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Edinburgh by (rare summer) day

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Il tema oscuro

Uno screenshot che mostra il tema chiaro e quell scuro

Nelle prime due settimane dopo il LASEK, i miei occhi non andavano d’accordo con testo e schermi. La cosa era prevista, quindi ho evitato sforzi inutili e fatto dell’altro. Due cose che mi hanno aiutato però sono state aumentare la dimensione del testo, direttamente o via Magnifier, ed attivare il dark mode a livello di sistema. Con mia sopresa, la maggior parte dei programmi ed un gran numero di siti web ha fatto la cosa giusta e si è adattato alla mia preferenza. Alcuni programmi hanno chiesto, altri l’hanno fatto direttamente, ma sono rimasti ben pochi sfondi bianchi. Uno di questi però mi ha crucciato più di altri: quello di questo sito.

Ieri, gli occhi ormai più rilassati, ho deciso di colmare questa lacuna, ed ho implementato un oscuro tema per queste pagine. Riassumo qua i passi.

Prima un tema, poi due

Per poter avere un tema scuro, bisogna prima di tutto avere un “tema”, un gruppo di colori usati in modo consistente in tutto in CSS. Ho quindi raccolto tutti i colori, unificandone alcuni molto simili, e li ho elencati all’inizio del foglio di stile, sotto :root, la radice di tutta la pagina, visto che l’intenzione era di usarli ovunque. I nomi sono una mia scelta, e non hanno alcun effetto.

:root {
  --text-color: #444;
  --link-color: #56a;
  --link-border-color: #dde0ee;
  --background-color: #fcfbfa;
}

Nel resto delle regole, ho aggiunto riferimenti a queste variabili, lasciando i colori originali al loro posto.

a {
  color: #56a;
  color: var(--link-color);
}

Se un browser non dovesse supportare le custom properties del CSS, il secondo attributo verrebbe ignorato, lasciando attivo il valore di default settato sopra—il tema chiaro.

Una volta pronto il tema di default, ho duplicato le definizioni infilandole in una media query che controlla la configurazione del browser, ed ho aggiornato i colori.

@media (prefers-color-scheme: dark) {
  :root {
    --text-color: #ccd;
    --link-color: #909cd0;
    --link-border-color: #575c77;
    --background-color: #2d3345;
  }
}

Trovare i colori giusti richiede un po' di tempo: non basta invertire il tema precedente. Il tema a cui sono arrivato alla fine è più blu della sua controparte chiara, ma ne sono soddisfatto. L'ho costruito un colore alla volta, via Web Inspector—strumento essenziale, ogni singolo giorno, foss'anche per comprare il biglietto del treno.

Avvisiamo il browser

Una volta preparati i colori, ci siamo. Servono ancora due pezzi per avvisare il browser che i temi esistono. In CSS si usa l'attributo color-scheme:

:root {
  color-scheme: light dark;
  [...]

È utile duplicare l'informazione nella pagina HTML, così che il browser sappia quale tema usare prima ancora di caricare il CSS. Questo evita quei fastidiosi lampi di bianco causati da un caricamento un po' più lento del previsto.

<head>
  <meta name="supported-color-schemes" content="light dark" />

Aggiustiamo le foto

Con uno sfondo scuro le foto diventano un po' accecanti. Ho adattato il suggerimento di aggiungere un filtro per renderle meno luminose, anche questo via CSS.

@media (prefers-color-scheme: dark) {
  img {
    filter: brightness(.9) contrast(1.1);
  }
}

Fine, il sito ora si adatta al tema scelto a livello di browser o sistema operativo. Tornerò presto al chiaro, che resta il mio preferito, ma sono contento di sapere che queste pagine sono ora più facili da leggere per chi ha preferenze diverse.

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Late night Edinburgh

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Reintegro la pila, che scarseggiava.

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Dopo due anni e più, torno a sedermi in libreria a scrivere, prima della prossima ondata.

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LASEK, e quello che segue

Il mondo è ancora abbastanza sfuocato, e le lettere blobbi a volte informi. Ma forte di un font dimensione 24, mi metto a scrivere. Domenica scorsa sono andato a farmi puntare un laser negli occhi, per aggiustare miopia e astigmatismo che mi hanno accompagnato per quasi trent'anni. La cosa sembra aver funzionato, anche se ci vorranno ancora settimane perché tutto si assesti.

