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Libri letti, libri da finire

Mi capita spesso di ripensare a libri che ho letto e cercare di ricordarli nel contesto della loro lettura e dei miei pensieri al tempo. Ma come molte esperienze di breve durata, diventano ricordi vaghi ed imprecisi. Capita persino che mi dimentichi di libri che sto ancora leggendo, da cui magari ho preso una pausa breve o lunga, attratto dal fruscio di un altro blocco di carta.

Volendo tenere una traccia di entrambe le cose, ho pensato di aggiugere una sezione libri, in cui raccogliere i tomi che ho cominciato, così come quelli che ho finito di leggere, date incluse. E per continuare nello spirito dello scrivere, scrivere, cercherò di mettere in parole le mie impressioni.

Cominciamo quindi con The Periferal, di William Gibson.

Cyberspace

Mesi e mesi fa, nel mezzo di un pesante raffreddore, ho passato una notte difficile. Forse la febbre, forse l'aver letto troppo bloccato sul divano il giorno prima, hanno prodotto un misto di sogno e realtà che, la mattina dopo, ho deciso di mettere in parole.

Mi è tornato in mente per via del trentennale. Alcuni l'avranno già letto nel frattempo, ma lo riporto qua per archivio.

«Mi concentro intensamente sull'idea dell'ossigeno ma il fiato continua a mancarmi. Cado in ginocchio, l'impatto assai più morbido del previsto, mentre il mondo gira in una direzione non prevista. L'alto è a destra, la destra è dietro, il davanti è... in balto? Gli occhi socchiusi, mi rioriento in base ai nuovi assi ed a bocca spalancata riesco finalmente a respirare.

Sono fuori dal cyberspace e sono sveglio. O sono sveglio, e quindi fuori da cyberspace che stavo sognando. Si, ho scritto cyberspace du— tre volte nello stesso paragrafo, ma adduco come scusa la febbre ed il delirio. Il naso completamente tappato, risistemo le coperte in modo da poter respirare e mi rilasso. I jack back in, riprendendo il sogno.

Sono di nuovo in piedi nella distesa bianca e luminosa della rete, l'orizzonte indistinto nella luce e nello sfrigolio dell'aria. Lunghe, pseudo-infinite scie di dati si incrociano sopra di me come passerelle da una nuvola ad un'altra. È un cyberspazio strano, soffice e poco geometrico, come se gli avessero appena dato una mano di bianco-Google e drop shadow. Galleggio attraverso un sistema solare di troppi tab e raggiungo Z, borbottando fra me e lui.

“Devo controllare la mia macchina al più presto: ogni volta che esco sono girato in una direzione diversa e sto a malapena in piedi.”

Z si abbassa fino a toccare terra, mentre le centinaia di pagine che lo orbitavano accelerano e precipitano verso la sua mano.

“Giroscopio rotto? Oppure è proprio la connessione che perde frame?”

“Una delle due cose, ma non succede ogni volta. Mi metterò a loggare il gyro.”

Un nuovo gruppo di pagine abbandona le mani di Z e si dispone rapidamente in orbita. Sono di nuovo a bagno nei tab, questa volta in un mare di GIF animate. Lo abbandono ai suoi loop e salgo verso la passerella più vicina.

“Venite al DISI1?” pronuncia una voce all'altezza della mia anca, “Gianni sta riavviando Flickr.”

Per qualche motivo l'avatar del Proppo è senza gambe, ma è stata una sua idea. Scivola su una nuvoletta a mo' di Dragonball e mi chiedo sempre come faccia a stare dritto. Lo seguo in cima ad un muro di dati verdi e grigi, cubi regolari predisposti dal Comune di Genova per il prossimo referendum. Un buon numero hanno già segni di bit-rot sugli spigoli: piccole crepe ed incisioni nelle facce uniformi, segno di un lavoro fatto veloce da un paio di impiegati svogliati. Devono durare solo qualche ora, ma una o due zone della città avranno di certo problemi prima della fine.

Il DISI nel cyberspazio ha più o meno la stessa forma che nella realtà, ma manca la collina sotto. Le locazioni ed i gruppi dell'organizzazione-ex-università sono disposti a piani sfalsati, imperniati su un paio di inutili ascensori continui. Un'idea della vecchia guardia, convinta da un esaltato information architect del periodo di transizione. Gli altri dipartimenti con cui condivide la venatura della rete sono normalissime sfere.

