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Firenze

Campanile Salire sul Duomo è una lezione di storia e di architettura.

Non mi metto a descrivere Firenze, tanto vale prendere in mano una guida turistica. La mia Firenze è assai più piccola, composta dalla stazione ferroviaria, il Duomo, ed un mezzo chilometro di passeggiata risalendo l'arno.

Il fatto è che ogni volta che sono andato a Firenze ci sono andato di corsa, restando una sola notte, oppure soltanto una giornata. Questo lascia poco tempo al gironzolare incuriosito con cui approccio una città nuova. E la densità di turisti e di intrattenimento per turisti rende tutto più difficile.

Ho visitato tutti i monumenti importanti, ho scalato Duomo e Campanile, ho speso il giusto numero di ore negli Uffizii. Ho anche trovato la gelateria buona un attimo fuori mano che mi avevano suggerito. Tutto è maestoso e spettacolare, ma quanta gente.

Forse dovrei tornare più organizzato, forse fuori stagione. Magari restare più giorni ed avere più pazienza. Firenze per ora resta una di quelle città che ammiro, ma in cui rimetterei piede riluttante.

Oban

Oban Bay La baia di Oban

La strada che risale la costa ovest della scozia, verso Fort Williams e più avanti Skye, è puntellata di paesini e bovini, il primi incastrati in un fiordo o in una baia, i secondi spaparanzati nell'erba accanto alla carreggiata.

McCaig's Tower Dentro McCaig's Tower

Ho percorso quella strada una manciata di volte, in entrambe le direzioni, ed ogni volta Oban mi ha convinto ad una sosta. Una placida cittadina da cui partono traghetti per le isole più grandi, abitate da qualche migliaio di scozzesi ma visitate da assai più turisti.

Oban offre un simpatico porticciolo, un paio di chiese di insolita foggia, ed la collina dove sorge McCaig's Tower, uno dei possibili estremi del termine "torre", visto quanto assomiglia al Colosseo. Da uno dei tanti archi della torre lo sguardo si può estendere oltre la baia, verso le isole all'orizzonte, sul mare disturbato da decine di barche e pescherecci. Oban è il centro del loro mondo, porto protetto e ben connesso al tempo stesso.

Gli abitanti ti ricordano che sei in Scozia e che gli scozzesi fingono di parlare inglese. Ascoltare la conversazione fra due passanti può lasciarti grossi dubbi. I cancelli non si chiudono, si snibbano. Posso confermare però che vendono libri in lingue più accessibili: in momenti diversi, a quattro anni di distanza, ad Oban ho comprato due libri della serie di Harry Potter. Passavo di li, ed erano in vetrina.

Snip Gate Snib, properly

Passerò ancora da Oban, è quasi inevitabile. Spero di ritrovare il posto dove fanno pancake enormi, enormi.

Uppsala

Uppsala, cattedrale La cattedrale, un inverno tanto tempo fa.

Se a Sandefjord ho passato una sola, quieta giornata, verso Uppsala ho fatto la spola per quasi tre anni. È una delle città che ho considerato casa, di cui conoscevo scorciatoie, locali, e stranezze invisibili al turista.

Uppsala è una media città un'ora a nord di Stoccolma. La storica università attrae migliaia di studenti e da forma e funzione al centro: antichi e strani edifici, nuovi dipartimenti, locali e parchi sempre vivi. E le nazioni, case dello studente divise per regione della Svezia, ognuna con proposte diverse, ognuna in gara con le rivali di sempre nell'organizzare eventi più gloriosi.

La mia posizione di studente in quasi-visita mi ha dato la possibilità di vedere tutto questo dall'interno: mangiare gli hamburgeroni solo per studenti, bere birre a prezzi decenti solo per studenti. Nonché giocare col ghiaccio secco, omogeneizzare embrioni di quaglia e misurare la polymerase chain reaction —ma quella è un'altra storia.

Uppsala Un qualche pezzo di università.

Felicemente vicini in cima ad una dorsale lasciata li dall'ultima glaciazione, cattedrale e castello troneggiano dalla posizione elevata che migliora qualsiasi città, dandole prospettiva. Dalla panchina alla base del castello si guarda lontano, oltre il fiume, oltre Stora Torget e le strade del centro, verso l'IKEA.

Sono andato a guardar mobilio e comprare stranezze, ovviamente, e sono tornato a casa via rollerblade con un tubo per le tende lungo due metri e mezzo. Praticamente Muteking.