L'operazione in sé non dura neanche un quarto d'ora, per entrambi gli occhi. Prima però ci sono lunghi corridoi di stanze buie e piene di interessanti strumenti di misurazione, poi noiose sale d'attesa semi-vuote. E poi ancora un po' d'attesa, per motivi curiosi tipo “We need some more time to boost the laser” — Eh?!

Davanti agli occhi ballano ed agiscono un sacco di strumentini: il contagocce, il cerchio di metallo, il rastrellino e la palettina (quello sembravano), e poi il nero e profondo vuoto del laser. Tristemente non fa bzzooooom, ma sembra più una mitraglietta ta-ta-ta-ta-ta, e nell'aria sale un odorino di pollo bruciato. Il pollo ero io. Segue quella che in prima persona sembra una piccola secchiata d'acqua ed all'improvviso tutto è nitido ed a fuoco... per circa 10 secondi. La lente a contatto di protezione cala sull'occhio e toglie un po' di nitidezza, poi le luci della stanza abbagliano con gioia. Occhiali da sole pronti, anche se fuori piove.

I primi due giorni non sono stati troppo difficili, a parte quella sensazione che associo al “è tutto il giorno che le ho indosso, forse è meglio che mi tolga le lenti a contatto”, ma triplicata. Non potendo toglierle, sono rimasto al buio, con gli occhi chiusi, il più possibile. Non c'è voluto molto perché la noia salisse a livelli cosmici. Audiolibri alla riscossa! Gli schermi touch in queste situazioni sono però inutili, così da un cassetto è uscito l'antico iPod shuffle: controlli tattili e semplici, progettati per lavorare in tasca, senza essere guardati. Mi manca un po' la tecnologia sensata.

Ascoltando The Last Continent e Carpe Jugulum di Terry Pratchett è arrivato Martedì sera, quando le lenti protettive hanno iniziato ad asciugarsi ed irrigidirsi. La sensazione di fastidio è diventata bruciore continuo, ed il bruciore è diventato insonnia. Problema risolto via paracetamolo. Mi avevano anche delle gocce estreme di anestetico ma non sono state necessarie, e Mercoledì mattina sono andato alla visita programmata per togliere le lenti. Un sospiro di sollievo, e da li è tutto in discesa.

Confrontando con esperienze altrui, direi che i miei postumi sono stati leggeri, e ne sono contento. La procedura LASEK è più fastidiosa in generale, visto che si basa sul grattar via la superficie dell'occhio, e poi rimettercela sopra alla meno peggio, contando che poi ricresca in ordine. Evita però i tagli più profondi del LASIK (ee-key vs eye-key) e non rimangono pezzi "mobili". È l'operazione per chi fa sport estremi, con violento contatto fisico, o chi per sbaglio menziona le parole “arti marziali” alla prima visita:

— Ma io aiuto solo a trasportare cose!

— Hai detto “arti marziali”, quindi devi fare il LASEK.

— No, davvero non pratico nessun'arte marz... ah

— Vedi, l'hai detto di nuovo! (calca la crocetta sul foglio) LASEK e basta.

— Ma, le spiego, non sono io che...

— LASEK LASEK LASEK!

Va bene così, era comunque la procedura a cui puntavo. Ci sono mille attività leggermente a rischio che faccio e vorrei continuare a fare, senza preoccuparmi che mezza cornea vada in una direzione non prevista. Vedremo ora cosa succede, come si assesta la vista... e la vita, dopo decadi di lenti.

All Systems Red

Martha Wells, 2017

Quando sono in visita a casa di qualcuno, sono sempre attratto dai ripiani che contengono libri. Sono un riflesso (a volte un riassunto) delle persone che abitano in quella casa, spesso fonte di sorprese. Se la conversazione langue, sono un’ancora di salvezza di cui è facile parlare, e che apre porte a discussioni più profonde. Questa volta la visita durava parecchi giorni, così ho avuto tempo di curiosare su ogni ripiano. In basso, in un angolo, ho trovato il volumetto di All Systems Red. È un breve romanzo, parte di una serie di Martha Wells di cui ho letto buone cose, ma che non mai trovato in libreria. In effetti è proprio piccino, e l’ho letto in due giorni. Nella mia metafora alimentare, sarebbe un salatino.