Scendiamo sotto i laboratori fino al livello provider e troviamo l'area piena di visitatori, gli avatar già all'80% per ridurre lo spazio. Un paio vicino all'entrata scendono cortesemente al 65 al nostro arrivo, io e il Proppo ricambiamo. Uno Z a scala normale torreggia per qualche istante sul gregge di miniature, poi si compatta accanto a noi. Il brusio della sala sfuma verso canali privati.

“Al momento stiamo girando da questi vecchi DEC,” sta spiegando Gianni indicando la mezza dozzina di solidi attorno alla sua testa. Sono vecchio stile, neri con gli spigoli rossi ed arancio. “Le query sono però gestite due piani sotto...” e si lancia in una disquisizione dei vari protocolli che ha dovuto patchare assieme per collegare l'antichità al cyberspazio. La maggior parte degli avatar nell'area sta prestando più attenzione alle piccole home-page di Flickr che si allargano dai server, scacchiere di thumbnail e piccoli grovigli di metadata e istogrammi.

“I salti mortali per nulla, come sempre” sussurra Z accanto-alto a me. Lascio dietro di me un piccolo :asd: a confermare l'opinione e scendo attraverso il pavimento verso una scia di dati dal periodo curioso.

Di colpo il mondo viene strattonato di 90° e torno a soffocare. Riapro gli occhi. Bruciano un poco nel primo chiarore dell'alba, la salivazione azzerata. Perché continuo a disconnettere? Sto davvero perdendo frame? Il letto è troppo caldo, ma richiudo gli occhi ed I jack back in.

Rientro di nuovo accanto ai miei amici, segno che gli ultimi movimenti sono andati persi con gli ultimi frame caduti. Lo'oris e il Chiarre si sono uniti al gruppo nel frattempo e discutono di sicurezza del DISI.

L'avatar del Chiarre è fatto a Chiarre, ma secondo noi la texture è stata aggiustata con pezzi di foto di quando aveva vent'anni: sono applicati bene, ma i pixel erano quadrati in origine e sfuocano diversamente dagli altri. Lo'oris indossa un immotivato cappello in flat shading che proietta un'ombra netta, sempre a 160°. Chiedergli perché porta a lunghe e tortuose spiegazioni che menzionano noir e demo-scene, durante le quali il cappello comincia sempre a laggare rispetto alla testa del Lo'.

Su invito del Chiarre scivoliamo fuori dalla sala ed entriamo nel paternoster2 verso i livelli superiori. La nuvoletta del Proppo glitcha contro il pavimento che sale e fra smilie e risate lo tiriamo su prendendolo sotto le ascelle.»

Finisce così, all'improvviso. O forse si rimescola in un'altra scena scollegata come fanno a volte i sogni. O alla mattina avevo dimenticato il resto, ed ora ho dimenticato di aver dimenticato.


  1. fù dipartimento di Informatica a Genova 

  2. http://it.wikipedia.org/wiki/Paternoster 

The Peripheral

William Gibson, 2014

Sono arrivato a "The Peripheral" per vie traverse. L'ho guardato ed ignorato più volte in libreria, ma tornava di tanto in tanto sotto i miei occhi, ad esempio suggerito più volte da Jeremy Keith.

Solo di recente sono entrato da Blackwell's con l'obbiettivo spavaldo di comprare un libro, sebbene ne abbia alcuni che aspettano da tempo di essere finiti. Ed in basso nello scaffale ho trovato questo paperback, che mi è durato a malapena un paio di settimane.

Non ho letto molto di Gibson: ho evitato per anni ed anni la fantascienza cyberpunk, e nel 2013 ho letto Neuromancer quasi per dovere. I trent'anni di distanza fra questi due libri hanno trasformato un sacco di fantascienza in realtà, ma anche abituato noi ad un continuo avanzamento tecnologico.

Il futuro de "La Periferica" sembra quasi normale, un semplice passo avanti. È cyberpunk, ma è speculazione fondata sul nostro particolare presente. Il futuro del futuro è invece un misterioso mondo post-cyberpunk1. L'evento che li separa una delle migliori rappresentazioni apocalittiche che abbia mai letto, nella sua normalità, semplicità ed inevitabilità.

