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This Is How You Lose the Time War

Amal El-Mohtar, Max Gladstone, 2019

Ho pescato This Is How You Lose the Time War a caso in libreria, per quanto il titolo mi fosse noto. Era saggiamente messo di piatto in modo da esporre la copertina sgargiante, e da buona allodola l’ho portato a casa. Sottile e leggero, è stato una piacevole lettura, di nuovo un sorbetto dopo l'intensità di Moby-Dick.

Il breve romanzo segue due agenti di opposte fazioni in una guerra fantascientifica, che viaggiano nel tempo e nello spazio, lasciandosi lettere sui campi di battaglia. Se all'inizio sono per schernire, pian piano i due si scoprono più simili e vicini di quanto la loro diversa origine possa far pensare. Le lettere dei due personaggi sono state scritte separatamente dai due autori, El-Mohtar e Gladstone, e riflettono piacevolmente due voci e due stili diversi.

Simpatico e ben scritto, è volato via in meno di una settimana. Solo una cosa mi ha dato fastidio: abbiamo due agenti che si muovono nei millenni e nei sistemi solari. Gli autori avrebbero potuto inventarsi qualsiasi cosa, ma fin troppo si incentra sugli ultimi due secoli del nostro mondo, inclusi riferimenti a recente popular culture, che invecchieranno in fretta. A metà lettura mi sono ritrovato a pensare: questa storia sarebbe stata meravigliosa nelle mani di altri autori—forse un pizzico di Pratchett, od una spolverata di Miéville. L'ho apprezzato comunque, leggero e luminoso mentre fuori arrivava l’estate.

Moby-Dick

Herman Melville, 1851

Moby-Dick si nasconde in ogni casa, inevitabile. Ce n'era una copia anche qua, che ho ignorato per anni. Ma fuori continuavano gli ultimi strascichi di lockdown, le librerie erano chiuse, ed in caso di necessità si legge quello che c'è.

Così l'ho aperto, ed ho cominciato. “Call me Ishmael”, ovviamente. Ho incontrato più di un Ishmael in passato, a volte in un pub o ad un qualche evento organizzato dall'università. Arriva sorridente, un po' alticcio, e si attacca. Entusiasta a proposito di argomento-x, riversa senza fine nozioni, opinioni, aneddoti poco interessanti. L'argomento man mano si espande, ma Ishmael continua, mentre la bavetta si addensa agli angoli della bocca, a raccontarti cose. Sganciarsi è difficile, e se cerchi aiuto guardandoti attorno, nessuno incrocia il tuo sguardo.

L'Ishmael di Herman Melville è fissato con le balene, con tutto quello che può anche lontanamente avere a che fare con i cetacei, e con la gloriosa professione dell'ammazzarle per guadagno. Di certo indossa una maglietta con scritto Ask me about whales. Vi hanno detto che Moby-Dick è la storia del capitano Achab? Solo in parte, forse un quinto del libro. Il resto è Ishmael che vi racconta, con esuberanza ed entusiasmo, quanto siano meravigliose le balene. E le baleniere. Ed i marinai. E di quanto siano sublimi ed indescrivibili i sentimenti e le azioni che includono balene. C'è un capitolo in cui si lamenta dei fantasiosi ed incorretti disegni di balene dell'antichità. Accettabile. Quello seguente? “Of the Less Erroneous Pictures of Whales”.

L'ossessione è grande, e mette ombra la fanatica missione di Achab. Ishmael ha letto mille libri, e si sente in dovere di citarli, con name-dropping biblici ogni due frasi. Frasi strapiene di metafore, similitudini, allegorie: tutto è sublime, anche il verso dei gabbiani. Una lunga introduzione al libro, che è sano leggere dopo, spiega come tutto sia importante e profondo, quasi profetico! Molti capitoli sono enciclopedici ed interessanti. Ho imparato un sacco di cose, ma ho anche aggrottato la fronte più volte di fronte alla glorificazione di quello che era un mattatoio galleggiante. I capodogli non li mangiavano: prendevano solo le sostanze grasse ed il resto lo lasciavano agli squali. Venivano macellati per fare candele, o lubrificante per meccanismi. Il peggio è quando Melville discute la possibilità che la caccia alle balene possa portarle all'estinzione. —Ovviamente no! E non portate come esempio i bisonti che sono spariti dalle praterie degli Stati Uniti, li era colpa solo degli indiani!— Tre milioni di balene morte più tardi, ne restano solo qualche migliaio.

