Articoli per febbraio 2013

Il mosaico degli ultimi uomini

I miei sogni sono spesso più complessi di quanto un semplice post possa raccogliere: arrivano a puntate in notti differenti, ripresentano vecchi personaggi e luoghi, seguono percorsi non-deterministici per arrivare a finali paralleli.

Capitano in terza persona, con attori reali che ne recitano personaggi, o in un'altra prima persona che osserva me personaggio. A volte esplodono in un glorioso contorsionismo di cause ed effetti, finché non mi ritrovo a fissare il soffitto alla mattina, stupito da quello a cui ho assistito impotente nel piccolo cinema nella mia testa.

Come la notte quando ho sognato il mosaico degli ultimi uomini sulla Terra.

Il sogno comincia come tanti d'estate, in un paesino un po' troppo pieno di turisti. Sto cercando una fontana in un parcheggio, fra una marea di SUV parcheggiati selvaggiamente. Mi muovo veloce, i miei fidi scarponi di cuoio utilissimi per pattinare sul ghiaccio che ricopre l'asfalto del parcheggio —d'estate, come dicevo.

Mi fermo a parlare con un paio di sconosciuti che scendono da una macchina, cercando di spiegare loro dettagli importanti della crisi in Darfur. Ahime, non ho a disposizione una cartina per mostrare loro dove sono Sudan e Darfur, quindi pattino rapidamente verso casa, dove posso stamparne una.

E qui il sogno deraglia, perché davanti al mio computer non c'è una tastiera, ma una rivista tagliuzzata ed un paio di forbici. Rapidamente cerco una foto nella rivista, ritaglio un quadrato e lo appiccico allo schermo. Poi un altro quadrato, questa volta con delle lettere, ed un altro, ed un altro.

Sullo schermo c'è Windows 8 fatto di ritagli di carta colorati che scivolano qua e la. E ad ogni quadretto corrisponde una diversa versione della storia dell'ultimo uomo sulla Terra: variazioni sul tema di “Toc, toc”, un breve racconto di Fredrik Brown che si può riassumere con la frase che lo apre:

«C'è una dolce, piccola storia dell'orrore che è lunga soltanto due frasi: “L'ultimo uomo sulla Terra sedeva da solo in una stanza. Qualcuno bussò alla porta.”»

E mentre guardo i riquadri scivolare sullo schermo, ne sogno alcune varianti, come corti cinematografici o episodi di una serie. Piccole storie dell'orrore, a loro modo, composte da poche immagini e che posso raccontarvi in un paio di frasi.

«L'ultimo uomo sulla Terra riguarda i suoi calcoli, nell'ufficio di una stazione radio di Denver: è davvero l'ultimo. Attiva il microfono davanti a sè e trasmette un triste messaggio di addio al mondo. Nella mezz'ora che segue in ventitré rispondono alla sua trasmissione, telefonando alla radio. Non era troppo bravo in matematica.»

«In un mondo post-apocalittico, l'ultimo vero uomo sulla Terra raccoglie il suo piccolo seguito e li addestra alle arti marziali nei boschi attorno alla città. Solo che non è molto capace ed altri nel gruppo gli chiedono di farsi da parte, prendendo il suo posto come insegnanti. L'ultimo vero uomo sulla Terra diventa parte del gruppo. E si sente un po' solo.»

«Il cubo era bianco, tagliato precisamente, e si stagliava di netto contro il verde del prato, in un ampio giardino. L'auto-dichiarato “ultimo uomo sulla Terra” sedeva impaziente, le gambe a penzoloni da uno spigolo del cubo, e guardava nella mia direzione. Era molto, molto convincente e sapevo che non sarei stato capace di dirgli di no, per paura di deluderlo. Quindi prendevo tempo prima di andargli a parlare: voleva davvero essere l'ultimo uomo sulla Terra.»

E poi mi sveglio, gli occhi spalancati, e prendo appunti di corsa.

In realtà manca ancora un ritaglio, il primo, che vede l'ultimo uomo sulla Terra in ginocchio su una distesa di ghiaccio. La storia è però più complessa di un semplice paragrafo e non voglio dilungarmi oltre.

Arriverà un'altra volta, contateci.