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I libri del 2022

Una pila di libri accanto ad un gatto all'uncinetto

Cominciamo con il ritornello: anche quest’anno tanta fantascienza. Quando entro in libreria i piedi mi portano, per abitudine o innato senso dell’orientamento, verso la sezione fantasy & science fiction1. Su quei ripiani pesco sempre qualcosa di interessante: un classico che mi mancava, un titolo più recente di cui ho letto buone recensioni. Così la pila si accresce, satura di pianeti, astronavi, o strane civiltà. Se a volte adocchio la più grossa sezione fiction, la esploro di rado, incerto ed imbarazzato: ci sono troppi scaffali, ho meno confidenza con gli autori, ed il rischio è troppo alto.

A parte questa sensazione di inadeguatezza letteraria, sono felice dei libri che ho letto nel 2022. Per il secondo anno sono arrivato a 15 titoli, ed ho evitato la completa uniformità: agli 8 libri di fantascienza si sono affiancati 5 di altri generi, e 2 saggi. Degli ultimi ho inoltre spiluccato un piccolo numero in versione digitale; mancando l’oggetto fisico tendo però a dimenticarmene. Ho riletto The Peripheral, con grande soddisfazione. Non tengo traccia di riletture da-capo-a-coda, ma sono eventi assai rari. Una vittoria aver anche chiuso, se non completato, The Psychology of Fatigue, un saggio interessante quanto doloroso.

Come l’anno scorso, le recensioni sono arrivate in ritardo, a volte mesi dopo che avevo concluso la lettura. Negli archivi appaiono datate correttamente, ma ho lasciato scorrere troppa acqua sotto i ponti prima di compilarle. Alcune impressioni erano ormai sbiadite, e mi spiace. Complice è stata la generale resistenza allo scrivere, non è un fenomeno strettamente collegato ai libri.

La scoperta dell’anno—per me, il mondo lo sapeva da anni—sono stati i libri di Ursula Le Guin. Non ho idea di come sia arrivato alla mia età, con i miei gusti di lettura, senza averne aperto uno. Un sospetto: forse non parlo abbastanza di libri2 con altre persone. Urge un piano.


  1. Ahimé, non ho a disposizione negozi così avanzati da dividere science fiction e fantasy in sezioni separate. 

  2. Né di musica. 

Embassytown

China Miéville, 2011

“È il mio preferito di Miéville” mi dice il cassiere, nella libreria deserta delle 18:58. A lettura conclusa direi che Embassytown non è il mio preferito (ho un immotivato debole sia per The City and The City che per Kraken), ma credo sia la migliore opera di China Miéville pubblicata finora. Una storia ben costruita, un universo interessante (o tre?), e personaggi che vanno da qualche parte. La costa della mia edizione è anche un bel verde.

Ho appena finito di lamentarmi di leggere troppa fantascienza, ma apro l’anno con questo libro senza vergogna. L’ho preso e rimesso sullo scaffale fin troppe volte, indeciso ed un poco colpevole all'idea di fissarmi su un autore. All'ultima ripetizione di questo movimento, prima di Natale, ho notato in seconda pagina uno spezzone dove Ursula Le Guin ha solo buone parole sul libro. Di lei, ho pensato, posso fidarmi.

Embassytown è una colonia su un pianeta inospitale agli essere umani, che si sono insediati solo con l’aiuto della popolazione locale e della loro tecnologia a base di bislacche creature. Comunicano solo con un curioso Linguaggio a due voci. Il Linguaggio merita la maiuscola, perché è uno dei protagonisti in questo racconto. Oltre a richiedere due bocche per interlocutore—un alieno, oppure due persone—è innato negli autoctoni. Forse per questo può solo descrivere: gli alieni faticano con gli ipotetici, sono affascinati dalla possibilità di mentire, e giocano con maldestre similitudini. Ma non potendo inventarle, costruiscono strane situazioni nel mondo reale per poi descriverle, ed adottarle nel Linguaggio.

La colonia cresce, ai confini di un universo esplorato via... una specie di iperspazio che esiste prima, durante, e dopo l’universo. In cui qualcuno ha costruito fari per aiutare la navigazione, per poi sparire nel nulla. Il mal-di-iperspazio è pesantissimo, e pochi riescono a restare in piedi durante un attraversamento. A differenza del Linguaggio, l’iperspazio non ha un ruolo attivo nella storia, ma rallenta, crea distanza fra la colonia ed i mondi più civilizzati. Così quando Le Cose Vanno Storte™, la colonia è sola ad affrontare... la storia del libro. Che è bello e vi suggerisco di leggere, invece di soffrirne qua un mio riassunto.

