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R'Lieh compie 13 anni

Alcuni potrebbero non sapere che negli anni ho scritto e postato "cose" (termine assai preciso in questa occasione) su altri siti. Fra i tanti, quello su cui sono stato più attivo è di certo R'Lieh. Una volta pubblicavo di frequente, ma negli ultimi anni la vena scrittoria si era esaurità sia qua che la.

Come tradizione, per il compleanno di R'Lieh ho scritto due righe a proposito di blog, reti sociali e web che cambia. Andatele a leggere, si sentiranno meno sole!

The Improbability Principle

David Hand, 2014

Capita ogni tanto che qualcuno mi suggersica di leggere un libro nel modo più diretto possibile: dandomelo in mano. È successo di recente nello stesso ufficio dove gli SSD vanno a manovella, con questo libro a proposito di eventi improbabili e del loro presentarsi più spesso del previsto.

Chi ha letto un paio di libri della serie Discworld avrà incontrato uno dei motivi ricorrenti: se la storia lo richiede, l'impossibile avviene al momento giusto.

“Scientists have calculated that the chance of anything so patently absurd actually existing are millions to one. But magicians have calculated that million-to-one chances crop up nine times out of ten.” da “Mort”, di Terry Pratchett

E se sul Mondo Disco questo è dovuto alla narrative causality, in realtà bastano pezzi di statistica, matematica e psicologia, per mostrare come coincidenze ed eventi improbabili siano perfettamente normali. Siano essi strani risultati con i dadi, i numeri della lotteria, o fulmini che cadono nel posto sbagliato.

Dal un lato (quello numerico) gli esseri umani sono assai imbranati quando cercano di calcolare le probabilità di un evento: non si accorgono della moltitudine di combinazioni valide, allargano o restringono il concetto di "evento" senza ricalcolarne la frequenza, cambiano idea dopo aver compilato statistiche.

Dall'altro, ci sono così tante persone su questo pianeta, e così tanti momenti giorno dopo giorno, anno dopo anno, che anche l'avvenimento più improbabile ha sufficienti occasioni di presentarsi. Vincere alla lotteria è un evento raro, ma che qualcuno al mondo vinca una delle tante lotterie estratte, capita quasi una volta alla settimana.

Il libro si dilunga un filo se avete già fondamenta di probabilità, ma resta sempre interessante, portando esempi ed episodi simpatici e collegamenti scientifici che all'inizio non ti aspetti. Vedremo se la prossima volta che lancerò un dado riuscirò a guardarlo diversamente, con l'attenzione ed il rispetto che si merita.

La nuvola e le operazioni per secondo

Ho iniziato a lavorare nella mia posizione corrente esattamente due anni fa, il primo Settembre. Da allora la ditta è ingrassata, l'ufficio è passato da un paio di appartamenti riconvertiti ad un lussuoso (e rumoroso) open plan, e l'elenco delle mie responsabilità si è allungato.

Così per celebrare, oggi sono rimasto sul fronte fino alle 9 di sera. Seduto accanto a Devops, abbiamo combattuto contro la nuvola ed infine scelto una ritirata strategica. Ed acceso un antico Sun SPARC da qualche parte nella città, da remoto, via LOM accessibile solo da una porta seriale RJ-45, ma quella è un'altra storia.

Tutto è cominciato con l'aggiunta di un semplice disco in produzione. I nostri clienti accumulano dati e mese dopo mese i dati caricati sono sempre più di quelli archiviati. È venuto così il momento di aggiungere spazio sui server. Nulla di più facile ora che viviamo nel futuro della nuvola!

Nei giorni scorsi abbiamo cliccato qua e la nel pannello di amministrazione della nuvola, aggiunto costosissime volumi SSD per tutte le regioni che copriamo, cominciato a passare i dati sulle nuove partizioni. Arriva oggi il momento di scambiare i dischi in uso, fare un ultima sincronizzazione dei dati, ed andare a casa appena dopo le cinque. Questo almeno in teoria.

Asia e Pacifico non hanno nessuno problema, le Americhe fanno il passaggio senza dolori, e mentre l'ufficio inizia a svuotarsi all'orario di chiusura ci accingiamo quasi annoiati a fare il passaggio per i server in Europa. Ferma processi, copia copia, smonta, monta, sposta link. Ci vuole più di una mezz'ora perché tutti gli ingranaggi si arrestino, i pezzi del rompicampo vengano scambiati, oliati, e rimessi in movimento. Tutte le lucine verdi si riaccendono come previsto, e la normale replica dei dati si riavvia. Ma non finisce nei soliti 4 minuti.