È difficile discutere oltre senza vergognosi spoiler, quindi mi limito a menzionare la presenza del libro, quasi sullo sfondo, di droni in gran numero. Poco dopo aver finito il libro mi sono ritrovato in Islanda, dove il drone di Prophecy ci ha fatto quotidiana compagna. L'ho guardato diversamente, ricordandomi del futuro.


  1. Il principale articolo sul post-cyberpunk è un post su Slashdot. Mi sembra appropriato. 

Fidati della tecnologia

Lo scorso fine settimana ho avuto occasione di andare all'EICA, una cava fuori città convertita in palestra di arrampicata grazie ad un grosso tetto ed un paio di edifici di supporto.

EICA Migliaia di viti e rivetti all'Edinburgh International Climbing Arena

Non è la prima volta che vado ad arrampicare, né la prima che visito l'EICA in effetti. Quello che rende la visita degna di nota è il mio primo incontro con l'auto-belay.

L'assicuratore

Arrampicare è di solito qualcosa che si fa in coppia. A turno, uno dei due si avvia su lungo una parete punteggiata di supporti colorati, alcuni facilmente agguantabili, altri piccoli ed infidi. L'altro (in inglese il belayer) tiene in sicurezza l'arrampicatore mantenendo in tensione la corda che lo segue, via un grosso moschettone in cima alla parete. Nel frattempo, sopporta il torcicollo causato dal continuo guardare in alto.

Giunto in cima alla parete ed agguantato con soddisfazione lo spigolo finale della struttura —che di solito si rivela assai polveroso— l'arrampicatore emette un sospiro di sollievo, guarda giù verso il compagno, e fa un cenno positivo. Il belayer tende un'ultima volta la fune e conferma: è tempo di scendere. L'arrampicatore lascia andare lo spigolo, sposta il peso sulla solida e fidata corda, e viene calato comodamente verso terra dal compagno.

La carrucola del futuro

Auto-belay, fronte I numeri indicano la scienza in azione

Domenica, in cima ad alcune pareti della palestra, invece del solito moschettone ho trovato una specie di valigetta da cui usciva la fune. Era l'auto-belay, una complessa carrucola magnetica auto-avvolgente, auto-frenante, progettata per rubare il lavoro al belayer. Oh beh, proviamo!

La salita non cambia di molto: il sistema tiene in tensione la corda per me, avvolgendola lentamente mentre mi arrampico. È una volta arrivato in cima però che noto la più grande differenza! Appeso allo spigolo della parete, mi giro speranzoso verso il basso, ma sotto di me non c'è nessuno! A chi chiedo di scendere?

La carrucola è li davanti al mio naso, il mio ascensore personale. Ma da essa esce solo una corda adesso un po' moscia collegata alla mia imbracatura. Non ci sono leve o bottoni che dicano “Piano terra”, perché per attivare la discesa bisogna saltare.

Saltare nel senso di cadere, esatto. Lasciare andare gli appigli, calciare la parete e gettarsi di schiena verso il pavimento di cemento, 15-20m sotto. Fidandosi di questa specie di valigetta un po' plasticosa, dal contenuto misterioso.

Ora, quando sei a terra questo possono anche spiegartelo con tanti sorrisi e pollici in su, ed uno può anche accettarlo come una cosa sensata. La carrucola è tecnologia-magia: fa la cosa giusta al momento giusto. Il problema sorge quando sei a mezz'aria, che la spiegazione razionale con tutte le rassicurazioni pesava troppo e le hai lasciate giù.

Fisso la valigetta davanti a me per un numero imprecisato di secondi, mi sposto da un piede all'altro, la osservo da diversi angoli. Poi rigiro i miei dubbi nelle mani della mente, e li esamino con attenzione.

Lascio uscire un “Oh well...” e calcio la parete.

Quello che non ti dicono è che c'è un mezzo secondo fra il salto ed il momento in cui il freno inizia ad avere effetto. In quel mezzo secondo fai solo in tempo ad accorgerti che la parete si allontana troppo velocemente e che stai cadendo di schiena.

Neanche il tempo di imprecare purtroppo, e la tecnologia si mette in azione. La caduta rallenta e si trasforma in una lenta e comoda discesa. Alcuni secondi dopo tocco terra.