Approvato. Un giorno potrebbe meritare una seconda lettura, chissà.

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Uno sguardo al 2022

Ho aspettato che il 2022 si chiudesse del tutto, mai che qualcosa di extra si infilasse negli ultimi giorni. Posso quindi confermare il giudizio: poteva andare peggio. Ma solo perché gli anni precedenti hanno espanso gli orizzonti di quello che può andare storto. Il 2022 si è giocato la carta “guerra”.

Da subito (fine Febbraio) l’invasione dell’Ucraina occupa un sacco di spazio mentale, con un misto di apprensione ed interesse. Il fronte è lontano e non conosco nessuno, ma la guerra in Europa era—nell'immaginario—un problema risolto. Questo cambio di rotta porta necessariamente a rimodellare la visione del mondo, e ci vuole tempo per stabilizzarne una nuova. Inaspettata, ma apprezzata, la solidità dimostrata dalle strutture nazionali e sovranazionali dell’Unione Europea.

La guerra ha aperto un nuovo campo di cose da leggere, imparare, e scoprire. Il conflitto è super-connesso, mille volte più dello spettacolo televisivo della prima Guerra del Golfo. Al fronte fisico si affianca quello dell’informazione ed informatica, fatto di sabotaggio e propaganda. Ho speso fin troppo tempo ad osservare le narrative contrapposte, interne ed esterne, ed a confrontarne il linguaggio. La linea ufficiale della Russia, con la sua celebrazione della violenza, mi ha riportato in mente l’Ur-Fascismo di un saggio di Umberto Eco1. Mi ha fatto anche notare quanto sia distante dal mio normale essere: la guerra diventa conflitto di valori ed idee, e la polarizzazione inevitabile a basso livello—qualcosa da tenere d’occhio. Può essere usata in modo positivo?

Nel frattempo La Situazione continua. Da un lato è diventata più gestibile, dall’altro il mondo si è stancato di preoccuparsene, di fronte ad altre crisi. Io continuo a non seguire la moda, ed indossare mascherine quando il rapporto “densità umana” su “ventilazione” mi sembra inadeguato. Ho scampato il contatto più vicino a Giugno, ma nei mesi successivi ho sentito la guardia abbassarsi. La tengo d’occhio, e la sprono di tanto in tanto guardando i numeri che non scendono.

Dopo anni di considerazione, ho eliminato gli occhiali con il LASEK. Lo considero un giro di boa fra la miopia e la presbiopia, che mi aspetto incipiente. È anche un compromesso: avvitare vitine microscopiche è più difficile di prima, ma girare senza lenti è un sollievo giornaliero ed ho sbloccato nuove attività fisiche. Non a caso è anche l’anno dei corsi di surf ed immersione.

Più improvviso ed inatteso è il passo che ho fatto a Luglio: l’addio al codice e la nuova posizione da manager. La valutazione è ancora in corso: ci sono lati interessanti ed altri che mi lasciano più stanco del previsto. Vedremo.

Viaggi

Costa Adeje vista da Playa de Las America Nuvole serali, a nascondere le montagna più interessanti

Muoversi è ritornato quasi a livelli pre-pandemia, con le necessarie visite ai parenti in Italia e Norvegia nella prima metà dell’anno. Ad Agosto sono tornato con gioia nelle Alpi, ed abbiamo apprezzato l’improvvisata vacanza alle Canarie, che si è rivelata perfetta per riscaldare un autunno uggioso. Mare e montagna coperti per quest’anno.

Niente campeggi, e putroppo niente incontri internazionali. Anche la lunga camminata che cerco di organizzare da anni non ha trovato spazio. Un problema di calendario, ma anche di priorità. Se sono cose importanti, il tempo va creato e messo da parte in anticipo.

Meta

Cartelli di parcheggio vietato nel mezzo della campagna Non qui

Scrivere continua ad essere un'attività con un forte attrito statico. Per mettermi in moto ho bisogno di un tavolo diverso. La biblioteca mi ha dato spesso ospitalità, altre volte ho trovato coffee shop semi-vuoti, di cui ho investigato the e muffin. Quello al limone è buono, ma un po’ troppo zuccheroso. Sedici post sono un numero accettabile, ma avrei preferito meno tag “vita” e più argomenti interessanti.

Dietro le quinte, dopo anni di stabilità, ho iniziato a smuovere il codice che genera questo sito. La facciata è identica: mi sono divertito a semplificarne la struttura, investigando variazioni sul tema, e rimuginando dubbi filosofici fra dependency injection, façades, Active Record ed altri concetti. La scusa è “semplificare prima di espandere”, ma è anche un passatempo fine a sé stesso, al considerare ed investigare diverse strutture attorno ad un’applicazione di cui conosco ogni angolo e requisito.

