Sulla via di casa

«Mi sono appena svegliato, così di colpo, da un sogno in cui cammino per la città, qua in Scozia. Il mio passo è affrettato, faccio attenzione a tenermi il più vicino possibile agli edifici, per proteggermi dall'immancabile maltempo.

L'università da cui sono appena uscito non è al solito posto, niente parchi o prati, ma più in centro, dove le strade sono più strette e gli edifici più alti. Anche da li la via di casa la conosco, sebbene la cattedrale di pietra scura che sorge davanti a me sia nuova e disturbante. Mi affretto a girarle attorno, mastodontico edificio gotico, ma una volta all'altezza dell'abside vedo il cielo dietro di essa, e cambio idea. Nero e minaccioso oltre l'abituale, è una distesa di nuvole più alte, più compatte e cosa più strana per questa città, immobili. A parte quelle che girano, mi accorgo spaventato, e non sono poche.

Trombe d'aria in quantità, alla Twisters, collegano il soffitto delle nubi ai tetti degli edifici da cartolina sulla collina del castello, dall'altro lato del fiume. Fiume che nella realtà non esiste, al suo posto ci sono un parco e la ferrovia, ma una piena ci stava meglio. E come nella realtà, un solo ponte attraversa questa crena nel bel mezzo della città, ed è quello che devo attraversare per tornare a casa. Tengo a precisare che i tornado sono ben disposti li, fra me e casa, ma gli edifici qua sono in pietra, e a differenza della casette americane sembrano beffarsi degli sforzi del vento impazzito. A parte antenne e tende, che svaniscono nel nero. La città è deserta per il resto, cosa ci facevo all'università?

Ritorno sui miei passi, l'aria si fa più scura. Se non mi conviene aggirare la chiesa, posso passare attraverso il transetto ed uscire sulla strada, subito vicino al ponte. L'alto portone di legno è chiuso, ma la porticina alla base non oppone resistenza, e sono dentro. L'aria è immobile, ed io attraverso la navata in velocità, infastidito più che sollevato dall'improvvisa differenza.

Ci vuole poco per attraversare una cattedrale se lo fai di lato, e ancor meno se lo fai di corsa. Apro la porta del braccio opposto, mi siedo sui gradini appena fuori, al riparo sotto l'arcata. Con la coda dell'occhio, guardo l'interno tanto calmo dell'edificio che sto lasciando: l'aria è come oscura, i colori desaturati; una strana tensione mi suggerisce che sto bene li fuori, venti metri da un fiume in piena, un centinaio da una mandria di tornado di malumore.

E fulmini, prima non li avevo notati, fulmini come d'estate sul mare quando il cielo non ce la fa più, e scarica l'attrito della giornata senza una goccia di pioggia, lacrima di sollievo. E in mezzo ai fulmini, come a dire "è un sogno, è il momento di esagerare", ci sono delle luci, sfere color della fiamma del metano, incerte se essere gas o elettricità, che si aggirano fra le colonne grigie di cui si parlava sopra. Alcune tegole lasciano la torre dello Scotsman Hotel, risucchiate verso alto, giusto sulla strada che mi appresto a percorrere.


Un portone sbatte alle mie spalle, e torno a guardare attraverso la cornice del portoncino, dentro la cattedrale di pietra scura. Leo sta percorrendo di fretta la mia stessa traiettoria lungo il transetto, accompagnato da una ragazza dalla faccia simpaticamente rotonda, alta la metà di lui, che mi raggiunge nella metà del tempo. Lei mi riconosce e mi saluta ma, donna, il mio cervello ti ha appena inventato, non chiedermi di ricordarmi il tuo nome.

D'altro canto non vedo Leo da quasi due anni, complici i troppi aerei che entrambi prendiamo e le leggi delle probabilità; ne' gli scrivo da mesi, colpevole solo la mia pigrizia. Nonostante in fondo non ci sia mai stato questo grande scambio epistolare, ora pare sia appena uscito dalla mia stessa università.

Ciao Leo, com'è?”—tornadi a parte—Sto cercando di arrivare a casa.” Leo, che da buon fisico è completamente immune allo spettacolo che le forze della natura stanno mettendo su, mi saluta con un pollice verso l'alto: Mmmh,” ci ragiona,non sarebbe male arrivare a casa in fretta con questo tempaccio, ma la via è ardua.” Saggio uomo, anche nei miei sogni.