Il mondo della fiducia

Ci fidiamo della tecnologia tutti i giorni, senza neanche pensarci. Tocchiamo un interruttore tranquilli che non ci dia la scossa. Accendiamo il microonde senza preoccuparci che ci frigga il cervello. Saliamo su un aereo. C'è gente in una complessa lattina che cade senza fine sopra le nostre teste, giorno dopo giorno.

Auto-belay, esploso Fidatevi della carrucola solo se viene in un unico pezzo, non così

L'auto-belay è un altro oggetto di cui fidarsi o no, una volta misurata la propria avversione al rischio. Per alcuni il rischio è troppo grande. Per me, forse no. Sono sempre stato reticente verso questo genere di “salto”, ma un attimo prima di calciare la parete, l'altro giorno, non ho avuto problemi. E sebbene abbia ancora un filo di incertezza, vorrei aver incontrato l'auto-belay prima nella mia vita.

La cucina d'altri tempi

Da buon italiano che ha vissuto per anni per conto suo, ho imparato con orgoglio a cucinare bene. Mangiar sano, saporito, e possibilmente rapido. Alla faccia delle cene in scatola e gli strafritti degli scozzesi la fuori.

Parte delle mie ricette arrivano dalla famiglia, altre sono frutto di remix ed esperimenti ispirati da piatti mangiati in giro. Una minoranza arriva da libri. E per qualche motivo i libri che mi capita più spesso di aprire sono stati scritti e pubblicati anni e anni fa, persino prima che calpestassi questo polveroso pianeta.

L'Artusi

Uno dei libri che mi porto dietro da anni è l'Artusi, o meglio “La Scienza in cucina e l'Arte di mangiare bene”.

Usarlo come libro di cucina al giorno d'oggi in effetti è un po' strano, con le sue ricette per reggimenti, gli ingredienti di una volta, e le istruzioni al contrario.

“Togliete i ranocchi dall'acqua fresca dove li avrete posti dopo averli tenuti per un momento appena nell'acqua calda se sono stati uccisi d'allora.”

Ma il libro è punteggiato di brevi storie ed insoliti commenti a proposito dell'Italia del 19° secolo, dal punto di vista del cuoco. Ad esempio un'invasione dei tedeschi è ricordata perché espone le regioni del nord alla cucina tedesca:

“[...] la quale dagl'Italiani è trovata di pessimo gusto e nauseabonda per untumi di grasso d'ogni specie e per certe minestre sbrodolone che non sanno di nulla.”

Questo, più delle ricette, è il fascino del libro. L'intercalare di suggerimenti per la cucina e di spunti storici. E la storia del minestrone e del colera, la minestra di krapfen, o la descrizione dello strudel informe:

“Non vi sgomentate se questo dolce [...] vi sembrerà [...] come un'enorme sanguisuga, o un informe serpentaccio.”

Idee per Cento Menù

La copertina del libro La maltrattata copertina di “Idee per Cento Menù”

Il secondo libro a cui ricorro più spesso è un manuale ingiallito ed un po' scollato, pubblicato direi negli anni '70 —non c'è nemmeno una data!

Le ricette di “Idee per Cento Menù” (di Armanda Capeder) sono sempre tradizionali, ma assai più usabili e moderne nel formato rispetto a quelle dell'Artusi. Sono divise per mese, per adattarsi al clima delle stagioni ed agli ingredienti disponibili. In una città dove ogni supermercato ignora il calendario ed ha sempre tutto, noto più il passare delle stagioni su questo libro che quando faccio la spesa.

E sebbene così vicino, anche questo libro si colloca in un'Italia del passato assai diversa, fatta di casalinghe e famiglie estese, ma già tesa verso il futuro. L'introduzione apre con:

“Care amiche,
avrete certo notato che ai compiti tradizionali della donna se ne sono venuti aggiungendo in questi ultimi anni numerosi altri, nati dalla sempre più diffusa necessità del lavoro extra-domestico, nel quale moltissime di voi sono impegnate.

Ed io che apro il libro con la prospettiva opposta, dell'uomo che lavora e deve imparare le faccende domestiche! Poi un improvviso spunto quasi anacronistico:

“«Programmazione» è la parola d'ordine che governa la vita di oggi; «programmazione» per svolgere ogni cosa presto e bene, riducendo al minimo le possibilità di errori e la perdita di tempo. Programmazione anche in cucina, da quando si è compreso che il cucinare non è solo un'arte, ma anche una scienza con le sue regole esatte [...]”