Nel frattempo, considero direzioni per il futuro. La sezione Progetti ha bisogno di una ristrutturazione, e forse è tempo di aggiungere pagine a sé stanti, fuori dal blog. Vedremo cosa ne uscirà, adesso che scrivere codice è tornato ad essere un hobby, invece del lavoro a tempo pieno.


  1. Mentre la versione inglese appare su diversi siti, non ho trovato un link al testo in italiano, che è stato pubblicato in raccolte cartacee. Esiste giusto una pagina su Wikipedia 

The Psychology of Fatigue

Robert Hockey, 2013

Ho scovato The Psychology of Fatigue su un ripiano in casa, abbandonato con dentro una matita, e numerosi angoli piegati ad uso segnalibro. Era il lontano 2019, quando avevo iniziato una dieta bilanciata ad alto contenuto di saggistica. Per quattro anni, testardo, ne ho cercato comprendere l’astruso testo accademico, di cui già mi sono lamentato. L’ho ripreso in mano un’ultima volta questo mese, con un approccio più tattico: finire i capitoli principali, spulciare quelli che mi attiravano, e saltare il resto. È un libro accademico, con tanto di literary review, quindi si presta ad una lettura irregolare. Mettendo da parte il fatto che sia mal-scritto, contiene informazioni utili che annoto qua.

La fatigue del titolo è la stanchezza mentale, quella sensazione di “non ce n’ho più voglia” che può capitare quando uno si applica a lungo ad un problema. Porta a rallentamenti, errori, distrazioni; induce a perdersi in attività secondarie ma più interessanti; a volta ci porta su un altro tab, alla ricerca di temporanea distrazione. L’autore (professore emerito etc etc) riassume l’ultimo secolo di ricerche scientifiche, e propone una teoria sull'interazione fra fatica, motivazione, ed i processi di “controllo” del cervello.

Il punto di partenza è che considerare la fatica mentale come una carenza di risorse non funziona. L’idea era apparsa come metafora dopo la rivoluzione industriale—siamo macchine anche noi e finiamo il carburante!—me con il tempo è diventata l’interpretazione più comune. Oggi possiamo misurare come il cervello si comporta durante uno sforzo intellettuale, e sappiamo che ci sono solo lievi variazioni energetiche: un cervello a riposo consuma in media quanto uno che si sta concentrando su un problema, e concentrarsi non causa una carenza di risorse come zuccheri od ossigeno. La fatica è anche relativa a quello che si sta facendo (mansioni interessanti richiedono meno sforzo) e può sparire improvvisamente se si passa da un’occupazione ad un’altra. Se non è quindi una questione di energia, può essere parte dei sistemi di controllo di cui è composto il cervello.

L’ipotesi proposta è che la fatica mentale sia un sentimento, un segnale interno che dice “sei sicuro di voler continuare su questa linea di azione?”, e si manifesta quando ciò che stiamo facendo richiede sforzo e sembra poco utile. La fatica redireziona la nostra attenzione, e suggerisce comportamenti alternativi da esplorare. Questo dal punto di vista di un cervello che ci vuole tenere in vita, ben nutriti e soddisfatti—non esattamente in linea con, ad esempio, monotone attività lavorative. Notare l’insorgere della fatica ci permette di scegliere: possiamo abbandonare quello che stavamo facendo, se non vale la pena; diminuire l’impegno accettando di rallentare o abbassare la qualità del lavoro; o rinnovare lo sforzo e continuare. C’è un limite in quest’ultimo caso, e spingere troppo porta verso burnout e compagnia. Più interessante è la possibilità di rivalutare l’obbiettivo a cui si sta puntando: se è davvero importante, riconoscerne il valore e creare entusiasmo può aggirare la fatica.

Il libro, purtroppo, è un mattone—ma anche un diretto esempio di quello che spiega! Ho dovuto concentrarmi su ogni frase per comprendere la pessima esposizione dell’autore, e dopo pochi paragrafi cominciavo a rallentare, a distrarmi. Rimanere sulle pagine era uno sforzo, ed era necessario controllo. Avanzare in questo libro richiede comprendere ciò che descrive e metterlo in pratica. Quando la fatica è arrivata, ho considerato quello che stavo facendo ed ho deciso che, si, era utile ed interessante e volevo continuare. Come altri sentimenti, si può osservare, capire, ed in qualche modo gestire. Pian piano, sono andato avanti.

Circa, perché ci sono voluti comunque quattro anni, e neppure l’ho letto tutto.

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Piante acquatiche, al giardino botanico.