Un'ultima occhiata alla strana aria nera e greve del luogo sacro, e via, senza pentimento, verso i tornado, i fulmini e le sfere. Scendiamo la scalinata e la strada, verso l'incrocio e il ponte. North Bridge è un ponte tozzo, a quattro corsie (più spartitraffico, più marciapiedi, più muri di un metro), sì spesso che sembra dover resistere al Rio delle Amazzoni, ma è costruito sopra una ferrovia. Nel mio sogno ricopre con successo un ruolo più adatto grazie al provvidenziale fiume in piena, quindi siamo pronti ad attraversarlo senza timore.

Ma non lo facciamo, perché siccome di sogno si tratta abbiamo un ottimo motivo (non noto) per sederci a prendere fiato, all'entrata della concessionaria deserta sull'angolo della strada (che non esiste). Mentre tutto è sempre più scuro, sempre più cupo, noto che in tutto questo caos mancano però le voci, le urla, le devastazioni da b-movie, e non mi piace, c'è qualcosa di sbagliato e in qualche modo non è il mio tipico sogno.

La sfera. Una sfera è scesa sopra il ponte, e galleggiando ad un metro da terra ondeggia verso questo lato del fiume. È un giallo più intenso ora, l'azzurro è solo un alone, è una di quelle palle che ottieni quando metti nel microonde qualcosa che non dovrebbe essere messo nel microonde. Solo, è mezzo metro più grande. Realizzo però che è l'unico oggetto colorato rimasto al mondo. Il resto è grigio scuro e nero, una fotografia vergognosamente sottoesposta.

La traiettoria della palla da microonde gigante cambia, diretta verso la concessionaria. Odio allegri fenomeni naturali che improvvisamente mostrano di essere senzienti. Leo dorme, la ragazza in quanto personaggio secondario non fa nulla, i tornadi girano e la sfera mi punta, lentamente, sotto un cielo color piombo.


"Sfera, che vuoi?" penso, non dico, perché un minimo di rispetto per entità plasmose probabilmente aliene ci vuole. La sfera non parla, non comincia monologhi sull'invasione del mondo, non da fuoco alle automobili alle mie spalle con raggi verdi. Eppure mi sta raccontando qualcosa. Con senso di urgenza e pericolo, ed in un modo molto anticlimatico, realizzo che sta avvenendo qualcosa di grosso e noi siamo nel posto sbagliato; una battaglia attorno a me, che non posso vedere, fra... fra...—un lampo giallo, sono seduto sopra Leo, la ragazza è seduta sopra di me, semi ammassati sui gradini davanti al negozio. La sfera è sopra di noi, e ci solleva a guisa di pacchetto. L'entità plasmosa mi ha truffato e ci sta portando da qualche parte. Saliamo.

Saliamo e ci dirigiamo verso il ponte, verso i tornado che forse iniziano ad avere la meglio di qualche edificio più vecchio. C'è tanta roba per aria, contando anche sfere e macerie, ma nessuno nelle strade sotto di noi. Guardo verso l'università, verso il mare, verso nord. E non li vedo, c'è solo un muro di nubi. Ma dal settimo-piano-equivalente che sembra essere l'altitudine di crociera della nostra palla rapitrice comprendo la battaglia, non era una truffa. E l'Oscurità, con una sagoma che ricorda la bocca di un enorme rospo, o di una Bestia uscita da qualche Rivelazione, si sta chiudendo sulla cattedrale. Sto sognando in grande.

Fisso tutto ciò mentre Errore-da-Microonde-Volante ci allontana dal fiume con tutto il mio rinnovato rispetto. Leo fissa anche lui la scena, e il suo ateo commento è un sincero Oh Dio.”—No, non ancora,” risponde la sfera, a dispetto di tutti i miei ragionamenti sul fatto che non potesse parlare, o potesse fare di meglio, ``lo scontro è grande, ma non è lo Scontro.”

Siamo a terra, lontano a sufficienza perché la città sembri quasi normale, al confronto con rospi giganti del male e confezioni famiglia di twister. Interrogo la Sfera prima che sfugga e torni a qualunque cosa stesse facendo nel cosmico avvenimento: E noi, cosa possiamo fare?” Il suo giallo pulsa, più caldo e quasi arancione, mentre risponde una cosa per lei ovvia:Potete pregare.”

Un mio sopracciglio si alza di volontà propria, ancora dubbioso. ``Ferma, quale dio?”—ma è già lontana.»

Mi sveglio, mi alzo un po' ridendo. Scrivo due righe a Leo, ne scrivo troppe qua.