La stessa scienza dell'Artusi, un secolo più tardi.

La Vera Cuciniera Genovese

Mi ritrovo a pensare a libri di cucina non perché abbia fame, ma perché il Venza, pochi giorni fa, ha donato al mondo un'altra collezione di ricette d'altri tempi.

Anch'esso pubblicato al chiudersi del 19° secolo, “La Vera Cuciniera Genovese” (di Emanuele Rossi) è una raccolta di ricette regionali, più povere forse di quelle dell'Artusi ma anche più semplici e vicine a quello che la mia regione mi ha insegnato a tavola.

Il libro non ha edizioni moderne ed è da tempo passato nel pubblico dominio. E se l'edizione elettronica magari non fa lo stesso rumore quando la si sfoglia, almeno ne diffonde i contenuti e rende meno probabile che sia dimenticato.

Di passaggio a Londra

Causa burocrazia internazionale complessa, ho passato lo scorso fine settimana a Londra, ospite di Cippu. La cosa assurda è che nei tanti anni, nonostante i vari scali in tutti i possibili aeroporti della zona, non ero mai andato a visitare la capitale.

Canary Wharf Canary Wharf, Londra

Cippu vive in un posto stiloso, lavora in un posto stilosissimo, e si addentra nella metropolitana con la confidenza di una talpa che ripercorre un tunnel appena scavato. Purtroppo non può controllare il meteo, e la pioggia del Venerdì pomeriggio non perdona il turista con l'ombrellino. Stanco ed umidiccio mi nascondo in un cinema. Finisco a vedere Il Libro della Giungla perché a quell'ora non c'è altro, ed entro persino mezz'ora in ritardo.

Una mezz'ora che si rivela ben calcolata, perché coincide con la fine della pubblicità e dei trailer. Tre giorni dopo ho quasi dimenticato il film, ma mi capita di ripensare alla gioia di entrare in un cinema, sedermi, e non essere bombardato da roba che non voglio vedere riprodotta ad un volume troppo alto.

Nel resto del fine settimana fa capolino il sole ed il turista asciutto può girare per il centro più felice. Un sacco di edifici nuovi e luccicanti, ed un gran numero di edifici vecchi che in qualche modo mi erano già familiari in quanto sfondo di fin troppi film, cartoline, immagini dei libri di storia.

Bello girare per Greenwich, incluso il tunnel pedonale sotto il Tamigi e la visita sopra e sotto alla Cutty Sark, un clipper sospeso a mezz'aria su una bolla di vetro.

Scozia

Un misto di fastidio, situazione lavorativa, asfalto e libertà mi porta ad abbandonare (di nuovo) la patria nel 2007. Mi aggiro nella pioggia della Gran Bretagna e mi intrufolo in una dipartimento di informatica sotto forma di dottorando. Finisco per fare mille altre cose dentro, attorno e per l'università intera. Insegno, mappo, catalogo, implemento coccodrilli.

Nel frattempo metto piedi in un tutte le scarpe con scritto web sopra, conoscendo gente, facendo esperienze lavorative più o meno lucrative ed interessanti. Purtroppo questo porta via tempo e motivazione dalla ricerca, che galleggia sempre più al largo mentre preparo siti in quattro o cinque fusi orari diversi.

Arrivano il 2011 ed un'onda un po' più grossa delle altre. Il dottorato si cappotta e mi porta sotto. Ci vuole tempo ad uscire dall'acqua buia, tempo a rimetterlo dritto, tempo ad sgottare. Mi ritrovo stanco, ad un passo dalla scadenza, con solo due briciole di forza di volontà nelle tasche.

Siccome il dipartimento è pieno di gente saggia, chiedo suggerimenti qua e la. Li ascolto, annuisco il giusto, mordo l'interno del labbro inferiore mentre rimugino. Poi prendo le varie carte della mia inconclusa ricerca, le metto in una scatola di cartone di quelle per le risme, e mi allontano ringraziando tutti.

Le tecnologie che cambiano

La via che avevo preso non era quella che mi portava nella direzione giusta. Il paesaggio era piacevole, i compagni di avventura ottimi, ma non era il sentiero per me. Così ho stretto i lacci ed ho lasciato il sentiero, di traverso, per andare a cercarne un altro. Il più vicino, che già avevo intravisto negli anni precedenti, era circondato da strane tecnologie e tag verdeggianti, e seguiva lungo la riva del web.