E non finisce in 10 minuti. Ci scambiamo sguardi pieni di sospetto, troviamo nervose scuse per la lentezza.

Attorno ai 15 minuti, nulla è cambiato. Terminali pieni di log scrollano su almeno sei schermi. I dati stanno muovendo, tutto sembra normale. Solo... al rallentatore?

La replica si completa dopo 21 minuti. Altri due processi in coda hanno rifiutato di avviarsi. Imprecazioni di tre lingue commentano grafici con picchi insensati. Riguardiamo tutta la configurazione, tutti i passi fatti, il carico di rete, i load balancer. Gli unici numeri fuori posto sono quelli di un nuovo, costosissimo SSD. Un disco a stato solido moderno potrebbe fornire un milione di operazioni per secondo; uno di 8 anni fa dovrebbe fornire 5000 operazioni per secondo. Il nostro non vuole darci più di 500 operazioni per secondo.

La nostra applicazione ha bisogno di minimo 2000 iops. Un carico sensato che non è mai stato un problema. Scendi sotto questa soglia e vari pezzi rallentano, dati non sono dove devono essere nel momento giusto, componenti non rispondono in tempo. A 500 iops stiamo guardando la moviola.

Corriamo ai ripari, spegniamo pezzi, disattiviamo cose inutili, cerchiamo di ridurre gli accessi a disco in modo che le componenti importanti riescano a muoversi alla velocità giusta. Non c'è speranza, il disco ha una latenza di 20ms, quattro volte un disco a piatti.

Sono quasi le otto quando decidiamo per la ritirata strategica: riportiamo i dati sul disco originario (pieno al 92%), riallineamo tutti gli ingranaggi, rioliamo tutto e di più. Il mondo torna a muoversi a velocità normale. Accanto all'orgogliosa icona dell'SSD, nel pannello di amministrazione, la bolletta sale. Lenta, lentissima come il volume stesso, ma inesorabile.

La nuvola ci ha dato un disco finto, la nuvola se lo riprenderà. Per poi darlo a qualcun'altro, magia dell'allocazione dinamica.

Mattoncino su mattoncino

Spero non sia un sentimento di breve durata, ma al momento sono soddisfatto di questo sito: funziona. Dietro le quindi sto facendo infrequenti e piccoli aggiornamenti —ad esempio anche i libri letti sono ora conteggiati negli archivi— ed ho aggiunto molti dei vecchi post.

Arrivato però agli scritti del 2005, mi sono ritrovato di fronte ad un problema: la doppia lingua. Per ben tre anni ho scritto ogni articolo in italiano ed in inglese, visto che avevo lettori in Italia ed all'estero e mi preoccupavo di scrivere per loro. Adesso che la pigrizia ha preso il sopravvento, scrivo solo in una lingua.

Come integrare i doppi post nel nuovo sito? Come renderli trovabili da un ipotetico lettore anglofono? Qual è la via meno faticosa per raggiungere un risultato decoroso?

Oltre a quello, sto iniziando a pensare alle sezioni secondarie che una volta accompagnavano il blog. Alcune sono ormai storiche e non verranno più aggiornate, altre potrebbero raccogliere idee e progetti che al momento non appaiono da nessuna parte.

Con calma, col tempo. Per ora funziona.

Pride and Prejudice

Jane Austen, 1813

Sono un po' incerto su cosa mi abbia spinto a leggere “Pride and Prejudice”, a cavallo fra un paio di giorni di pioggia ed un paio di sole e caldo —inaspettati per la Scozia. Forse il fatto che fossi in casa solo e svogliato, assieme al ritrovarlo in ogni lettore di ebook come esempio di libro nel pubblico dominio?

D'altro canto, è assai strano che sia arrivato alla mia veneranda età senza averlo mai letto. Ho sempre visto “Orgoglio e Pregiudizio” in giro per casa: era un favorito di mio padre, la sua lettura rasentando la tradizione ogni estate, sulla poltrona verde accanto al camino. Ed una qualche sua edizione, scritta o filmata, è spesso nelle mani di mia sorella. Ma io non ho mai raccolto negli anni sufficiente curiosità per aprirlo e leggere oltre la prima pagina.