Biciclette ovunque in questa città, col sole come con il ghiaccio. Ho attraversato Uppsala d'inverno, la neve alta ai lati delle strade, lacrime congelate agli angoli degli occhi. Ho vagato per la città d'estate e mi sono sdraiato nei parchi. L'autunno e la primavera. Ho fatto la spesa all'ICA, conosciuto i vicini di corridoio, pedalato nella campagna subito dietro casa.

Da Uppsala sono stato esiliato all'inizio del 2007. Non dalle autorità, ma dalla complessità delle relazioni interpersonali. Ho rimesso piede in Svezia soltanto cinque anni più tardi, seguendo il Venza che una volta aveva seguito me. Sono tornato ad Uppsala come turista ed ho riattraversato il mio cimitero preferito. Uscendo dalla stazione, una sensazione strana: un misto fra chiedere permesso entrando in casa altrui, e tirare il fiato dopo troppo tempo sott'acqua.

Cimitero Il cimitero di Uppsala

Sandefjord

Sono finito a Sandefjord per sbaglio, ma non per caso. Lo sbaglio è stato prenotare due voli e confondermi fra 10 am e 22. A quel punto, con più di nove ore di attesa fra la prima metà della tratta e la seconda, la scelta era andare ad Oslo con un autobus che impiega quasi tre ore per direzione, oppure visitare Sandefjord, la cittadina più vicina all'aeroporto di Torp1.

Campi

Ora, Sandefjord sarà un posto abitabile, ben esposto a sud, verdeggiante, ma è chiaro anche prima di arrivarci che contiene un numero assai limitato di attrattive. Da qui la balsana, ma per me tipica idea di andarci a piedi.

La giornata soleggiata è conduttiva per la piacevole passeggiata di 8 chilometri. Campi, campi, un fiumicello, delle casette dipinte di rosso scuro, altri campi.

Drago su piedistallo di cemento Drago su piedistallo di cemento

Giunto in città, visito rapidamente i punti demarcati sulla cartina: la chiesa, il supermercato, il giardino vicino al mare. Mi arrampico su una collina a guardare una statua a forma di (credo) drago. Ci metto troppo poco. Passeggio ancora un po' in strade a caso, mi riposo sedendomi in biblioteca, sfrutto wi-fi.

Il primo pomeriggio lo spendo nel parco, dove chiacchero prima con un paio di Mormoni, poi con un tizio che mi spiega come il Decimo Pianeta stia per oscurare il sole —la fine è vicina. Mi invento collegamenti con il libro di Mormon e lo convinco a prendere il volantino che avevo ricevuto poco prima dai due. La giornata è completa.

Osservo un traghetto che parte, poi salgo su un simpatico treno verso l'aeroporto.

Traghetto Il traghetto è grosso come buona parte della città.


  1. Vi ricorderete di Torp per il quiz Natalizio delle auto sotto la neve. 

L'avvento in viaggio

C'è questa mezza tradizione del calendario dell'avvento che ogni tanto riporto a galla. L'origine viene da tempi antichi e da Z, che poi ha deciso che aveva di meglio da fare, ma il recidivo riproporre negli anni esce dal mio cappello.

La ragione sorge dal mio interesse nel fare cose, e nell'apprezzare cose fatte da gente che conosco, che mi raccontano dei loro pensieri, dei loro interessi, molto più dell'autoritratto medio postato su una qualche rete sociale. Il secondo mi dice solo “vi prego, confermate la mia esistenza”, mentre il primo mi racconta un percorso di scoperta, interesse, creazione e soddisfazione nel condividere.

Poco sorprendente sarà il fatto che queste creazioni sono ma rare perle. Così diventa ancora più importante per me produrre qualcosa, qualsiasi cosa, per bilanciare l'universo. Ma cosa costruire quest'anno?

Il 2016 ha visto l'immane, ma poi non così tremendo sforzo di rimettere in piedi questo sito. Per continuare in una direzione già saggia, ho deciso che il mio calendario sarebbe stata una serie di post. Da un lato più sforzo, perché scrivere richiede tempo, dall'altro forse meno, perché il sito è già pronto e non devo poi trovare altro tempo per scrivere su di esso.

E di cosa ho in quantità che vorrei condividere col mondo? A quanto pare, fotografie ed storie di viaggi degli ultimi anni, di cui non ho mai scritto perché non avevo un sito li. Così, una destinazione al giorno, cercherò di tenere il ritmo fino a Natale.