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Silenzio fra gli scaffali

I primi due giorni di ferie sono spariti in una nebbia di stanchezza ed incertezza. Le vacanze sono benvenute, ed arrivano alla fine di un mese in cui probabilmente non ho dormito abbastanza, causa cattiva abitudine di tirar tardi leggendo, o magari scrivendo codice. Il nuovo ruolo mi lascia anche più stanco: richiede più energia e ne restituisce di meno. Per ora le giornate migliori finiscono con sollievo, e non con soddisfazione. Siamo ancora nei primi mesi, quindi paziento e mi applico, ma ne prendo appunto qua, testimonianza per il futuro me.

Noto un’ossessione, in sottofondo, per il dover fare cose importanti, fra priorità ed ottimizzazioni. Ci sono voluti un paio di giorni, adesso, per uscire da quella mentalità e rilassarmi in un misto di ozio ed attività che ho voglia di fare, senza ricalcolare continuamente il miglior modo di spendere il mio tempo. In questo riconosco la tensione giornaliera sul lavoro, dove riesco a concludere solo una manciata di attività, a rimanere giusto a galla nell'oceano delle responsabilità.

Esco, stamane, alla ricerca di spazio dove scrivere. È la vigilia di Natale anche in biblioteca, dove passo un paio di impiegati svogliati all'entrata, e poi mi immergo nel silenzio. Ho l’intero terzo piano a disposizione quando arrivo, forse cento scrivanie, e decine di migliaia di libri. Fuori gli alberi del parco sono spogli e spudoratamente frattali, l’erba il verde un po’ desaturato dei mesi invernali. Regolo la veneziana per schermarmi dal sole basso. Con la calda luce di traverso, gli scaffali colorati a ricordarmi come funziona la prospettiva, e la quiete imposta dalla massa dei libri, è uno dei miei posti preferiti.

Un corridoio fra scaffali di libri Un istante prima che il sensore mi noti, ed accenda le luci

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Scaffali

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Una cosa che faccio assai di rado è rileggere interi libri. Un capitolo magari, più spesso una pagina od un preciso passaggio che mi ricordo.

Oggi ho finito per la seconda volta ``The Peripheral'', il primo libro di cui ho tenuto traccia qua, e che mi ha fatto riscoprire il Gibson "contemporaneo".

A sei anni di distanza, confermo: è ottimo.

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Postumi delle vacanze

Lo spirito estivo e vacanziero ci segue al ritorno dalle Canarie, ma sopravvive solo un paio di giorni prima di dissolversi a contatto con mattine nebbiose ed alberi spogli. Rimane la soddisfazione di una vacanza ben organizzata e colma di attività: quello che serve per riempire le giornate e svuotare la testa da stanchezza e preoccupazioni. Approvato anche il passaggio dal mare alla montagna a metà viaggio, un buon compromesso fra il minimizzare gli spostamenti ed il garantire varietà. Il giudizio su Tenerife resta invece sospeso, mentre considero il dualismo di cemento e vulcani, turisti e lucertole.

Nuove costruzioni hanno divorato il lato di una collina Il piano regolatore di Tenerife è stato approvato dagli Unni

Ha avuto anche successo l’esperimento di scrivere in viaggio. Nell’eterna tensione fra l’esperienza di un viaggio e la documentazione dello stesso, di solito scelgo la disconnessione. In questo caso avevamo a disposizione un appartamento, e quindi spazio e tempo per rilassarci. Ho deciso perciò di dedicare un’oretta, l’ultima sera in ciascuno dei posti in cui abbiamo soggiornato, per raccogliere idee. E mentre fuori imperversava il karaoke, con tutti i classici che potete immaginare, io spulciavo fotografie e abbozzavo un paio di post. Mi ha aiutato una recente scoperta: Obsidian. Negli anni ho provato diversi editor Markdown, ma erano tutti scattosi e più intricati del necessario. L’editor di Obsidian è onesto e fa il suo dovere senza sorprese. È affiancato da mille funzionalità per personal knowledge management e da un pozzo senza fine di plug-in, da cui mi terrò alla larga perché sembrano pronti a divorare tempo. Ammetto però di essere attratto dal quello che permette di annotare il planisfero...

A coach takes a hairpin turn in a deep valley Autobus ristretti per tornantini stretti

Rientro con rinnovata voglia di una lunga camminata, ma con l’autunno che avanza siamo rimasti con poca luce, piove, ed il freddo richiede ulteriori strati di lana. Ne riparliamo a primavera. Mi accontento di vagare per ed attorno alla città, come sono solito. Rimandate all’anno prossimo sono anche la discesa festiva in Italia e la salita in Norvegia. Puntiamo ad un Natale più semplice, e rilassato.