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Bruchi e zucchero invertito

Bruco Gnam gnam gnam

Pagine e pagine si accumulano nell'oscurità della cronologia di Firefox. Ogni tanto mi chiedo quale strumento o visualizzazione potrebbe estrarne informazioni utili. Proviamo questo: cosa ho letto di interessante su Wikipedia, ultimamente?

Incuriosito dalla presenza di bruchi tigrati su un particolare cespuglio dietro a casa, ho scoperto che appartengono alla Cinnabar Moth. Nelle ultime settimane si sono mangiati quasi tutte le foglie ed i fiori. Buona fortuna, cespuglio.

Il personaggio di Eta Beta (o Eega Beeva in inglese) è apparso per la prima volta nel 1947. In breve tempo prese posizione come protagonista nelle striscie periodiche, relegando Topolino in secondo piano, e fu "rimandato a casa" nel 1950. Ripreso e sviluppato dagli autori italiani, è un personaggio molto più famoso in Europa che negli Stati Uniti.

Ho incontrato una Littorina comune sulla spiaggia, e tornato a casa mi sono addentrato in dense pagine a proposito delle chiocciole. Sono bestie strane, molto strane.

Lo sciroppo zucchero invertito si chiama così perché polarizza la luce con un angolo opposto rispetto allo zucchero in cristalli.

Vedere oche sulle sponde del laghetto vicino a casa mi fa venire in mente un vecchio cartone animato. Scopro che deriva un libro del primo '900, Il Viaggio Meraviglioso di Nils Holgersson, scritto per educare i bambini sulla geografia della Svezia. Ne esiste anche una versione animata russa del 1955.

Dei pazzi in Francia stanno costruendo un castello da zero, con tecniche medioevali. Sono a buon punto e si può visitare, pandemie permettendo.

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Chiocciola sulla spiaggia.

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Verso il centro

In questi ultimi giorni sul lavoro, la pila di cose da fare di corsa mi ricorda perché voglio cambiare. Ma Venerdì chiudo il coperchio del portatile, come fosse una porta. Mi lascio alle spalle ogni interesse o preoccupazione per ordini e pagamenti di costosi bicchieroni di acqua sporca al gusto di caffè. Lascio anche Java ed il suo ecosistema di pesanti librerie, incollate assieme da pesanti strumenti, per costruire pesanti servizi. Microservice che consumano giga di memoria non mi hanno dato grandi soddisfazioni.

Ogni ditta ha i suoi problemi. Questa non era male: gente simpatica, un buon ambiente, problemi interessanti. Ma l'ambito e l'industria rendevano inevitabile una continua corsa dietro ai mutevoli desideri dei clienti. L'utente invece, l'essere umano davanti allo schermo, era un personaggio secondario: esisteva per inserire i dati della carta di credito, principalmente.

Domani mi aggirerò per il centro e rimetterò piede in ufficio, dopo più di quattro mesi. Magari incontrerò un collega o due, in cerca di silenzio fuori di casa. In combinazione con il sole ed i 27°C previsti, mi aspetto qualcosa di surreale. Un po' di traffico magari, gente in giro, ma la maggior parte dei negozi chiusi. Girato un angolo, rumore, la nebbia dei barbecue bassa fra gli alberi, il parco pieno di giovani che non si lasciano sfuggire un rarissimo giorno d'estate. Poi di nuovo strade semi-vuote.

Niente festival quest'anno, niente tattoo, niente ondate di turisti. La spianata davanti al castello è libera da impalcature e spalti. Una città in convalescenza.

1Q84

Haruki Murakami, 2009

Avevo rimesso Murakami sullo scaffale giusto un anno fa, lasciando la porta aperta ad un terzo libro. Non avevo piani precisi, ma il terzo libro è apparso per Natale, in regalo dal cognato perché “A te piacciono i libri spessi e strani.” È un giudizio un po' grezzo forse, ma non incorretto, e la trilogia di 1Q84, rilegata in un singolo volume da 1300 pagine ed oltre, si è rivelata una apprezzabile epica del weird.

Togliamo un dubbio di mezzo: il titolo è un gioco di parole Giapponese. L'anno 1984 si leggerebbe ichi-kyu-hachi-yon, dove kyu suona come Q pronunciato all'Inglese. Posso tradurlo in mille-quecento-ottanta-quattro e farvi venire il mal di pancia. La storia si svolge in quell'anno, ma i protagonisti capitombolano in una realtà parallela, le cui differenze si dimostrano via via più grandi e pericolose, e da cui cercano di uscire.

Come negli altri due libri di Murakami che ho letto, la storia segue due personaggi a capitoli alternati, le cui storie sono separate ma evidentemente destinate ad unirsi. La tensione a convergere è forte, ma ci mette 400 pagine di troppo. Lo strano si dilunga, prende vie secondarie, ammassa descrizioni ed erudizione. Fa un passo nell'orrore grottesco, un passo in quello psicologico, ma non ci si addentra. Al centro del racconto restano le lente e difficoltose traiettorie convergenti dei due protagonisti.

