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Bilancio estivo

Ho passato dieci soleggiati e caldi giorni in Italia e sono riscito a non andare a nuotare. La vergogna è che per farlo avrei dovuto solo camminare per circa 250 metri verso sud con addosso un costume da bagno, e negli ultimi 50 metri iniziare a muovere le braccia.

Questo da solo potrebbe segnare negativamente l'intero periodo, ma in realtà non è stato un grosso problema. L'estate è stata lunga, internazionale ed interessante.

Scozia

L'estate in Scozia è un concetto incerto, poco più verde della primavera e più soleggiato dell'autunno, mantenendo temperature simili. Qua e la capitano giorni che possono essere definiti senza dubbio come estivi: un piccolo numero di locali perde la maglietta, molti sfoggiano le maniche corte, ma c'è ancora qualcuno con un berretto di lana in testa.

Mark Lanegan in Glasgow Mai ascoltato prima, ma approvo

Ho notato uno di questi giorni a Luglio perché sono rimasto in coda per una mezz'ora lungo un marciapiede di Glasgow, aspettando di entrate ad un concerto di Mark Lanegan. Raro evento per me, andare ad un concerto. Per qualche motivo finisco sempre per andare a quelli di artisti di cui non poco o niente, trascinato o spinto od invitato da qualcuno.

Altri giorni estivi hanno punteggiato le settimane a seguire, e più di una volta ho incontrato il Lo'oris per svacco e mangerecci in un parco, nonche un glorioso barbecue fiammeggiante.

Italia

I dieci giorni in patria sono volati, fra un po' di lavoro remoto, matrimoni, incontrare amici e conoscenti. A parte la mancanza di nuoto già menzionata, nulla di particolare. Ottima vista all'atterraggio a Genova.

Genova Brignole La stazione di Brignole sullo sfondo, un griglia in primo piano

Norvegia

Non contento di andare ad un matrimonio in Italia, il sabato successivo ce n'era in programma un secondo a Trondheim. Questa volta ero anche coinvolto nell'organizzazione, visto che la cerimonia era artigianale ed originale. La torta un companion cube.

Dopo grandi preparativi e grandi pulizie, alcuni giorni di vera vacanza. Capita a fagiolo la celebrazione di San Olaf, il patrono della città, con una settimana di eventi ed il centro pieno di stand mangerecci. Panini di renna ed altri animali boschivi, ma anche del gelato decente.

Statua di San Olaf A metà della facciata della cattedrale, per la sua festa, hanno appeso dei fiori

Poi un attimo di calma: una mattinata spesa scendendo in kajak il fiume che attraversa Trondheim. Partenza a monte della città, dove gli aironi zampettano lungo argini ed isolette, poi attraverso zone sempre più abitate e residenziali per arrivare in centro, ai canali navigabili costellati di ormeggi, ed infine al porticciolo accanto alla ferrovia.

Perdendo il ritmo

Sulla via di casa ieri pomeriggio ho notato le prime foglie rotolare accanto al marciapiede. Un paio di alberi tendenti al rosso, un paio al giallo, e l'estate è volta al termine. Ed allora mi sovviene: sono settimane che non scrivo niente. Non che niente sia accaduto fra Luglio ed Agosto, ma una generale disorganizzazione mi ha visto girare in tondo e spendere tempo in passatempi meno costruttivi, i.e., ho letto un sacco di internet e pochi libri, consumato una manciata di giochi, dormito troppo poco, perso tempo in generale.

Crypt of the Necrodancer Ironia, con questo non ho perso il ritmo.

Mi capitano di tanto in tanto momenti in cui perdo il ritmo. Magari di ritorno da un viaggio ci vogliono alcuni giorni per rientrare nella meccanica della giornata, mentre la svogliatezza regna sovrana, seguita dall'inefficienza. E così invece di usare il tempo per fare quello che voglio, lo spendo nel ritardare quello che ho meno interesse a concludere e togliere di mezzo.

Ora, rientrato in orari e giornate più regolari, organizzare la giornata è più facile e di soddisfazione. Ma lo scrivere incontra ancora un po' di resistenza. Mi toccherà pedalare di più.

Di fronte ad Oban: Mull, Iona e Staffa

Molteplici puffin Molteplici puffin.

