auto-belay, fronte I numeri indicano la scienza in azione

Domenica, in cima ad alcune pareti della palestra, invece del solito moschettone ho trovato una specie di valigetta da cui usciva la fune. Era l'auto-belay, una complessa carrucola magnetica auto-avvolgente, auto-frenante, progettata per rubare il lavoro al belayer. Oh beh, proviamo!

La salita non cambia di molto: il sistema tiene in tensione la corda per me, avvolgendola lentamente mentre mi arrampico. È una volta arrivato in cima però che noto la più grande differenza! Appeso allo spigolo della parete, mi giro speranzoso verso il basso, ma sotto di me non c'è nessuno! A chi chiedo di scendere?

La carrucola è li davanti al mio naso, il mio ascensore personale. Ma da essa esce solo una corda adesso un po' moscia collegata alla mia imbracatura. Non ci sono leve o bottoni che dicano “Piano terra”, perché per attivare la discesa bisogna saltare.

Saltare nel senso di cadere, esatto. Lasciare andare gli appigli, calciare la parete e gettarsi di schiena verso il pavimento di cemento, 15-20m sotto. Fidandosi di questa specie di valigetta un po' plasticosa, dal contenuto misterioso.

Ora, quando sei a terra questo possono anche spiegartelo con tanti sorrisi e pollici in su, ed uno può anche accettarlo come una cosa sensata. La carrucola è tecnologia-magia: fa la cosa giusta al momento giusto. Il problema sorge quando sei a mezz'aria, che la spiegazione razionale con tutte le rassicurazioni pesava troppo e le hai lasciate giù.

Fisso la valigetta davanti a me per un numero imprecisato di secondi, mi sposto da un piede all'altro, la osservo da diversi angoli. Poi rigiro i miei dubbi nelle mani della mente, e li esamino con attenzione.

Lascio uscire un “Oh well...” e calcio la parete.

Quello che non ti dicono è che c'è un mezzo secondo fra il salto ed il momento in cui il freno inizia ad avere effetto. In quel mezzo secondo fai solo in tempo ad accorgerti che la parete si allontana troppo velocemente e che stai cadendo di schiena.

Neanche il tempo di imprecare purtroppo, e la tecnologia si mette in azione. La caduta rallenta e si trasforma in una lenta e comoda discesa. Alcuni secondi dopo tocco terra.

Il mondo della fiducia

Ci fidiamo della tecnologia tutti i giorni, senza neanche pensarci. Tocchiamo un interruttore tranquilli che non ci dia la scossa. Accendiamo il microonde senza preoccuparci che ci frigga il cervello. Saliamo su un aereo. C'è gente in una complessa lattina che cade senza fine sopra le nostre teste, giorno dopo giorno.

Auto-belay, esploso Fidatevi della carrucola solo se viene in un unico pezzo, non così

L'auto-belay è un altro oggetto di cui fidarsi o no, una volta misurata la propria avversione al rischio. Per alcuni il rischio è troppo grande. Per me, forse no. Sono sempre stato reticente verso questo genere di “salto”, ma un attimo prima di calciare la parete, l'altro giorno, non ho avuto problemi. E sebbene abbia ancora un filo di incertezza, vorrei aver incontrato l'auto-belay prima nella mia vita.

The Peripheral

William Gibson, 2014

Sono arrivato a "The Peripheral" per vie traverse. L'ho guardato ed ignorato più volte in libreria, ma tornava di tanto in tanto sotto i miei occhi, ad esempio suggerito più volte da Jeremy Keith.

Solo di recente sono entrato da Blackwell's con l'obbiettivo spavaldo di comprare un libro, sebbene ne abbia alcuni che aspettano da tempo di essere finiti. Ed in basso nello scaffale ho trovato questo paperback, che mi è durato a malapena un paio di settimane.

Non ho letto molto di Gibson: ho evitato per anni ed anni la fantascienza cyberpunk, e nel 2013 ho letto Neuromancer quasi per dovere. I trent'anni di distanza fra questi due libri hanno trasformato un sacco di fantascienza in realtà, ma anche abituato noi ad un continuo avanzamento tecnologico.

Il futuro de "La Periferica" sembra quasi normale, un semplice passo avanti. È cyberpunk, ma è speculazione fondata sul nostro particolare presente. Il futuro del futuro è invece un misterioso mondo post-cyberpunk1. L'evento che li separa una delle migliori rappresentazioni apocalittiche che abbia mai letto, nella sua normalità, semplicità ed inevitabilità.

È difficile discutere oltre senza vergognosi spoiler, quindi mi limito a menzionare la presenza del libro, quasi sullo sfondo, di droni in gran numero. Poco dopo aver finito il libro mi sono ritrovato in Islanda, dove il drone di Prophecy ci ha fatto quotidiana compagna. L'ho guardato diversamente, ricordandomi del futuro.


  1. Il principale articolo sul post-cyberpunk è un post su Slashdot. Mi sembra appropriato. 

Cyberspace

Mesi e mesi fa, nel mezzo di un pesante raffreddore, ho passato una notte difficile. Forse la febbre, forse l'aver letto troppo bloccato sul divano il giorno prima, hanno prodotto un misto di sogno e realtà che, la mattina dopo, ho deciso di mettere in parole.

Mi è tornato in mente per via del trentennale. Alcuni l'avranno già letto nel frattempo, ma lo riporto qua per archivio.

«Mi concentro intensamente sull'idea dell'ossigeno ma il fiato continua a mancarmi. Cado in ginocchio, l'impatto assai più morbido del previsto, mentre il mondo gira in una direzione non prevista. L'alto è a destra, la destra è dietro, il davanti è... in balto? Gli occhi socchiusi, mi rioriento in base ai nuovi assi ed a bocca spalancata riesco finalmente a respirare.

