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Il mondo-macchina di Sapernio

La seconda dose di AstraZeneca mi dona una febbre leggera, ma costante durante la notte. Il sonno viene e va, tenuto in sospeso dal generale indolenzimento, e da gabbiani sovra-eccitati. Giusto prima che la sveglia marcasse la fine di questa incertezza, ho sognato un videogioco che non esiste, e direi uno dei miei preferiti.

È un gioco in prima persona dal punto di vista di un bambino, seduto nella cabina di una piccola astronave accanto al padre, che la pilota. L'interno della cabina è buio, a parte il giusto numero di spie e lucette. Quello che illumina i due è invece il bagliore di stelle, nebulose, e galassie lontane, attraverso l’enorme finestra della cabina che riempie quasi tutto il campo di visuale.

Si può passare ad una mappa dall'alto, che mostra in due dimensioni la posizione dell’astronave e di altri mezzi, basi o artefatti nei dintorni. La fisica è corretta: si possono usare i motori per dare una spinta all’astronave in una direzione, e poi si spengono, lasciando spazio al silenzio. Un bip di rado segnala qualcosa, ma il resto è ronzio di fondo.

Dentro l’astronave ci sono bottoni che non si possono premere, etichette illeggibili al buio, e poco altro. Si può solo muovere la visuale del bambino sulla galassia piena di forme, colori, e vita. Quando lo sguardo si ferma su qualcosa per un paio di secondi, il padre inizia a raccontare con un accento impreciso dell'Africa centrale, la voce bassa. A volte ci sono piccoli dialoghi fra i due.

Quella è la Lisca di Oobern. È una nebulosa che vista dal centro della galassia assomiglia ad un pesce.

— Perché "lisca"?

Gli Asperon stanno raccogliendo i gas che la compongono, milioni di chilometri all'anno. I colori sono già più pallidi di quando ero piccolo io, ed un giorno rimarranno solo le venature centrali, come le spine di una lisca.

Il punto di vista cambia mentre l'astronave si muove, lento ma inesorabile. Uno sciame di puntini scuri si staglia sullo sfondo rossastro della nebulosa.

Quelli sono i reduci della battaglia del Quarto Sistema, che ritornano dopo aver vinto la guerra con gli Insettoidi. Arriveranno al loro pianeta natale fra due secoli o più.

— Ci sarà una festa quando arrivano?

Forse, se qualcuno si ricorda di loro, e della guerra. Sono stati i pro-pro-pronipoti dell'esercito originale a vincere la battaglia, e saranno i loro pro-pro-pronipoti a tornare a casa.

Astronavi da guerra generazionali? Certo che si, in questo gioco.

E così via, senza una chiara meta. L’astronave visita basi e colonie, costeggia buchi neri e pulsar, attraversa il silenzio. Lucine lampeggiano nel buio.

Quella è la Flotta Perduta degli Invasori. È bloccata da tempo in un pozzo gravitazionale, sembra non riescano ad uscire. Nessuno vuole andare ad aiutarli, e non sappiamo quanto sia lontano il loro sistema di origine.

Ci sono piccoli upgrade da raccogliere sulla mappa, e se ti perdi o sei in pericolo puoi tornare al punto di partenza, senza perdere nulla, e ritentare una via diversa.

Quelle luci laggiù sono il mondo-macchina di Sapernio, che attende.

—Cosa aspetta?

Non l'ha ancora detto a nessuno.

È un videogioco che non esiste, ma non serve che esista. Sogno luci e galassie, mondi meravigliosi, e le loro storie. Il gioco è solo una cornice, una scusa che la ragione imbarazzata costruisce attorno ad un bambino, che un po' sta invecchiando, che sogna lo spazio.

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Strano e normale

Cramond Island Sospesa fra spiaggia e nebbia, entrambe temporanee

Perso il conto dei mesi, La Situazione si evoluta in un misto di normalità e post-apocalisse. I numeri salgono e le restrizioni si allentano, creando comportamenti polarizzati nella popolazione: ci sono quelli finalmente liberi di fare tutto e di più, e quelli ancora più preoccupati di prima. Camminare in centro in effetti vuol dire incontrare gruppi che ignorano limiti e distanze. Si vedono da lontano, e vanno aggirati come se fossero zombie.