Ignorare recenti libri di successo non è strano da parte mia, ma altrettanto tralasciare un classico. Per i primi posso portare in causa la mia generale reticenza verso ciò che non ha provato il suo valore negli anni, e la mia idiosincrasia verso cose di rapido successo; per i secondi posso solo dare colpa alla mia pigrizia, e magari all'ancestrale seppur minima sfiducia che ancora rimane per tutto ciò che i professori del liceo suggerivano di leggere.

Nonostante tutto, le trecento e più pagine sono sparite nell'arco di quattro giorni, inclusi uno in cui il sole splendeva, uno in cui amici promettevano interessante compagnia, ed uno in cui avevo pianificato di fare tutt'altro. Non capita di rado che io finisca e chiuda un libro felice di esserne finalmente libero, non tanto pentito di aver dedicato ad esso troppo tempo, ma di avergli dedicato tutto il tempo.

Persone non sono state incontrate, codice non è stato scritto, la polvere regna sovrana. La pila di piatti è in attesa di un viaggio nel tempo e ben poca vitamina D è stata prodotta. Ma una romantic comedy scritta due secoli fa è riuscita a farmi ridere da solo nella sala vuota. Il linguaggio della Austen mi ha fatto stupire e non di rado forzato a ripassare intere frasi per assicurarmi di averne compreso le sfumature. Altri spezzoni ho riletto ad alta voce per poterne ascoltare il suono. Il tutto pessimo incoraggiamento, per me che già scrivo barocco.

E all'improvviso mi viene in mente che la mia libreria potrebbe aver bisogno di più varietà. Di stile, di voce e di argomento.

Sabato indolente

Teviot Teviot vuoto un sabato pomeriggio, in Luglio

Siedo su una vecchia poltrona un po' sgualcita in un bar chiuso, in un edificio con un numero di torri e scale a chiocciola superiore alla media.

Per chi è stato all'UoE, l'edificio di Teviot è uno di quei luoghi dove hai passato momenti normalmente non comparabili. Sono stato al cinema qua dentro, ho passato esami, ho bevuto birre, discusso lavoro e danzato stili opposti.

Questo pigro sabato pomeriggio sono uscito di casa per allontanarmi dall'amichevole ma insistente assedio del nuovo vicino strano, alcolista e bisognoso.

Ho vagato un poco per la città, messo piede in biblioteche e musei, ma fuggendo il crescendo turistico del centro ho trovato rifugio in questo edificio dell'università, quieto e vuoto in attesa del sabato sera. Tutto è calmo, e solo una minima sensazione di allerta accompagna il raro rumore di passi nelle scale. Nessuno sembra essere interessato alla mia presenza in ogni caso.

Accomodato in poltrona leggo, scrivo, ascolto gli Stereophonics in concerto sulla spianata del castello, ad un mezzo miglio da qua. Penso a gente lontana in Italia che non sento da tempo, o non sento abbastanza. Rimugino la possibilità di cambiare lavoro, e cerco di ricordare il sapore amaro di un cv che, la settimana scorsa, mi è tornato indietro con un "no grazie, troppo web." Per una posizione in PHP. Corridoi che si restringono?

Una persona entra di passo svelto nel bar, recupera qualcosa dietro ad uno sportello, e svanisce senza una parola. L'invisibilità funziona.

Il Looris in Scozia

Mi sembra giusto tenerne traccia: oggi sono giunti qua Looris e signora, bagaglio immane al seguito. Stanotte dormono incastrati nella mia stanzina per gli ospiti, e domani invadono la loro casa. Trasloco, espatrio. In aereo persino!

Poche persone sono venute a visitarmi negli anni e sempre per pochi giorni. Ho sempre considerato la gente che conosco in Italia e quella che conosco in altri paesi insiemi separati, ben disgiunti. Egli è il primo a superare questa barriera. Mi addentro quindi in territorio sociale inesplorato, e lo porterò a perdersi in posti strani della città.

L'onda d'urto di questo avvenimento è stata talmente forte da staccare il Regno Unito dall'Unione Europea. Forse non la Scozia, sembra. Scopriremo nei prossimi giorni quale via prenderanno i governi, ma è con amarezza che vedo il mondo fare un altro passo verso la divisione ed il nazionalismo. Che la storia va dove la gente le indica di andare, e preferivo l'altra direzione.