A metà Maggio sono finito di nuovo a Oban, come previsto. La novità questa volta è stato arrivare via ferrovia, saltare su un battello ed andare a visitare tre famose isole a pochi chilometri dalla cittadina: Mull, Iona e Staffa, tre delle Ebridi interne.

Otto anni dopo Oban non è cambiato molto, a parte due importanti dettagli: il cancello “Snib the gate” è stato ridipinto, ed il locale degli enormi pancake è purtroppo sparito —sigh.

Mull è un'isola di dimensioni decenti ed per attraversarla c'è un autobus con una simpatica autista che conosce tutte le persone al volante delle auto che incontriamo, ed aggiriamo con attenzione, lungo la strada a corsia singola. Per ognuna ha una storia da raccontare, o forse se la inventa sul momento, come per le varie casette, pietre, e curve lungo la via. Nessun commento però sull'enorme pavone che usciva di soppiatto da un cancello, il primo di vari volatili incontrati quel giorno. Per quanto abitata, Mull è vuota, ma non selvaggia: il tipico ordine portato dalle pecore, fatto di erba brucata regolare e muretti di pietra.

Basalto su staffa Staffa è fatta di colonne esagonali, dritte o deformate dalle ere.

Subito di fronte a Mull c'è Iona, giusto lo spazio per un paesello, una collina, ed un'abbazia. Eppure vanta innumerevoli secoli di storia, tombe di re di Scozia, ed incursioni vichinghe.

Una decina di chilometri più a nord, spunta dal mare Staffa, un blocco di basalto uscito dalla crosta troppo velocemente, e solidificato sotto forma di colonne esagonali. Tante, ovunque, quasi mattonelle di una pavimentazione artificiale.

Un puffin soddisfatto Il rischio più grande è inciamparci dentro.

Abbiamo solo un'ora per vagare su quest'isoletta, investigare la caverna di colonne basaltiche, vagare sull'altopiano. Staffa sembra inclinata da un lato, quasi stia affondanto, e mi ricorda l'Île mystérieuse di Verne. L'autore stesso, da giovane, aveva visitato l'isola, così come Walter Scott e R.L. Stevenson e mille altri personaggi del XIX secolo, incuriositi dalla regolarità ed "arte" del un fenomeno naturale.

In cima a Staffa trovo una mare di pulcinelle di mare, gli stessi puffin che tanto ci avevano eluso in Islanda. Escono letteralmente dal terreno, dove sembrano scavare nidi, e non si curano di questi strani umani che si aggirano fra di loro. Zampettano un po' goffi, senza i rumorosi richiami di altre specie, e non si preoccupano se ti avvicini e ti accucci accanto a loro. Se fossero buoni da mangiare, si sarebbero estinti da tempo, volatili di troppa fiducia.

Alcuni puffin spensierati Bastava andare nel posto giusto.

Bargreybars.vim

In un momento di ispirazione, questa primavera, ho deciso di scrivere del C. Mi capita ogni tanto, come se compilare sorgenti e ritrovarmi con eseguibile di pochi kilobyte mi assolva dal peccato di lavorare linguaggi di scripting, usare enormi enormi standard library, e di pseudocompilare per macchine virtuali e runtime vari.

Vim con i fastidiosi bordini The goggles do nothing!

L'occasione questa volta è stato bargreybars, un plug-in per Vim per risolvere una volta per tutte il problema degli odiosi bordini grigi. Una finestra di Vim ha sempre altezza e larghezza multiple della dimensione dei caratteri, che di rado sono un perfetto sottomultiplo delle dimensioni dello schermo. Questo lascia dello spazio vuoto in basso e a destra, che si riempie con un fastidioso grigio di default.

La cosa mi ha sempre disturbato, principalmente perché tendo a scrivere codice con su sfondo scuro per rilassare gli occhi. Una striscia di grigio un fondo ad uno schermo quasi nero non è molto piacevole.

vim-senza-bordini Un sospiro di sollievo.

Anni fa avevo scavato nel sorgente dell'editor ed aggiustato le due righe colpevoli del colore alla meno peggio, e ricompilato il tutto con Visual Studio. Ma il sorgente cambia, il build richiede un sacco di tool ed attenzioni, e scrivere una patch che funzionasse ovunque e per tutti era oltre la mia buona volontà.

Con l'uscita di Vim 8 ho pensato di lasciare in pace il sorgente del programma ed estrarre il mio lavoro in un plugin che prenda il colore del tema attivo e lo applichi ai malvenuti bordi. E per fare ciò, ci voleva un po' di VimL, ma anche un po' di C.