Sono indeciso sul giudizio: da un lato la lentezza e lunghezza si fanno notare durante la lettura; dall'altro, l'ho finito comunque in un mese, ad una media di 50 pagine al giorno. Forse ha qualcosa in comune con un lunghissimo film di Tarkosvky, dove i tempi lunghi sono uno strumento per lasciare spazio ai pensieri spettatore?

Alla fine, quello che conta è che ho chiuso 1Q84 soddisfatto. Lo rimetto sullo scaffale, e considero l'investigazione di Murakami conclusa.

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Lento e veloce

Luglio è arrivato, e fuori qualcosa inizia a riaprire. C'è decisamente più traffico alle ore di punta, ed il suono quasi dimenticato degli aerei si fa sentire sempre più spesso. Le rare volte in cui esco a far la spesa (quando la consegna a casa non si allinea con la scadenza del latte) sono poche le persone che devo evitare sui marciapiedi. I manifesti pubblicitari dalle fermate degli autobus sono fermi a Marzo: uova di Pasqua ed hamburger in offerta, ma sbiaditi dal sole, accrescono la sensazione post-apocalittica delle strade semivuote.

Le piccole riaperture non sono ancora sufficienti a cambiare la routine giornaliera, e ben lontane dallo scalfire quella lavorativa. Gli uffici sono ancora chiusi, e resteranno tali per almeno un altro mese. Nel frattempo però, ho recuperato un lavoro nuovo, locale ma ovviamente remote, che inizia a metà Agosto.

La ricerca questa volta è durata tre mesi. Ho contattato una mezza dozzina di compagnie, di cui solo una tramite agenzia—poi sparita nel nulla. Ho portato avanti tre processi fino all'ultimo colloquio, e ricevuto due offerte. Ho rifiutato quella più generosa: la reperibilità non è compatibile con il mio stile di vita, neanche aumentando i paperdollari. Ho scelto la ditta con l'ambiente più interessante, ed un prodotto che non mi fa sentire colpevole: i clienti sono esseri umani, pagano, ed il software li aiuta a risolvere problemi complessi.

Rischiando la vanagloria, annoto qua un dettaglio che mi sarà utile ricordare in futuro, in quelle sere buie quando l'incertezza esistenziale e professionale si solidifica in pensieri negativi. La posizione di cui avevo letto era a “livello medio”, e durante il primo colloquio avevano messo in chiaro i limiti di responsabilità e di compensazione.

— Ti interessa ancora?

— Si.

Dopo aver lavorato per due ditte disperatamente alla ricerca di una direzione, ero pronto ad un passo indietro pur di lavorare con un prodotto sano ed in un ambiente positivo. Così ho completato molteplici colloqui, parlando con sette persone diverse, poi è arrivata la telefonata.

— Purtroppo sei over-qualified per la posizione. Ma hai fatto una cosi buona impressione su tutti che abbiamo trovato altri soldi, cambiato il ruolo, e ti vorremmo assumere al livello sopra.

Emano luce, e nel frattempo studio Ruby.

A Slip of the Keyboard

Terry Pratchett, 2014

Ho lasciato passare troppo tempo prima di raccogliere i pensieri a proposito di questo libro, ed alcuni sono sfuggiti. In parallelo, la resistenza allo scrivere questo post è aumentata, quindi è meglio mettere giù poche parole semplici.

A Slip of the Keyboard è una collezione di articoli e saggi di Terry Pratchett, autore di fantasy e fantascienza, e di una delle collane preferite del Venza, quella del Discworld. Io ne ho letto solo una manciata, e forse ne ho ascoltati altrettanti, nel periodo in cui apprezzavo gli audio-libri, un decennio fa. Ricordo con piacere la voce di Nigel Planer calcare le lettere maiuscole.

Se i racconti di Pratchett fanno sorridere, i saggi non sono da meno. Ognuno è una piccola perla di osservazioni sull'Inghilterra, sulla fantascienza ed i suoi dintorni, e sulla carriera di uno scritto. Ma anche, verso la fine del libro, su vita, malattia e morte. Malato di Alzheimer, Pratchett ha speso i suoi ultimi anni spingendo per un aggiornamento della legislazione sulla morte assistita. Ricordo il suo documentario nel 2010, difficile ma importante.

Senza volerlo, mi ritrovo in mano un secondo libro sulla morte assistita, dopo Accabadora. La prospettiva e simile, ma il tono è così diverso: c'è rabbia sotto le parole di Pratchett, verso chi ignora il problema, chi si nasconde dietro preconcetti, e chi guarda dall'altra parte. Si nota, perché gli articoli in questa raccolta coprono quasi tutta la sua carriera, dagli inizi incerti, attraverso gli anni del successo internazionale, fino alla malattia. La voce cambia, si rafforza e prende confidenza, ed infine si appuntisce.