Libri letti, libri da finire

Mi capita spesso di ripensare a libri che ho letto e cercare di ricordarli nel contesto della loro lettura e dei miei pensieri al tempo. Ma come molte esperienze di breve durata, diventano ricordi vaghi ed imprecisi. Capita persino che mi dimentichi di libri che sto ancora leggendo, da cui magari ho preso una pausa breve o lunga, attratto dal fruscio di un altro blocco di carta.

Volendo tenere una traccia di entrambe le cose, ho pensato di aggiugere una sezione libri, in cui raccogliere i tomi che ho cominciato, così come quelli che ho finito di leggere, date incluse. E per continuare nello spirito dello scrivere, scrivere, cercherò di mettere in parole le mie impressioni.

Cominciamo quindi con The Periferal, di William Gibson.

Cyberspace

Mesi e mesi fa, nel mezzo di un pesante raffreddore, ho passato una notte difficile. Forse la febbre, forse l'aver letto troppo bloccato sul divano il giorno prima, hanno prodotto un misto di sogno e realtà che, la mattina dopo, ho deciso di mettere in parole.

Mi è tornato in mente per via del trentennale. Alcuni l'avranno già letto nel frattempo, ma lo riporto qua per archivio.

«Mi concentro intensamente sull'idea dell'ossigeno ma il fiato continua a mancarmi. Cado in ginocchio, l'impatto assai più morbido del previsto, mentre il mondo gira in una direzione non prevista. L'alto è a destra, la destra è dietro, il davanti è... in balto? Gli occhi socchiusi, mi rioriento in base ai nuovi assi ed a bocca spalancata riesco finalmente a respirare.

Sono fuori dal cyberspace e sono sveglio. O sono sveglio, e quindi fuori da cyberspace che stavo sognando. Si, ho scritto cyberspace du— tre volte nello stesso paragrafo, ma adduco come scusa la febbre ed il delirio. Il naso completamente tappato, risistemo le coperte in modo da poter respirare e mi rilasso. I jack back in, riprendendo il sogno.

Sono di nuovo in piedi nella distesa bianca e luminosa della rete, l'orizzonte indistinto nella luce e nello sfrigolio dell'aria. Lunghe, pseudo-infinite scie di dati si incrociano sopra di me come passerelle da una nuvola ad un'altra. È un cyberspazio strano, soffice e poco geometrico, come se gli avessero appena dato una mano di bianco-Google e drop shadow. Galleggio attraverso un sistema solare di troppi tab e raggiungo Z, borbottando fra me e lui.

“Devo controllare la mia macchina al più presto: ogni volta che esco sono girato in una direzione diversa e sto a malapena in piedi.”

Z si abbassa fino a toccare terra, mentre le centinaia di pagine che lo orbitavano accelerano e precipitano verso la sua mano.

“Giroscopio rotto? Oppure è proprio la connessione che perde frame?”

“Una delle due cose, ma non succede ogni volta. Mi metterò a loggare il gyro.”

Un nuovo gruppo di pagine abbandona le mani di Z e si dispone rapidamente in orbita. Sono di nuovo a bagno nei tab, questa volta in un mare di GIF animate. Lo abbandono ai suoi loop e salgo verso la passerella più vicina.

“Venite al DISI1?” pronuncia una voce all'altezza della mia anca, “Gianni sta riavviando Flickr.”

Per qualche motivo l'avatar del Proppo è senza gambe, ma è stata una sua idea. Scivola su una nuvoletta a mo' di Dragonball e mi chiedo sempre come faccia a stare dritto. Lo seguo in cima ad un muro di dati verdi e grigi, cubi regolari predisposti dal Comune di Genova per il prossimo referendum. Un buon numero hanno già segni di bit-rot sugli spigoli: piccole crepe ed incisioni nelle facce uniformi, segno di un lavoro fatto veloce da un paio di impiegati svogliati. Devono durare solo qualche ora, ma una o due zone della città avranno di certo problemi prima della fine.

Il DISI nel cyberspazio ha più o meno la stessa forma che nella realtà, ma manca la collina sotto. Le locazioni ed i gruppi dell'organizzazione-ex-università sono disposti a piani sfalsati, imperniati su un paio di inutili ascensori continui. Un'idea della vecchia guardia, convinta da un esaltato information architect del periodo di transizione. Gli altri dipartimenti con cui condivide la venatura della rete sono normalissime sfere.

Scendiamo sotto i laboratori fino al livello provider e troviamo l'area piena di visitatori, gli avatar già all'80% per ridurre lo spazio. Un paio vicino all'entrata scendono cortesemente al 65 al nostro arrivo, io e il Proppo ricambiamo. Uno Z a scala normale torreggia per qualche istante sul gregge di miniature, poi si compatta accanto a noi. Il brusio della sala sfuma verso canali privati.