Sebbene non mi senta di abbracciare le masse, anch’io sto approfittando del bel tempo e delle regole più rilassate. Amici e conoscenti mi trascinano in giro, ed ho di nuovo relazioni sociali dal vivo, dopo tanto tempo.

Un ex-collega mi propone un giro in bicicletta, cosa che faccio di rado, ma non si dice di no. Ci dirigiamo fuori dalla città, lungo la costa. La marea è bassa, e lo sguardo può spaziare su una lunga spiaggia, rilassandosi dopo settimane negli spazi più ristretti della città. Passiamo davanti all’isoletta di Cramond, raggiungibile a piedi per qualche ora, ma proseguiamo risalendo l’estuario fino a Queensferry. Li il Forth è attraversato da tre strutture: l’iconico ponte ferroviario, li dal 1890, ed i due ponti stradali moderni. Ci sediamo a guardare navi, barche e pescherecci che passano, e ad osservare banchi di nebbia che di tanto in tanto si mangiano l’altra sponda.

Bridges from Queensferry Quei ponti vanno da qualche parte, ve lo assicuro

Torno a casa dopo cinque ore di pedalata, e le gambe stanchine. Il giorno successivo vago per la città con il Proppo, primo visitatore da quando è cominciata la Situazione. Fa strano, ma è anche tutto normale. Scaliamo colline, attraversiamo il centro da un lato all’altro, saliamo gradini. Le gambe stanchine ringraziano.

Quest’ultimo fine settimana finisco in un giardino con una manciata di ex-colleghi. Ci sediamo ad una consona distanza, ci raccontiamo storie di lavoro da casa, di generi alimentari consegnati a domicilio, di periodi solitari. Di nuovo strano, di nuovo normale.

C’è un po’ di speranza, quasi ottimismo svergognato in faccia al peggiorare de La Situazione. La seconda dose arriva a fine mese, poi ci sono ferie, e piani di volo da mettere in pratica. Ma il regalo dell’estate arriva dal lavoro non-più-nuovo. Mentre si avvicina il primo anniversario, la ditta ha deciso che siamo tutti un po’ stanchi, e sarebbe saggio lavorare quattro giorni alla settimana fino a Settembre. Scadenze e piani sono stati ridotti di conseguenza. Assaporerò questi otto lunghi fine settimana con attenzione, considerando se un contratto all’80% sia qualcosa che mi attira per il futuro.

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Estate insolitamente estiva

L’estate è giunta persino in Scozia e continua da settimane, inaspettatamente. Così Maggio è volato e Giugno ha mantenuto l’abbrivio, fra gite e passeggiate e semplicemente sdraiarsi sul prato dietro casa finché l’ombra degli alberi non segnala la sera. Il tramonto poi si dilunga, e dilunga, come capita a queste latitudini. Ho provato più volte a sedermi e scrivere, ma non ha funzionato. A parte questa sera.

Una collina chiamata Tomtain Muretti di pietra, ovunque, delimitano il di qua ed il di la.

Le settimane a cavallo fra Maggio e Giugno sono state pieno di libri. Durante le ferie ho quasi letto troppo, in effetti, passando un paio di giorni in quello stato in cui le sensazioni traboccano oltre la lettura ed invadono la soggettività. Mi sono fermato un poco, lasciando che le tensioni create dalla narrativa cagliassero tornando sul fondo, visto che la realtà non ne aveva bisogno. Ora ho cominciato un singolo libro, ed avanzo a velocità più sana, godendomi il viaggio.

Mi è capitato di vagare ancora per la città: sono andato verso sud, scoprendo, nascosti fra quartieri residenziali, tre diversi glen verdeggianti. È un evento che si ripete ad Edimburgo: nel mezzo di una zona abitata, un cancello si apre su quello che sembra un piccolo parco. Ma il sentiero scende, incontra un fiumiciattolo, e procede accanto ad esso. Corso d’acqua e percorso pedonale si addentrano nel bosco, le sponde diventano ripide e dense di vegetazione, e la città scompare. Ad un certo punto l’opposto: il terreno si appiattisce, ed un cancelletto si apre all’improvviso su una strada trafficata, magari di fronte ad un centro commerciale. Wormhole di vegetazione nel mezzo della città, e contemporaneamente fuori da essa.

Il primo vaccino è arrivato il 31 Maggio. La lotteria degli effetti collaterali mi ha donato ventiquattr’ore di febbre, niente di più. Se il mondo non si ingarbuglia oltre, potrei riuscire a muovermi verso fine Agosto. Ho vaghi piani di discesa cum lavoro remoto, vedremo come metterli in pratica.