La gioia è stato scoprire i Visual C++ Build Tools, il compilatore di Visual Studio senza giga e giga di IDE sulle spalle. Linea di comando, librerie, e basta. Esattamente quello che mi serve per una DLL di una manciata di righe.

Finito il plugin e visto che il risultato era valido, ho speso un paio di sere a lucidarlo e documentarlo, ed è finito su vim.org e github, per la gloria.

Wool

Hugh Howey, 2012

Non sapevo nulla di Wool finché non è apparso sulla scrivania al lavoro, lasciato li da un collega —“È leggero ma interessante, leggilo”. Avendo finito da poco Quicksilver, un libro che leggero non si può definire, ho apprezzato assai ricevere qualcosa di nuovo e facile da leggere, senza dovermi prendere la briga di trovarlo o la responsabilità di sceglierlo.

L'ho letto in un modo sano e regolare: una manciata di capitoli quasi ogni giorno, fermandomi volontariamente, invece di sbloccarmi solo quando il buio o la fame mi costringono a muovermi.

La distopia questa volta è un silo sotterraneo, un grattacielo al contrario, dove l'umanità sopravvive dopo che uno sconosciuto disastro ha reso il pianeta inabitabile. Il silo se la cava decentemente, ma il passare degli anni e dei secoli ha cancellato ogni memoria del mondo esterno. Finché un po' di documentazione non inizia a saltare fuori.

La storia è interessante ed i personaggi decenti, a parte due piccoli gruppi: quelli che hanno pensieri troppo profondi, e come previsto nella pagina successiva sono morti; e quelli aggiunti a metà strada, che sembrano inventati sul momento per riempire un vuoto. Di questi ultimi ce ne sono un filo più del previsto. La causa è probabilmente il modo in cui il libro è stato scritto: è cresciuto un racconto alla volta, dopo il successo dei primi. E mentre il mondo riesce a crescere in modo consistente, i personaggi si infilano nella trama di traverso, a riempire ruoli necessari per continuare la storia.

Di nuovo, Wool è parte di una trilogia, ma una non pianificata. Il volume si chiude senza problemi ed in modo soddisfacente. Non sento il bisogno di cercare gli altri due, ma come libro spuntato dal nulla questo mi ha fatto piacere.

Quicksilver

Neal Stephenson, 2004

Sono passati quasi tre anni fra quando ho comprato Quicksilver e quando l'ho chiuso soddisfatto. La mia vita è andata avanti in modo lineare, senza flashback o improvvisi diari di sé stessa, o sotto forma di opera teatrale o di lettere. Lo stesso non si può dire del libro.

Glasgow, Maggio 2017

Ho preso in mano il volume per leggere gli ultimi capitoli l'istante in cui il treno è partito da Glasgow. Un trenino diesel con solo due vagoni che costeggia l'intricato fiordo del Clyde verso il mare, poi gira a destra lungo Loch Long. Mentre il tracciato sale lentamente, il lago a fondovalle si allontana e —distraendomi dalla lettura— vira dal blu al verde smeraldo, riflettendo le regolari foreste illuminate di traverso, sotto le nuvole, dal sole del tardo pomeriggio. Poco sopra si alzano brulle colline tipiche della Scozia, con quel loro aspetto da montagna vecchia, alta e lontana. È la West Highland Railway.

Trondheim, Maggio 2014

È mattina presto invece quando salgo sul treno diretto a Stoccolma. Un po' per avventura, un po' per economia, ho deciso di percorrere i 1000km che la separano da Trondheim in treno. Nello zaino ho un mattone storico sull'impero russo che sto leggendo da mesi; ma ogni capitolo, per quanto interessante, agevola l'abbiocco. Solo una pausa tecnica di tre ore, in una stazione dispersa e disabitata vicino al confine, mi da occasione di completarlo. È ormai notte profonda quando raggiungo il Chiarre ed il Venza a Gamla Stan.

Il giorno dopo guidiamo il Chiarre, per poco ancora scapolo, lungo il percorso del GTS, il Giro Turistico Standard, che include la libreria di fantascienza e stranezze nei vicoli del centro. Ho appena finito un libro, quindi è giusto comprarne un altro. Davanti allo scaffale S chiedo suggerimenti al Venza: ho letto il Cryptonomicon di recente, e Stephenson mi attira. Il Venza mi indica Quicksilver, uno spesso volume rosso. Ma il mattone russo è ancora fresco nella mia memoria, così decido di comprare Snow Crash, più sottile nella forma e leggero nell'argomento.