Il libro (e la serie), sono scritti dal punto di vista di un androide ripieno di armi e sistemi di sicurezza, che lavora come guardia per missioni su pianeti pericolosi. E di solito uccide e distrugge cose, strani animali, di tanto in tanto persone. Ma l’androide in questione è introverso e svogliato, e farebbe di tutto per evitar di avere a che fare con essere umani e starsene per i fatti suoi a guardare telenovelas da mille puntate. Questo include manomettere i propri sistemi, quelli delle missioni di cui fa parte, o salvare tutti così poi lo lasciano in pace.

L’androide è un simpatico eroe-suo-malgrado, un John McClane che preferisce starsene da solo a guardare la TV, invece di voler passare il Natale con la famiglia. Comiche le reazioni degli umani che lo circondano, preoccupati da questo robot assassino che—terrore!—magari ha dei sentimenti, imbarazzati ed incerti sul come comportarsi. La lettura è leggera, ma immagino che la discussione sulla neuro-diversità si espanda ed approfondisca, visto che la serie continua con altri 7-8 libri e libricini.

Non mi faccio un’urgenza di leggere il resto, ma sono contento di averlo pescato sullo scaffale. L’ho passato a Lei, che ha divorato l’intera collezione in meno di un mese, quindi li terrò in considerazione per quando ho tempo per un libretto leggero.

Solaris

Stanisław Lem, 1961

Passando in libreria in cerca di selvaggina qualcosa da leggere, pesco il volumetto di Solaris, più volte suggeritomi da Alcaris. Scritto negli anni ‘60, mi vergogno un po’ di non averlo mai letto. Lo apro con in testa già un’interpretazione: ne ho visto ed apprezzato la versione di Tarkovsky, tre lunghe ore di cinema sovietico. Già dalle prime immagini influisce sulla mia idea del testo, dai personaggi agli interni della stazione scientifica in cui si svolge la storia, a mezz’aria nell’atmosfera del pianeta Solaris. Mi manca, sorprendentemente, il lento, lungo ed inspiegabile pezzo di autostrada giapponese all’inizio del film.

La stazione, come il palco di un teatro, è dove si svolge l’intera storia. Dalle sue finestre si scorge l’ampia superficie del pianeta, ma i pochi personaggi non lasciano mai il piccolo mondo di stanze e corridoi. Il protagonasta è un accademico, uno scienziato-psicologo-esploratore mandato ad integrare la missione di esplorazione di Solaris, e del suo immenso oceano: un fluido apparentemente senziente che ricopre il pianeta, in grado di costruire effimere ma incredibilmente complesse strutture il cui scopo resta un mistero. Da decenni sembra ignorare gli esseri umani che lo studiano, ed ogni loro tentativo di comunicazione.

La scoperta dell’oceano, inizialmente enorme ed importante, è pian piano diventata una frustrazione per l’umanità incapace di comprenderlo. Sono passate decadi, l’entusiasmo ed i fondi sono diminuiti—gli incidenti non hanno aiutato. Solo gli scienziati più convinti sono rimasti a studiarlo. Quelli magari un po’ fanatici, pronti ad esperimenti più rischiosi. Ed a modo suo, forse l’oceano sta rispondendo. Poche ore dopo il suo arrivo, il protagonista si ritrova già a mettere in dubbio la propria salute mentale.

È una storia breve alla fine, ma interessante. Mi vengono in mente numerosi libri che devono aver preso spunta da essa, dalla prospettiva che Stanisɫaw Lem usa per mettere a confronto l’umanità, tutti i suoi sforzi, e l’immenso mistero dell’universo. A metà strada fra l’hard ed il soft sci-fi, è incentrato sulle persone ma scientificamente rigoroso. Forse fin troppo, visto che un paio di capitoli sono lunghe literature review che riassumono anni di studi su Solaris ed il suo oceano. Ma se il formato può essere pesante, anche questi capitoli sono utili, e costruiscono il mondo attorno alla storia.

Come introduzione alla produzione di Lem, ne sono contento. Vedrò cos’altro mi capita davanti la prossima volta che passo in libreria.

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Era un po' che non passavo di qua.

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