“Al momento stiamo girando da questi vecchi DEC,” sta spiegando Gianni indicando la mezza dozzina di solidi attorno alla sua testa. Sono vecchio stile, neri con gli spigoli rossi ed arancio. “Le query sono però gestite due piani sotto...” e si lancia in una disquisizione dei vari protocolli che ha dovuto patchare assieme per collegare l'antichità al cyberspazio. La maggior parte degli avatar nell'area sta prestando più attenzione alle piccole home-page di Flickr che si allargano dai server, scacchiere di thumbnail e piccoli grovigli di metadata e istogrammi.

“I salti mortali per nulla, come sempre” sussurra Z accanto-alto a me. Lascio dietro di me un piccolo :asd: a confermare l'opinione e scendo attraverso il pavimento verso una scia di dati dal periodo curioso.

Di colpo il mondo viene strattonato di 90° e torno a soffocare. Riapro gli occhi. Bruciano un poco nel primo chiarore dell'alba, la salivazione azzerata. Perché continuo a disconnettere? Sto davvero perdendo frame? Il letto è troppo caldo, ma richiudo gli occhi ed I jack back in.

Rientro di nuovo accanto ai miei amici, segno che gli ultimi movimenti sono andati persi con gli ultimi frame caduti. Lo'oris e il Chiarre si sono uniti al gruppo nel frattempo e discutono di sicurezza del DISI.

L'avatar del Chiarre è fatto a Chiarre, ma secondo noi la texture è stata aggiustata con pezzi di foto di quando aveva vent'anni: sono applicati bene, ma i pixel erano quadrati in origine e sfuocano diversamente dagli altri. Lo'oris indossa un immotivato cappello in flat shading che proietta un'ombra netta, sempre a 160°. Chiedergli perché porta a lunghe e tortuose spiegazioni che menzionano noir e demo-scene, durante le quali il cappello comincia sempre a laggare rispetto alla testa del Lo'.

Su invito del Chiarre scivoliamo fuori dalla sala ed entriamo nel paternoster2 verso i livelli superiori. La nuvoletta del Proppo glitcha contro il pavimento che sale e fra smilie e risate lo tiriamo su prendendolo sotto le ascelle.»

Finisce così, all'improvviso. O forse si rimescola in un'altra scena scollegata come fanno a volte i sogni. O alla mattina avevo dimenticato il resto, ed ora ho dimenticato di aver dimenticato.


  1. fù dipartimento di Informatica a Genova 

  2. http://it.wikipedia.org/wiki/Paternoster 

The Peripheral

William Gibson, 2014

Sono arrivato a "The Peripheral" per vie traverse. L'ho guardato ed ignorato più volte in libreria, ma tornava di tanto in tanto sotto i miei occhi, ad esempio suggerito più volte da Jeremy Keith.

Solo di recente sono entrato da Blackwell's con l'obbiettivo spavaldo di comprare un libro, sebbene ne abbia alcuni che aspettano da tempo di essere finiti. Ed in basso nello scaffale ho trovato questo paperback, che mi è durato a malapena un paio di settimane.

Non ho letto molto di Gibson: ho evitato per anni ed anni la fantascienza cyberpunk, e nel 2013 ho letto Neuromancer quasi per dovere. I trent'anni di distanza fra questi due libri hanno trasformato un sacco di fantascienza in realtà, ma anche abituato noi ad un continuo avanzamento tecnologico.

Il futuro de "La Periferica" sembra quasi normale, un semplice passo avanti. È cyberpunk, ma è speculazione fondata sul nostro particolare presente. Il futuro del futuro è invece un misterioso mondo post-cyberpunk1. L'evento che li separa una delle migliori rappresentazioni apocalittiche che abbia mai letto, nella sua normalità, semplicità ed inevitabilità.

È difficile discutere oltre senza vergognosi spoiler, quindi mi limito a menzionare la presenza del libro, quasi sullo sfondo, di droni in gran numero. Poco dopo aver finito il libro mi sono ritrovato in Islanda, dove il drone di Prophecy ci ha fatto quotidiana compagna. L'ho guardato diversamente, ricordandomi del futuro.


  1. Il principale articolo sul post-cyberpunk è un post su Slashdot. Mi sembra appropriato.