Sono fuori dal cyberspace e sono sveglio. O sono sveglio, e quindi fuori da cyberspace che stavo sognando. Si, ho scritto cyberspace du— tre volte nello stesso paragrafo, ma adduco come scusa la febbre ed il delirio. Il naso completamente tappato, risistemo le coperte in modo da poter respirare e mi rilasso. I jack back in, riprendendo il sogno.

Sono di nuovo in piedi nella distesa bianca e luminosa della rete, l'orizzonte indistinto nella luce e nello sfrigolio dell'aria. Lunghe, pseudo-infinite scie di dati si incrociano sopra di me come passerelle da una nuvola ad un'altra. È un cyberspazio strano, soffice e poco geometrico, come se gli avessero appena dato una mano di bianco-Google e drop shadow. Galleggio attraverso un sistema solare di troppi tab e raggiungo Z, borbottando fra me e lui.

“Devo controllare la mia macchina al più presto: ogni volta che esco sono girato in una direzione diversa e sto a malapena in piedi.”

Z si abbassa fino a toccare terra, mentre le centinaia di pagine che lo orbitavano accelerano e precipitano verso la sua mano.

“Giroscopio rotto? Oppure è proprio la connessione che perde frame?”

“Una delle due cose, ma non succede ogni volta. Mi metterò a loggare il gyro.”

Un nuovo gruppo di pagine abbandona le mani di Z e si dispone rapidamente in orbita. Sono di nuovo a bagno nei tab, questa volta in un mare di GIF animate. Lo abbandono ai suoi loop e salgo verso la passerella più vicina.

“Venite al DISI1?” pronuncia una voce all'altezza della mia anca, “Gianni sta riavviando Flickr.”

Per qualche motivo l'avatar del Proppo è senza gambe, ma è stata una sua idea. Scivola su una nuvoletta a mo' di Dragonball e mi chiedo sempre come faccia a stare dritto. Lo seguo in cima ad un muro di dati verdi e grigi, cubi regolari predisposti dal Comune di Genova per il prossimo referendum. Un buon numero hanno già segni di bit-rot sugli spigoli: piccole crepe ed incisioni nelle facce uniformi, segno di un lavoro fatto veloce da un paio di impiegati svogliati. Devono durare solo qualche ora, ma una o due zone della città avranno di certo problemi prima della fine.

Il DISI nel cyberspazio ha più o meno la stessa forma che nella realtà, ma manca la collina sotto. Le locazioni ed i gruppi dell'organizzazione-ex-università sono disposti a piani sfalsati, imperniati su un paio di inutili ascensori continui. Un'idea della vecchia guardia, convinta da un esaltato information architect del periodo di transizione. Gli altri dipartimenti con cui condivide la venatura della rete sono normalissime sfere.

Scendiamo sotto i laboratori fino al livello provider e troviamo l'area piena di visitatori, gli avatar già all'80% per ridurre lo spazio. Un paio vicino all'entrata scendono cortesemente al 65 al nostro arrivo, io e il Proppo ricambiamo. Uno Z a scala normale torreggia per qualche istante sul gregge di miniature, poi si compatta accanto a noi. Il brusio della sala sfuma verso canali privati.

“Al momento stiamo girando da questi vecchi DEC,” sta spiegando Gianni indicando la mezza dozzina di solidi attorno alla sua testa. Sono vecchio stile, neri con gli spigoli rossi ed arancio. “Le query sono però gestite due piani sotto...” e si lancia in una disquisizione dei vari protocolli che ha dovuto patchare assieme per collegare l'antichità al cyberspazio. La maggior parte degli avatar nell'area sta prestando più attenzione alle piccole home-page di Flickr che si allargano dai server, scacchiere di thumbnail e piccoli grovigli di metadata e istogrammi.

“I salti mortali per nulla, come sempre” sussurra Z accanto-alto a me. Lascio dietro di me un piccolo :asd: a confermare l'opinione e scendo attraverso il pavimento verso una scia di dati dal periodo curioso.

Di colpo il mondo viene strattonato di 90° e torno a soffocare. Riapro gli occhi. Bruciano un poco nel primo chiarore dell'alba, la salivazione azzerata. Perché continuo a disconnettere? Sto davvero perdendo frame? Il letto è troppo caldo, ma richiudo gli occhi ed I jack back in.

Rientro di nuovo accanto ai miei amici, segno che gli ultimi movimenti sono andati persi con gli ultimi frame caduti. Lo'oris e il Chiarre si sono uniti al gruppo nel frattempo e discutono di sicurezza del DISI.

L'avatar del Chiarre è fatto a Chiarre, ma secondo noi la texture è stata aggiustata con pezzi di foto di quando aveva vent'anni: sono applicati bene, ma i pixel erano quadrati in origine e sfuocano diversamente dagli altri. Lo'oris indossa un immotivato cappello in flat shading che proietta un'ombra netta, sempre a 160°. Chiedergli perché porta a lunghe e tortuose spiegazioni che menzionano noir e demo-scene, durante le quali il cappello comincia sempre a laggare rispetto alla testa del Lo'.

Su invito del Chiarre scivoliamo fuori dalla sala ed entriamo nel paternoster2 verso i livelli superiori. La nuvoletta del Proppo glitcha contro il pavimento che sale e fra smilie e risate lo tiriamo su prendendolo sotto le ascelle.»

Finisce così, all'improvviso. O forse si rimescola in un'altra scena scollegata come fanno a volte i sogni. O alla mattina avevo dimenticato il resto, ed ora ho dimenticato di aver dimenticato.


  1. fù dipartimento di Informatica a Genova 

  2. http://it.wikipedia.org/wiki/Paternoster