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In Vienna, with @alehandrof

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American Gods

Neil Gaiman, 2001

American Gods appare spesso nelle molteplici liste di libri importanti di cui abbonda il web. Liste di solito scritte da abitanti degli Stati Uniti, quindi un po' sbilanciate magari. Ma è uno dei libri che hanno vinto un Hugo, più una manciata di altri premi, e quindi meritano almeno uno sguardo. La combinazione gli assegna un certo “peso culturale percepito”, quasi una massa gravitazionale aggiuntiva, ordini di grandezza superiore a quella del materiale stesso.

Questo volumotto di Neil Gaiman era li sullo scaffale, importato credo durante il trasloco dalla Norvegia. Negli anni, in un movimento impersonale ed inevitabile, si è spostato dal ripiano dei libri "vari" a quello dei "non letti", fino alla pila dei "prossimi da leggere". Da quella pila alle mie mani è poi solo questione di tempo.

L'edizione che ho letto è il "testo preferito dell'autore", fai un director's cut, ed è rilegata in un parallellepipedo nero, che quasi sparisce sullo sfondo del divano. Ed è sul divano che l'ho letto questo Luglio, perché le lunghe sere d'estate conciliano la lettura con la finestra e la luce alle spalle, lo sguardo verso la buia parete in fondo alla sala. Libro nero, divano nero, giorni che si accorciano, ed il racconto di una guerra senza vincitori, in un freddo inverno fra Minnesota, Illinois, e dintorni.

American Gods segue un riluttante eroe, che si imbatte nello strano circolo delle entità in cui le genti degli Stati Uniti credono, od hanno creduto nei secoli. Ci sono moderni concetti come le autostrade, la televisione, od internet; ci sono personaggi originari dei pantheon degli immigrati del Nord America; ci sono vaghe ma radicate entità le cui origini si perdono nella preistoria, collegate alle popolazioni native ed a religioni ormai dimenticate. Tutte queste si mescolano ed aggirano in cerca chi di riconoscenza ed adorazione, chi di sangue e sacrificio, chi semplicemente di rispetto. Rappresentano, nella metafora e nella tradizione, la storia di una nazione composta di mille sfaccettature, in una direzione, e di strati sedimentari culturali, nell'altra. Gaiman raccoglie tutto con certosina attenzione, e poi lascia che le varie parti interagiscano.

Il risultato, come previsto, è cupo e complesso, interessante e profondo. Se la premessa mi ricorda le divinità del Discworld di Terry Pratchett, la trasposizione di Gaiman ne è la versione gritty, chiaramente figlia degli anni 2000. L'interpretazione riflette la geologia degli strati: l'intreccio è basato sull'interazione fra le ondate migratorie e culturali che hanno interessato gli Stati Uniti; sotto ad esso si può seguire l'evolversi della rappresentazione della cultura stessa, ed il continuo divenire della coscienza di sé dell'America—o delle tante Americhe?—che innalza o ricircola ideali ed eroi.

Ed in questo, il libro mostra improvvisamente la sua età. Gli Stati Uniti del 2019 sono assai lontani da quelli di inizio secolo. Nuovi sogni sono apparsi, hanno sostituito quelli vecchi, alcuni hanno già avuto tempo di appassire nella disillusione. E dal nostro lato dell'oceano è cambiato il modo in cui guardiamo questo rumoroso vicino che ci bombarda di immagini, in cerca di attenzione.

Nel mondo del libro, ci sarà di certo un'entità che rappresentava il sogno americano visto dal vecchio continente. Una volta era ricca, amichevole, e sorridente, ma come si presenterebbe oggi? In quali locali si aggira? Se sorride ancora, si nasconde qualcosa dietro a quel sorriso?

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"Dystopian" è un genere a sé stante.

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Ancillary Sword

Ann Leckie, 2014

È estate, e sono più di sei mesi che non prendo un aereo, quando mi ritrovo indeciso davanti allo scaffale in sala. Ho bisogno di un libro sottile, se non proprio tascabile, da portare in viaggio invece dei tomi spessi o pesanti che sto leggendo al momento. Con un movimento a spirale, lo sguardo converge sulla zona "serie in corso che prima o poi devo finire."

Agguanto così Ancillary Sword, il secondo libro di Ann Leckie. È passato quasi un anno da quando ho letto il primo volume della sua trilogia d'esordio. Gli altri due sono rimasti a fermentare sul ripiano, mentre cercavo (senza troppo successo) di variare genere.

La trama riprende dopo un paio di settimane di pausa, giusto per dare ai personaggi tempo di riposare. La galassia è in subbuglio, l'impero è in pericolo, l'orchestra della 'space opera' è pronta al glorioso crescendo... ma il previsto non accade. Invece di espandersi come spesso accade in questo genere, lo spazio della narrativa collassa in un solo sistema, dentro una sola stazione spaziale, concentrandosi sulle storie di un piccolo numero di personaggi. È una mossa inaspettata—almeno da me— ed interessante, una volta superata l'iniziale dissonanza con le aspettative. La scelta definisce la trilogia come la storia dell'insolito protagonista, reticente eroe a corto raggio, e non di una qualche grande crociata o missione ad alto rischio.

She could only be Anaander Mianaai, Lord of the Radch. “She sent us here to do exactly what we're doing. Doesn't it bother you, sir, that she took something she knew you wanted and used it to make you do what she wanted?”

“Sometimes it does,” I admitted. “But then I remember that what she wants isn't terribly important to me.

Neanche il grande piano dell'imperatore di tutto è importante.

Resto in Italia neanche una settimana, ma finisco il libro prima del ritorno, complice il caldo che mi tiene in casa nel pomeriggio. Da buon secondo volume, “Ancillary Sword” chiude un arco, ma allinea numerose costolette sulla grigliata della trilogia. Se avessi avuto il capitolo finale con me, probabilmente l'avrei letto subito, duplice conclusione sulla via del ritorno.

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Nuovo ponte sulla via per l'aeroporto, a Sestri.

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