Achab intanto cerca vendetta sulla famosa balena bianca. Famosa perché in molti l'hanno vista, hanno cercato di ucciderla, e gli è andata male. Quindi continuano a provarci, ed a perdere barche, marinai, o gambe. La balena bianca, fra parentesi, è presa da una storia vera, quella di Mocha-Dick.

Conclusa la lettura, sono rimasto un po' li a pensare. È un classico, si, ma potremmo lasciarlo ai lettori statunitensi, con il loro entusiasmo ed eccezionalismo. Il tentativo di evocare Shakespeare è visibile, nei personaggi e nella storia, ma non riesco ad apprezzarlo ricoperto da strati e strati di dramma e contorsionismi verbali. Torna sullo scaffale, il suo futuro incerto.

Atomic Habits

James Clear, 2018

Ho visto Atomic Habits menzionato in giro più volte negli ultimi anni, e quando mi è passato davanti ne ho letto un paio di capitoli per curiosità. Era leggero (soprattutto in confronto all'altro libro che avevo sul tavolo) così ho pensato di andare avanti.

L'autore, James Clear pubblica da anni sul web, e si nota dalla voce, colloquiale e amichevole. Non è un problema leggerla su carta, ma ho notato il suono diverso. Nel libro analizza le componenti delle abitudini, e le loro relazioni con l'identità della persona, i luoghi e gli ambienti in cui la persona vive, e come questi possono essere adattati per favorire certi comportamenti ed ostacolarne altri. Il punto è rendere certi passi facili ed interessanti, altri difficili o costosi. La forza di volontà è qualcosa di incostante, quindi è meglio non affidarvisi. In particolare, di rado ha successo quando si cerca di non fare qualcosa, perché è uno sforzo senza soddisfazione. Clear suggerisce invece di “invertire” il non-fare in qualcosa di positivo, che di cui si possa tenere traccia e vedere il progresso.

Non sono mai andato in cerca di libri sull'argomento, ma la questione abitudini è qualcosa che mi ha sempre affascinato. Salvato da qualche parte—nel 2003—ho un titolo per un post mai scritto: “Abitudine: ossido di vita”. Se ripeti un'azione un numero sufficiente di volte, il movimento si solidifica, nel bene e nel male. Diventa più semplice e veloce da compiere, ma inversamente perdiamo attenzione e considerazione. Ho sviluppato così un rapporto duale con le mie abitudini, e le tengo d'occhio. Mi interessa notarle, e categorizzarle.

Ci sono quelle che definisco “metodo”, per esempio un modo efficiente e particolare di procedere, che ogni tanto rivaluto per vedere se sono ancora valide, sono diventate obsolete, o possono essere migliorate. L'ordine in cui i piatti finiscono nella lavastoviglie, l'impilarsi dei vestiti nell'armadio, la sequenza di passi in una ricetta che ripeto con una certa frequenza. Ci sono abitudini di sociali o di comportamento, più subdole e difficili da notare a volte, che finiscono in questione quando le noto in altri, o creano attrito. Ho anche abitudini legate ad un luogo od uno spazio: quello che faccio in un certo posto, o in un certo momento della giornata. Queste creano binari lungo cui la vita si svolge, ed è importante smuoverle in modo da creare tempo per quello che si vuole fare. L'alternativa è quella sensazione di giorni sfuggiti, senza particolari ricordi. Giorni in cui l'abitudine mi guida, e l'attenzione non deve far niente.

Smuovere abitudini è qualcosa che cerco di fare spesso, giusto per tenermi in allenamento. Invertire le posate a tavola, riposizionare oggetti di uso frequente, o fare colazione seduto ad un lato diverso del tavolo. Sono piccoli momenti di esplorazione, in cui osservo i binari dell'abitudine, li abbandono, e vedo cosa succede. La sveglia in un posto diverso cade sempre, la rimetto dov'era. La vista da entrambi i lati del tavolo è equivalente, non ho preferenza. Usare posate al contrario è complesso, ma dopo qualche giorno diventa naturale. Ho imparato qualcosa di nuovo, annodato diversamente un po' di neuroni.