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Ci siamo quasi.

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Exhalation

Ted Chiang, 2019

Mi sorprende che ci siano voluti due anni prima che portassi a casa Exhalation, una collezione di storie di Ted Chiang. Ho apprezzato alcuni dei suoi scritti, letti per caso negli anni, e la premessa dietro al film Arrival—non ho letto la storia da cui è tratto, ma è chiaro cosa venga da Chiang, e cosa da Hollywood.

Exhalation raccoglie una decina di piacevoli racconti, con poche astronavi forse, ma molte domande sull’umanità. Cresciuto a Philip K. Dick, mi sono sentito a casa. Ma oltre alle domande sull’essere umani, ed agli interessanti spunti scientifici, c’è un qualcosa in più che fa sorridere. Credo sia la curiosità, il positivo interesse per le persone e la complessità delle loro vite, che esce dal testo e riscalda il lettore.

Ho letto una storia al giorno, digerendole con tutta calma. È un libro che merita il suo tempo. È probabile voglia rileggerne una o l’altra in futuro, quindi lo terrò in prima fila sulla libreria. Ahimè, la libreria è già su due file, si.

Va notato che molte delle storie raccolte in Exhalation erano già state pubblicate altrove nell’ultimo decennio. Ne avevo già letto un paio, online, senza saperlo: What’s expected of us, ed Anxiety is the dizzines of freedom. Quest’ultima è ottima, andate a leggerla ora.

Agency

William Gibson, 2020

Era tempo che aspettavo di leggere questo libro. Prima ne ho atteso la pubblicazione, poi che ne uscisse l'edizione tascabile—preferisco la brossura—sempre facendo attenzione a non leggerne recensioni o spoiler. Agency è il seguito di The Peripheral, uno dei miei libri preferiti degli ultimi anni. Le aspettative erano alte, ed andavano tenute sotto controllo. Ma una volta nelle mie mani, complici le ferie, ho abbandonato ogni ritegno.

La lettura coincide con le ferie, ed una breve vacanza fuori città. Sulle colline nel mezzo del nulla c'è poco da fare, le galline sono già andate a dormire, regnano il silenzio e la pace. Due terzi del libro spariscono in due giorni. A posteriori sono certo di aver esagerato: sebbene sia uno di quei thriller dove i capitoli non superano le dieci pagine, l'ho letto troppo in fretta. Mi riservo di dargli una seconda passata prima della fine dell'anno.

L'universo—o meglio, il multiverso—è lo stesso del libro che lo precede, ma si dirama in nuove direzioni. Il non-viaggio del tempo su cui la storia si incentra, un meccanismo che può solo trasmettere informazioni, ha scovato un passato alternativo sia al nostro mondo reale, che a quelli fittizi di “The Peripheral”. E come previsto, tutto si ingarbuglia.

Il multiverso permette a Gibson di fare scelte diverse, ma anche di riportare in campo i personaggi più interessanti, e dar loro più spazio. La trama è piacevole, ma l'impatto è inevitabilmente minore rispetto al primo libro. Il mistero ed il disturbo lasciano spazio all'azione, mentre spuntano interrogativi sull'intelligenza artificiale ed il suo rapporto con la società.

Approvato, lo tengo sullo scaffale più raggiungibile pronto a sfogliarlo una seconda volta. Nel frattempo attendo, perché la trilogia non è completa.

This Is How You Lose the Time War

Amal El-Mohtar, Max Gladstone, 2019

Ho pescato This Is How You Lose the Time War a caso in libreria, per quanto il titolo mi fosse noto. Era saggiamente messo di piatto in modo da esporre la copertina sgargiante, e da buona allodola l’ho portato a casa. Sottile e leggero, è stato una piacevole lettura, di nuovo un sorbetto dopo l'intensità di Moby-Dick.

Il breve romanzo segue due agenti di opposte fazioni in una guerra fantascientifica, che viaggiano nel tempo e nello spazio, lasciandosi lettere sui campi di battaglia. Se all'inizio sono per schernire, pian piano i due si scoprono più simili e vicini di quanto la loro diversa origine possa far pensare. Le lettere dei due personaggi sono state scritte separatamente dai due autori, El-Mohtar e Gladstone, e riflettono piacevolmente due voci e due stili diversi.