West Highland Railway, Maggio 2017

Il trenino supera Loch Lomond e continua verso nord, mentre i nomi delle stazioni iniziano a contenere suoni impronunciabili. Attorno a Crianlarich la ferrovia piega verso ovest e si contrae a binario singolo, spesso in un tunnel di alberi. Le colline si stringono in un glen, poi si riaprono in una piana punteggiata di pecore, tenute d'occhio dai ruderi di un castello, appollaiati su un sopralzo verdeggiante. Due ore dopo raggiungiamo la costa occidentale della Scozia, dove il tragitto termina alla stazione di Oban.

Quicksilver è soft historical fiction, con personaggi inventati nel mezzo di eventi storici. La trama è quasi una scusa per raccontare come la scienza sperimentale e l'economia moderna abbiamo preso forma nel diciassettesimo secolo, portando poi all'Illuminismo. Nel processo ci porta in giro per l'Europa, e di striscio nelle colonie del Nordamerica, mostrando i mille ingranaggi della politica. Dettagli, eventi e cause degli stessi spiegati con più attenzione di un libro di storia. Ma essendo un romanzo, non mi fido, e spesso mi ritrovo a controllare le note, la mappe, gli alberi genealogici inclusi nel volume. Di tanto in tanto mi perdo su Wikipedia, cercando di evitare spoiler tipo il destino di un personaggio storico o l'esito di una guerra che ho dimenticato dai tempi del liceo.

Edimburgo, Ottobre 2014

È autunno inoltrato quando acquisto Quicksilver. Il Chiarre si è sposato, il Venza è in Costa Azzurra, ed io ho lasciato la Norvegia per tornare in Scozia, attirato da un nuovo lavoro. La lettura procede con lentezza, preso da mille faccende. Ma questo è un libro che richiede attenzione e consumarne brevi spezzoni separati da lunghi intervalli non da grande soddisfazione.

Passano troppe settimane prima di raggiungere pagina 250, circa un quarto del volume, dove mi areno. Sono un po' perso, non sono certo di cosa stia succedendo: cosa vogliono ottenere i diversi personaggi, dove stanno andando, chi era più questo tizio? Altri libri, più sottili e meno esigenti, appaiano in casa e guadagnano la cima della pila. Quicksilver sprofonda lentamente nel futuro.

Edimburgo, Febbraio 2017

Finito Neverwhere durante le vacanze di Natale, Quicksilver torna alla luce sullo scaffale. Avanzo una manciata di capitoli, ma lo sbadiglio facile è segno che qualcosa non funziona. Riaprirlo a metà, con vaghi ricordi di quello che ho letto mesi orsono, mi lascia con scarso interesse.

Il lavoro di questi tempi ha un ufficio a Londra. Il modo più semplice per raggiungerlo, nelle rare occasioni in cui capita, è il treno delle 7:30. È un tragitto di circa quattro ore che comincia nella calma dell'alba e finisce nel brusio di Londra.

Febbraio è appena iniziato quando il Chiarre comunica di un pargolo in arrivo, ed io salgo sul treno per Londra. Un luogo ed un tempo che attendono solo qualcosa di importante a cui essere dedicati. Tolgo il segnalibro dal mezzo del volume e ricomincio dalla dedica alla musa nella prima pagina.

Oban, Maggio 2017

È il Venza ad avvisarmi della nascita del Chiarregenito, il padre avrà di meglio da fare. Seduto in una delle poltrone enormi ed un po' sfondate dell'ostello attacco le ultime pagine del libro, dopo una giornata di rilassato turismo. Non mi restano che due o tre capitoletti che chiudono le storie di vari personaggi. Oppure no, le riaprono e sospendono per il volume a seguire.

Quicksilver non è che l'introduzione di un'opera assai più ampia, il Baroque Cycle. In un'insolita scelta editoriale, gli otto libri che lo compongono sono stati pubblicati in tre volumi —ed io ho letto il primo. Avendo impiegato poco più di tre mesi, potrei finire l'intero cicle entro la fine dell'anno, ma non leggerei nient'altro, quindi rimandiamo. Ma se non quest'anno, finirò comunque per comprare gli altri libri e perdere sere e sere nelle picaresche avventure di Stephenson, e nella immensa raccolta di dettagli storici, sociali e scientifici che è riuscito ad incastrare in esse.