Nel libro ho trovato alcuni spunti interessanti, cose da provare o tenere in mente. Mi ha ricordato che cominciare qualcosa di nuovo dev'essere facile, quindi è meglio fare passi piccoli, non importa quanto, ma con costanza. I risultati saranno microscopici, ma il primo obbiettivo è la costanza, non qualche ideale lontano.

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Monospazio su fondo scuro

Se da buon informatico tendo a tenere gli occhi aperti per nuovi strumenti o programmi, da pigro informatico di rado li prendo in considerazione: il mio ambiente di sviluppo è collaudato e confortevole, se lo cambio dev'essere per una buona ragione.

Di recente ho cominciato ad usare un numero di strumenti che, notavo, hanno tutti una cosa in comune: mi portano a spendere più tempo nel terminale, e funzionano in modo semplice e pulito, di soddisfazione.

Prima di tutto il terminale stesso: Windows Terminal è cresciuto, ed ha sostituito sia il prompt tradizionale che le varie alternative adottate negli anni. Profili, tab, split-screen: fa tutte le cose utili, quasi fossimo su Linux.

Ed in effetti, pezzi di Linux si stanno insinuando su questo portatile, su cui per un misto di scelta, pigrizia e tradizione c'è sempre stato Windows. La maggior parte dei servizi che uso per i miei progetti—server web, posta, database—girano via WSL, il simpatico sottosistema di Windows 10 che permette di installare distribuzioni come se fosse programmi. Meno di una virtual machine, ma tutto quello che serve per i miei progetti. Assai più semplice e leggero di strati geologici di macchine virtuali o Docker, più comodo e solido di quei pacchetti WAMP artigianali che usavo una volta—dove Apache e PHP si comportavano sempre in modo strano, e MySQL non era mai la versione corretta. Adesso uso esattamente gli stessi pacchetti e configurazione del server su cui carico il risultato, e ci sono meno sorprese.

Un altro software che da Linux che si è fatto strada sul mio computer è OpenSSH. Dopo quasi vent'anni rimpiazza il fidato Putty, e finalmente non devo convertire chiavi fra diversi formati. Le chiavi finiscono in KeePass + KeeAgent, così sono in un archivio sicuro che posso portami in giro, senza preoccuparmi di perderlo.

Sia in locale che su server, il terminale si apre spesso su tmux. È ormai un progetto maturo, la cui configurazione si è infine stabilizzata. Così posso copiarla di sistema in sistema, per convenienza e consistenza. È ottimo per fare più cose in parallelo, ed essenziale per lasciare la cose a metà e tornare più tardi—o se la connessione cade.

Due nuovi amici si affiancano sulla linea di comando: ag e fzf. Il primo è grep che ha imparato a fare la cosa giusta quando ha davanti del codice. Evita tutti i file che non hanno a che fare con il progetto, e cerca solo in sorgenti e risorse. Opzioni facili da ricordare aiutano a filtrare i risultati, come ad esempio --css per cercare solo nei file che hanno a che fare con fogli di stile. fzf invece è uno strumento generico: prende in input una lista di righe, e permette di filtrarle via fuzzy matching. In combinazione con altri programmi, accelera tutta una serie di operazioni che di solito richiedono molteplici passi, magari copia e incolla, e la possibilità di sbagliare un carattere e dover ripartire dall'inizio. Con fzf comandi inaspettati diventano interattivi, e più facili.

Con tutti questi nuovi pezzi da comporre, finisco per avere sempre un terminale aperto. A sua volta, questo mi porta ad usare comandi per le operazioni che ripeto—sia frequenti che sporadiche. E se ho un comando, posso metterlo in uno script, e poi dimenticarlo. La pigrizia è soddisfatta, e tutto funziona con meno sforzo.