Simpatico e ben scritto, è volato via in meno di una settimana. Solo una cosa mi ha dato fastidio: abbiamo due agenti che si muovono nei millenni e nei sistemi solari. Gli autori avrebbero potuto inventarsi qualsiasi cosa, ma fin troppo si incentra sugli ultimi due secoli del nostro mondo, inclusi riferimenti a recente popular culture, che invecchieranno in fretta. A metà lettura mi sono ritrovato a pensare: questa storia sarebbe stata meravigliosa nelle mani di altri autori—forse un pizzico di Pratchett, od una spolverata di Miéville. L'ho apprezzato comunque, leggero e luminoso mentre fuori arrivava l’estate.

Moby-Dick

Herman Melville, 1851

Moby-Dick si nasconde in ogni casa, inevitabile. Ce n'era una copia anche qua, che ho ignorato per anni. Ma fuori continuavano gli ultimi strascichi di lockdown, le librerie erano chiuse, ed in caso di necessità si legge quello che c'è.

Così l'ho aperto, ed ho cominciato. “Call me Ishmael”, ovviamente. Ho incontrato più di un Ishmael in passato, a volte in un pub o ad un qualche evento organizzato dall'università. Arriva sorridente, un po' alticcio, e si attacca. Entusiasta a proposito di argomento-x, riversa senza fine nozioni, opinioni, aneddoti poco interessanti. L'argomento man mano si espande, ma Ishmael continua, mentre la bavetta si addensa agli angoli della bocca, a raccontarti cose. Sganciarsi è difficile, e se cerchi aiuto guardandoti attorno, nessuno incrocia il tuo sguardo.

L'Ishmael di Herman Melville è fissato con le balene, con tutto quello che può anche lontanamente avere a che fare con i cetacei, e con la gloriosa professione dell'ammazzarle per guadagno. Di certo indossa una maglietta con scritto Ask me about whales. Vi hanno detto che Moby-Dick è la storia del capitano Achab? Solo in parte, forse un quinto del libro. Il resto è Ishmael che vi racconta, con esuberanza ed entusiasmo, quanto siano meravigliose le balene. E le baleniere. Ed i marinai. E di quanto siano sublimi ed indescrivibili i sentimenti e le azioni che includono balene. C'è un capitolo in cui si lamenta dei fantasiosi ed incorretti disegni di balene dell'antichità. Accettabile. Quello seguente? “Of the Less Erroneous Pictures of Whales”.

L'ossessione è grande, e mette ombra la fanatica missione di Achab. Ishmael ha letto mille libri, e si sente in dovere di citarli, con name-dropping biblici ogni due frasi. Frasi strapiene di metafore, similitudini, allegorie: tutto è sublime, anche il verso dei gabbiani. Una lunga introduzione al libro, che è sano leggere dopo, spiega come tutto sia importante e profondo, quasi profetico! Molti capitoli sono enciclopedici ed interessanti. Ho imparato un sacco di cose, ma ho anche aggrottato la fronte più volte di fronte alla glorificazione di quello che era un mattatoio galleggiante. I capodogli non li mangiavano: prendevano solo le sostanze grasse ed il resto lo lasciavano agli squali. Venivano macellati per fare candele, o lubrificante per meccanismi. Il peggio è quando Melville discute la possibilità che la caccia alle balene possa portarle all'estinzione. —Ovviamente no! E non portate come esempio i bisonti che sono spariti dalle praterie degli Stati Uniti, li era colpa solo degli indiani!— Tre milioni di balene morte più tardi, ne restano solo qualche migliaio.

Achab intanto cerca vendetta sulla famosa balena bianca. Famosa perché in molti l'hanno vista, hanno cercato di ucciderla, e gli è andata male. Quindi continuano a provarci, ed a perdere barche, marinai, o gambe. La balena bianca, fra parentesi, è presa da una storia vera, quella di Mocha-Dick.

Conclusa la lettura, sono rimasto un po' li a pensare. È un classico, si, ma potremmo lasciarlo ai lettori statunitensi, con il loro entusiasmo ed eccezionalismo. Il tentativo di evocare Shakespeare è visibile, nei personaggi e nella storia, ma non riesco ad apprezzarlo ricoperto da strati e strati di dramma e contorsionismi verbali. Torna sullo scaffale, il suo futuro incerto.