Lo spacchettamento

Leggendo un articolo che accusa i "Like" di aver rovinato tutto ho incontrato un concetto editoriale per me nuovo, che aiuta a spiegare una serie di cambiamenti nel modo in cui informazione viene prodotta e consumata sul web ed attorno ad esso.

Se una pubblicazione o un sito o un blog è un insieme di articoli raccolti in un unico bundle, il modo in cui ne condividiamo articoli o post oggi —con un titolo, uno spezzone e magari una foto di anteprima su un social network— porta all'unbundling. Il sito perde il suo valore complessivo, ed ogni singolo articolo deve farsi valere sul campo di battaglia della nostra attenzione.

Nel cercare disperatamente di attirare lettori, sostiene l'articolo, le pubblicazioni convergono da un lato verso i minimi termini (titoli sensazionali, argomenti popolari, etc.) e dall'altro trascurano argomenti di nicchia o materiale meno digeribili dalla massa. Chi ci perde siamo noi, che ci ritroviamo di fronte ad una informazione omogeneizzata e finiamo per leggere solo quello che ci appare davanti, invece di sfogliare l'interezza di una rivista scoprendo cose nuove.

L'idea dell'unbundling mi ha portato a notare bundle che ancora funzionano. Alcuni siti o blog ad esempio hanno una particolare voce che apprezzo, o coprono una nicchia, per cui li seguo dando una scorsa ad ogni articolo, perché potrebbe essere interessante o nuovo, senza necessariamente trattare un argomento a me noto. Il modello ad "abbonamento" dei podcast mi porta ad ascoltare episodi senza averne letto il titolo od il sommario. Magari Twitter funzionava così, prima che si riempisse di retweet e promozioni?

Anche il ritorno in voga delle newsletter potrebbe essere perché mantengono la solidità e la varietà di un bundle. Mentre seguire un sito via RSS è diventata una pratica oscura, trovarsi una pubblicazione nella casella di posta senza dover far nulla è pro-pigro.

Tradito dalla caldaia

È il pomeriggio di una domenica piovosa e ventosa, in cui mi trascino fuori di casa contro ogni istinto. Il riscaldamento è rotto e nessuno proverà ad aggiustarlo prima della nuova settimana. La stufetta sostitutiva fa del suo meglio, ma ha poca speranza di rendere la casa confortevole.

Esco quindi in cerca di un luogo più accogliente, rappresentato dall'ideale di un tavolo di legno ed una tazza di the. La mia prima destinazione è un pub non distante da casa, che mi fornisce una rustica superficie orizzontale ed un sapiente hot-dog, ma il chiacchericcio di sottofondo mi distrae. Da cosa non sono sicuro, ma mi distrae. Dalle finestre divise in vetri quadrati, ognuno curvo in un modo diverso, osservo la pioggia cadere in decine di direzioni un poco diverse. Calco il cappello ed esco.

Cammino appoggiandomi contro il vento e mi avventuro verso il centro. Nel parco circondato da pezzi di università trovo un po' di protezione. Gli alberi sono ancora spogli, ma l'erba ha già la fluorescenza che preannuncia la primavera.

Sull'angolo opposto dello square scorgo la mia destinazione: la biblioteca garantisce silenzio, e le luci accese al piano terra mi danno speranza di trovare una tazza di the, e forse un muffin.

Raggiungo l'entrata, giro attorno ad un gruppetto di studenti fumatori che cercano protezione dagli elementi dietro al cartello “Vietato fumare”, e mi procuro l'agognato bicchiere di liquido caldo, mille gradi di differenza dall'appartamento che mi sono lasciato alle spalle.

La biblioteca è sorprendentemente piena per una domenica pomeriggio, ma trovo un tavolo con vista sul parco fluorescente. Il tavolo è più sottile e moderno di quanto preferirei, il muffin è uscito dal forno troppo presto, ma il sole fa capolino e scalda il colore del mondo oltre i doppi vetri —ed il mio umore. I rami continuano il loro incessante ondeggiare, ma dal secondo piano noto che le estremità hanno preso la tinta rossiccia di fine inverno. Pazienza, fra pochi giorni sarà più caldo.