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Problemi strutturali

Toh guarda, Aprile è sfuggito veloce. Di questi tempi mi sento un po' in sospeso e fatico a mantenere una routine—almeno fuori dal lavoro. L'origine di questa incertezza nell'aria non mi è chiara, ma ho dei sospetti. Da un lato è primavera: le giornate si allungano fin troppo velocemente da queste parti, ed il tramonto non è più utile per demarcare parti della giornata; ogni dì è diverso, e mi ritrovo spesso in ritardo con i miei piani. Dall'altro la Scozia sta riaprendo dal lockdown, cominciato sotto Natale, in una sequenza monotòna di riaperture che rendono ogni settimana diversa da quella precedente. Non ho ancora sfruttato molto le nuove libertà, ma almeno ho incontrato un paio di amici contemporaneamente—all'aperto.

Questi continui cambiamenti sembrano tenermi in tensione, e finisco per saltare di faccenda in faccenda, di progetto in progetto, senza fermarmi a considerare se è davvero quello che voglio fare con il mio tempo. Spesso non lo è, è soltanto la prima cosa che mi passa in mente. Così alla tensione si accosta una generale insoddisfazione. Quando mi siedo a scrivere le idee scarseggiano, e rimando. E rimando ancora. Non mi sembra di aver concluso molto ultimamente; ma se metto tempo da parte e rallento, idee e risultati tornano a galla.

Per ridare struttura al mio tempo, oggi ho preso ferie. Ho vagato un poco per il centro, visitato due librerie che hanno riaperto di recente, e comprato libri che da mesi attendevano in cima alla lista. Sulla via del ritorno mi sono seduto a leggere su una sponda verde, sotto il sole, smezzando oatcake con un corvo di passaggio. Pace e silenzio, e niente video-chiamate.

Un pila di tre libri Non vedo l'ora

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Mistero primaverile risolto.

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Le voci degli altri

Giusto perché non avevo abbastanza cose a mezz'aria, il mese scorso ho avuto un'idea. L'ho considerata per qualche giorno, poi ho precettato un paio di volontari e l'ho messa in pratica. In fondo avevo appena comprato un microfono1, e mi sembrava un buon modo di usarlo.

Il progetto vive in un altro contesto, e quindi su un altro sito. Per qualche inconscio motivo cerco di non chiamarlo podcast, ma temo che lo sia: precetto vecchi compagni di università, parliamo di dove sono, di come ci sono arrivati, di cosa si interessano. Principalmente ascolto, e scopro dettagli e pensieri che nella distanza remota di questi tempi, nella superficialità delle comunicazioni immediate, raramente vengono a galla.

Alla base di quest'idea c'è la mia fissa che le storie che stiamo vivendo abbiano valore, per noi stessi e per quelli che ci conoscono. Ci sono momenti e ragionamenti importanti, ed importante è anche condividerli. Sprono fin troppo spesso amici e conoscenti perché scrivano e raccontino di quello che li appassiona. E di solito non funziona: se scrivere richiede uno sforzo, cominciare a scrivere è uno scoglio per molti troppo grande. Il podcast progetto aggira il problema, e riduce gli ostacoli. Rimane il racconto, di esperienze, progetti, passatempi. Per una volta non miei, ma degli altri.

Il blocco iniziale da superare invece è tutto mio: registrare e riascoltare, puntata dopo puntata, la mia voce. Non ho un grande rapporto con essa, e la quotidiana accettazione è basata sull'ignorarne timbro, rotacismo, e borbottio. Non so se avrei tentato una simile impresa senza aver speso un anno a parlare dentro scatole, giorno dopo giorno. Ed ora ho sbloccato qualcosa: registrare non è così doloroso, e riascoltare è diventato accettabile, mentre smanetto con Audacity per tagliare gli eeeeeh più grossi, ed i vari rumori facciali che produco.

C'è un piacere di fondo in questi chiamate e registrazioni. C'è la sensazione di connettere, e capire cose nuove di persone che conosco da tempo. A volte si dilungano ben oltre il previsto, e divagano in sorprendenti direzioni. Sono quello che speravo, ed anche di più. E per gli altri? Tocca a loro raccontarlo.


  1. Lasciamo al lettore investigare il possibile collegamento fra la marca di prodotti audio Marantz, e l'etimologia di “maranza”. 

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