Il suono della ghiaia nel mixer da cucina

È il suono della ghiaia nel mixer da cucina. Non lo sento veramente, ma lo posso immaginare con sufficiente terrore mentre appoggio il piccolo anello di chiavi sul tavolo e lascio che la borsa scivoli dalla mia spalla. La giornata finisce come un atterraggio di emergenza su una portaerei, e mi abbatto sul divano. Il cuscino in cui nascondo la faccia assorbe in parte il rimbombo dei tacchi che rimbalzano sul pavimento, mentre sfilo in qualche modo le scarpe, cercando sollievo.

La casa è silenziosa quando rientro, e solo la luce in cucina mi accoglie. Trovo Paola in sala dove —“Paola? sei...”— dorme a pancia sotto. Un’altra giornata difficile. Uno più uno, devo prendermi qualcosa da mangiare per strada quindi. Cambiarsi, cercare senza far rumore gli appunti fra i fogli sparsi sul tavolo della sala, prendere le chiavi della macchina dalla borsa di Paola. Rimetto le scarpe con un fruscio, sporgendomi ancora un istante sulla porta della sala. Sorrido ad un paio di piedi nudi che sporgono oltre il bracciolo, leggermente illuminati nella stanza buia, poi esco veloce.

Un sogno? Un suono? Qualcosa che sbatteva. Braccia. Mi accorgo di averne un paio. Le uso per girarmi e l’aria è improvvisamente fresca sul mio volto. Rumore di troppi colori sul soffitto della sala scura, finché non mi alzo ed accendo la luce. Fuori è notte, l’autunno ha rubato quella mezz’ora di luce che avrei speso al davanzale, seguendo il grido delle rondini fra i palazzi, e con essa parte del piacere di fumare dopo cena. Devo smettere, in ogni caso. “E non hai cenato,” mi ricorda una tensione all’altezza del secondo bottone.

Torno verso l’auto di fretta, il cartoccio tiepido stretto fra le mani. Giacca, devo ricordarmi la giacca. La ghiaia scricchiola sotto le suole, e mi sento Armstrong sulla luna mentre attraverso il piazzale in questa serata piena di stelle. “Ma nello spazio non ci sono suoni,” direbbe Paola. E ignorerebbe anche la mia speranzosa spiegazione sulla tuta che trasmette le vibrazioni, “e sulla luna c’è polvere, non ghiaia.” Appoggio la mia cena sul sedile accanto, mentre cerco un altro argomento per tenere in piedi la metafora di fronte a Paola. Il tic-tac impaziente della freccia mi fa pensare che non ho speranza, mentre rientro in strada.

Un minuetto mi distrae dalla ricognizione del frigo, in ogni caso tendente al vuoto. Apro la borsa e la suoneria, prima smorzata, mi sveglia del tutto. Rispondo in fretta soltanto per zittirla —“Paola? hai...”—“Ciao, sei già passato da casa vero?”

Mi fermo davanti all’auto, la ghiaia della mia luna personale ammutolisce. “Si, ma sto tornando indietro. Non hai ancora cenato, vero?” Mi siedo al volante ed appoggio un secondo cartoccio accanto al primo, sopra la pila di fogli.

“E la riunione? Non era stasera?” domando, nel dubbio di essere ancora un poco addormentata. Tensione, brontolio, “No, non ho ancora cenato, mi sono addormentata sul divano...”

“Ti ho visto. Sembrava suicidio, soffocamento da cuscino.” La risata dall’altra parte risuona strana attraverso il telefono, ma è chiaro segno che il sonno le ha ridato un po’ di energie, “Sono li fra poco comunque, non preparare.”

“Oh, mi porti fuori?”

“Sono passato dal take-away.”

“Ingrasseremo.”

“Mai.”