Piani e parziali propositi

Sebbene dopo anni abbia di nuovo un blog funzionante, alla fine dell'anno scorso ho saltato i tradizionali post del periodo natalizio. Questo in parte perché le vacanze sono state assai brevi —ed ho passato metà delle sere a leggere Neverwhere— in parte perché non ho avuto pensieri riassuntivi per il 2016 né meditato buoni propositi per l'anno successivo.

È però vero che senza un piano si va poco avanti, e senza guardarsi indietro si rischia di dimenticare importanti errori. Faccio quindi ammenda adesso, con due brevi paragrafi.

2016

Ho fatto un sacco di scelte saggie lo scorso anno, fra cui rimettere su un sito senza tante pretese e cambiare lavoro. Ho viaggiato meno dell'anno precedente, ma l'Islanda si è rivelata ottima. Sono riuscito ad organizzare un po' di teleconferenze per tenermi in contatto con gente lontana.

2017

Come sempre ho in mente un numero di idee, ma non trovo abbastanza tempo per metterle tutte in pratica. Per riuscire a completare qualcosa dovrò continuare a dare priorità a pochi progetti. Questo sito è fra di essi, sia come produzione di contenuti che come evoluzione: i tag non sono così lontani, e caricare immagini senza passare per l'FTP sarebbe un grande passo pro-pigro.

La soluzione per mettere in moto queste cose credo sia creare uno spazio ed un tempo ufficiali in cui possano avvenire. Cercherò un tavolone di legno ed un paio d'ore di pace, ed il codice si scriverà da solo.

Neverwhere

Neil Gaiman, 1996

Per qualche motivo mi dimentico di Neil Gaiman con sorprendente frequenza. Ne ho letto un libro dieci anni fa, forse un altro poco dopo, e sebbene sia al corrente di altri suoi titoli interessanti, svaniscono facilmente dal mio radar —non sono uno che tiene una lista dei libri da leggere, sarebbe troppo lunga.

Il Natale mi ha riportato all'attenzione Neverwhere nel miglior modo possibile: sotto forma di copia cartacea nelle mie mani, in una recente edizione, meravigliosamente illustrata qua e la sui margini e nel testo.

In vacanza in Italia, ho potuto prendere la mia scomoda posizione preferita, di traverso sul letto nella mia vecchia stanza, e dedicarmi alla lettura. In quella posizione ho digerito numerosi volumi, spessi e sottili, non di rado fino alle 2 o 3 di notte —incurante del treno delle 7:29 che avrei dovuto prendere la mattina seguente.

Neverwhere mi è durato quattro giorni, rapido ed inaspettato come un treno diretto quando uno si annoia lungo la banchina della stazione. E come il diretto solleva foglie e cartacce che tentano per un istante di tenerne il passo nella turbolenza, il libro ha messo in moto un sacco di pensieri, che si stanno quietando solo adesso dopo un paio di settimane.

Con la fantastica Londra di Sotto, Gaiman traccia un parallelo con la situazione di vagabondi, senzacasa, mentre pone in costante dubbio realtà ed equilibrio mentale. E questi si collegano con la storia di Chris, il mio vicino “insolito”. Una storia di crimine, alcool e complessità. Ho esplicitamente deciso di non scriverne, nell'impossibilità di spiegarmi con correttezza e completezza, e forse nel tentativo di lasciarla nel passato. Alcuni ne conoscono la vaga sequenza ed i dettagli più curiosi, ma il resto rimane solo come nuvolosa e dubbia memoria.

Quello che Chris mi ha raccontato un paio di notti, seduti sul pavimento, nell'entrata del nostro palazzo, aveva la stessa vena di irrealtà di Neverwhere. Bande di motociclisti, distanti principesse, crimini internazionali. Paranoia, solitudine, bottiglie vuote di whisky. Ed io a sporgermi sull'orlo della sua storia, a guardare giù nell'impossibilità di separare gli eventi reali, la loro decorazione, e la completa invenzione. Ma Chris non vive più in questo palazzo dall'estate scorsa, unico collegamento fra le nostre vite.

Ho portato il libro con me in Scozia, al mio ritorno il primo gennaio. Uscendo di casa presto, la mattina seguente, ho trovato Chris addormentato davanti alla soglia dell'appartamento in cui abitava. Ho chiuso la mia porta in silenzio, e sono scivolato fuori dall'edificio. Al mio ritorno era sparito, forse nella Edimburgo di Sotto.