Come tecnologia e piattaforma, il web era arrivato un po' di striscio per me. Avevo fatto i primi danni all'inizio del millennio, avevo messo mano ad un numero di siti ed studiato oltre il necessario, ma non avevo mai considerato il web per lo sviluppo di software serio. Quello gira sui computer, sui portatili, sui server... ah, ecco l'errore. E poi, prima del 2007-8, sia il SaaS che i telefoni con una decente potenza di calcolo erano più o meno fantascienza.

Eppure, uscito dalla comoda atmosfera modificata dell'università, vista l'esperienza degli ultimi anni, il web mi era sembrato il campo più invitante ed adatto alle esperienze che avevo accumulato. Raccimolo progetti a destra e sinistra sufficienti a sfamarmi (e giusto quello) e comincio un periodo da freelancer a tempo pieno.

O più che pieno, come avrei scoperto a breve.

Le puntate che vi siete persi

Dove eravamo rimasti? Mancando gli archivi non posso neanche andare a controllare, ma uno degli ultimi post era stata una reazione al terremoto/maremoto in Giappone, quindi 2011.

Parentesi: sono stato in Giappone neanche sei mesi fa, ma raccontarne adesso distruggerebbe ogni tentativo di ordine cronologico. Ma ho messo una manciata di foto stupide su R'lieh dove mi aggiro di tanto in tanto, andate a riderne.

Contando che anche prima del 2011 i post si erano rarefatti a livello Himalaya, mancano all'appello circa sette anni di dreadnaut che gira. Arrotondiamo a nove così la storia ha un capo ed una coda. Che si mordono magari, ma quello è un problema diverso.

Magari non sono gli anni e le avventure più interessanti, ma mi sembra giusto cominciare mettendo in parole il percorso che mi ha portato qua e la per l'Europa, per poi tornare a scrivere su Altervista.

Prossima puntata, la Scozia.

Il piano da qua in avanti

L'ostacolo più grosso è stato superato. Sono passato dall'avere un ammasso di codice inutile e leggermente muffo ad un sito decente ed usabile. Con l'ultima aggiunta, la possibilità di modificare e creare nuovi articoli online, ho completato il prodotto minimo che mi ero prefissato, in tre giorni.

Ora viene la parte difficile: chiudere entrambi gli occhi da sviluppatore ed ignorare le mille cose che mancano e che dovrei aggiungere. E scrivere, senza pietà.

In parallelo, ma solo dopo aver scritto qualcosa, cercherò di aggiungere due pezzi che ancora considero essenziali:

Se al momento posso sopportare che il sito parta semi-vuoto, e per quanto ciò che ho scritto non abbia un grande valore letterario, ho intenzione di riportare tutti i vecchi contenuti su queste pagine, possibilmente allo stesso indirizzo. Non sono molti, ma è giusto che rimangano, archivio di me negli anni.

Fuori allenamento

La pratica dello scrivere è un muscolo che si atrofizza fin troppo facilmente. Lo sento nella resistenza che incontro nel cominciare, nella fatica di mantenere lo sforzo. Mi disturba il fatto che qualsiasi distrazione sia benvenuta, ed è proprio per questo che continuo.

Riprendere una forma decente richiede allenamento e ripetizioni, che si traducono in scritti crudi e poco interessanti. Nel tentativo di produrre in quantità, la qualità è destinata a soffrire. Questo è ciò che vi aspetta per le prossime settimane, sappiatelo.

Con il tempo immagino riprenderò la mano a scrivere qualcosa che valga la pena leggere. Al tempo stesso non voglio sforzarmi troppo per mantenere alti livelli editoriali. Scrivo per solidificare pensieri, per archiviare idee e sensazioni, per comunicare con chi non posso raggiungere a parole dall'altro lato di un tavolo.

Ma scrivo qua, su un sito che sembra ignorare un decennio di invenzioni sul web e l'intero concetto di reti sociali. Lo faccio con coscienza, perché credo in un web fatto di tanti pezzi collegati assieme, ed il monolito non fa per me. Me ne tengo separato perché ciò che scrivo è mio, la forma che gli do è una mia scelta, ed il destino di pagine e contenuti una mia responsabilità.