Alcuni autori sono solo un nome sopra al titolo. Il documentario già aveva reso Pratchett una persona ai miei occhi, ma questo libro lo rende uno di quei signori in paese che ti ricordi da bambino, ed ora sono anziani. Un vecchio conoscente, che ora non c'è più, e scopri che ti manca.

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Settimane

Da due mesi e più, ogni giorno percorro lo stesso pezzo di sentiero dietro casa. Ho visto i rami spogli riempirsi di gemme, di fiori, poi di foglie. Il sole si è alzato, ma un denso tetto verde ora nasconde il cielo. Neanche cinque metri separano il sentiero dalla strada, ma la civiltà svanisce dietro a cespugli, alberi, e le più rigogliose ortiche che abbia mai visto: alte sopra al ginocchio, foglie grandi come la mia mano.

Incontro regolarmente un paio di merli che pattugliano il sentiero, e vicino all'incrocio, dove gli alberi formano una volta più alta, si poggia spesso uno sfacciato pettirosso. Mi fermo ad ascoltarlo a neanche un metro, e mi chiedo come faccia così tanto suono ad uscire da una creature così piccola. D'altra parte, la civiltà aveva abbassato il volume, lasciando che altri suoni venissero a galla.

Alberi, ed una mosca Mi aggiro nel verde

Attorno alla passeggiata dopo pranzo, le settimane inizialmente disorganizzate hanno preso forma e consuetudine. Lavorare da casa, ricevere la spesa il Martedì, uscire una volta al giorno. Poche le variazioni sul tema. Ma il mondo è in flusso, e le porte si stanno riaprendo. Il traffico è tornato, riportando la strada in primo piano, e rubando magia al sentiero. Osservo ed aggiro gruppetti di persone sempre più grossi, e rimpiango la calma del mio lockdown privilegiato.

Dimensioni dei monitor L'inarrestabile crescere degli schermi

L'informatica non si è fermata, nonostante La Situazione, e nemmeno i colloqui di lavoro. La ricerca continua, ma un paio di possibilità si stanno allineando. Posizioni in città, ma remote: il nuovo normale a cui ci siamo abituati così rapidamente che nei colloqui neanche lo menzionano. Anche adattare la casa al lavoro d'ufficio è stato semplice. Ho solo aggiunto uno schermo, il più grosso che la minuscola scrivania potesse contenere senza sporgenze. Il formato 21:9 è curioso, ma funzionale. Il progresso ci porta più pixel, ma col tempo sto anche ammassando pollici.

Sono stanco però, spesso. Numerose giornate giungono al termine nell'insoddisfazione, e finiscono troppo tardi, accumulando ulteriore stanchezza. Attendo con trepidazione di poter andare altrove e spenderci del tempo senza tensione. In ufficio, in un parco, su una spiaggia. Altri posti per altri pensieri.

Accabadora

Michela Murgia, 2009

Apprezzo sempre quando qualcuno mi suggerisce un libro inaspettato, fuori dal mio solito bacino di lettura. A posteriori, sono ancora più contento quando il libro si rivela ottimo. Il suggerimento questa volta arriva da Chiara, ed il volumetto che prendo in mano un soleggiato pomeriggio di lockdown si intitola Accabadora: in dialetto sardo colei che finisce.

La storia si incentra su un paesino nell'entroterra della Sardegna, fatto di casine, strade sterrate, muretti e coltivazioni. Il periodo è vago, ma gli indizi puntano agli anni 50–60 del secolo scorso. Il libro segue una ragazzina, per la quale la madre ha poco interesse, e la vedova un po' avanti negli anni che la prende in adozione, e la cresce nella piccola comunità. L'anziana è l'accabadora del paese: una figura dei racconti popolari sardi, la cui esistenza non è provata, che nei secoli scorsi si occupava portare a conclusione le sofferenze di anziani e malati.

Attraverso questa figura, ed il rapporto fra le due donne negli anni, Michela Murgia affronta una discussione sull'eutanasia ed il diritto a morire. Lo fa con calma, descrivendo le circostanze delle persone che ricorrono alle prestazioni dell'anziana, e gli effetti su di lei, e sulle famiglie coinvolte. A volte c'è un riscontro positivo, a volte no.

Attorno, la ragazzina cresce, ed il mondo cambia. L'orizzonte si espande oltre al paesino della Sardegna, ma li ritorna. È un libro locale, che mi ricorda la Liguria dei racconti di Calvino. E forse le due località si sovrappongono, ed i muretti a secco che immagino sono quelli delle balze della mia gioventù.

Fra i ringraziamenti mi salta all'occhio quello “per avermi guarito dalla paura di usare il mio sardo.” L'uso del dialetto nel libro è minimo, ma essenziale. Da sapore al tutto, e ben si accompagna al sole che risplende per entrambi i giorni in cui divoro il libricino. Breve, ma resterà.