A complicare la situazione, e come esercizio, comincierò scrivendo sulla tastiera-non-tastiera dello Yoga Book. E non è facile, sappiatelo.

Il lavoro vecchio

Settimana scorsa camminavo di prima mattina verso il centro, distratto da un episodio di Roguelike Radio, quando mi sono accorto di essere nel posto sbagliato. I piedi mi avevano portato in automatico verso il lavoro, solo che il lavoro era cambiato, l'ufficio nuovo in una diversa direzione.

Ho lasciato il precedente lavoro a metà Ottobre, con una fortunata di combinazione di ferie e pausa che mi ha dato quasi un mese di riposo. La decisione ha chiesto quasi tre stagioni, partendo da un generico fastidio per una “cultura” spinta dall'alto, ma solo di facciata ed ipocrita, per solidificarsi verso la certezza che la ditta non mi avrebbe dato rispetto e soddisfazione nel prevedibile futuro. Nel momento in cui mi sono accorto che il tempo speso li dentro era per la mia persona e la mia carriera tempo perso, la via da prendere era chiara.

Presa al volo una stradina laterale che mi avrebbe riportato nella direzione giusta per il nuovo ufficio, ripensavo ai vari periodi del mio ultimo impiego, definiti con sorprendente precisione dalle persone sopra di me, dalla loro competenza ed il mio variabile rispetto per essi.

Le dinamiche con i colleghi, il flusso delle responsabilità, e la complicazione del costruire un grosso prodotto, renderlo disponibile attorno al mondo facendo attenzione alle necessità di singoli paesi, spesso singoli clienti. Mi spaventa quasi che tutte le cose che ho imparato siano incastrate nella mia testa, e non ne abbia una copia di backup. Eppure sono li, invisibili al mondo e solo intuibili dal curriculum vitae.

Esplanade, Edinburgh Castle Esplanade, Edinburgh Castle

La stradina mi porta ad una scala, che mi porta ad un'altra scala: Edimburgo non è costruita in piano. Raggiunta la vetta della scorciatoia, la spianata davanti al castello, rallento un attimo ricalcolando la rotta più breve. I due anni del vecchio lavoro sono passati veloci. Il colloquio fatto di striscio (nei due giorni in cui ero venuto a parlare anche con Amazon) ed il seguente, rapido trasloco dalla Norvegia sono ricordi ancora freschi.

Licenziarmi non è stata una scelta leggera. Il senso di responsabilità si è fatto sentire quasi con una sua fisicità. Responsabilità verso il prodotto, verso gli altri sviluppatori in trincea, verso le persone che contavano su di me in giro nella ditta. Lasciarli indietro senza rimorsi vuole dire assicurarsi di non essere essenziale, ma anche ricordare che la propria vita non è definita dalle necessità (o comodità) degli altri.

Scendo attraverso il parco a tutta velocità, anche se non sono in ritardo. Il nuovo lavoro ha l'orario flessibile e l'open plan rumoroso è nel passato. Salgo le scale ripide, tipiche dei vecchi palazzi del centro, due scalini alla volta. Un posto più piccolo, ma spero più comodo.

La Sostanza delle Cose

Mark Miodownik, 2015

Un altro libro finito? Sto leggendo molto più del solito, oppure mi stupisco solo perché adesso ne tengo traccia?

Ho ricevuto “La Sostanza delle Cose” lo scorso Natale, un regalo di Krustard. Suito interessante, ho iniziato a leggerlo pochi giorni dopo. Ma una volta tornato a casa, superati giusto un paio di capitoli, è finito verso il fondo della pila da leggere. È rimasto li per mesi, spesso sotto i miei occhi ma di rado nelle mie mani. Tipico esempio della situazione in hai davanti un libro o un film belli ed interessanti, e finisci per guardare una commediola o leggere Slashdot.

Solo negli ultimi due mesi la vergogna di non averlo finito mi ha spinto a spostarlo in una posizione più preminente. Questo mi ha spinto a leggere e a gustare circa un capitolo alle settimana. Non che fossero lunghi o difficili, tutt'altro.

Miodownik racconta, un capitolo per materiale, come semplici cose come la carta, il vetro o il cemento, che diamo per scontate e su cui facciamo affidamento tutti i giorni, abbiamo una lunga storia alle spalle. Un cammino di scoperte, raffinamenti, scienza ed esperimenti, che ha portato l'umanità a dar loro una forma ed una struttura ben precisa, risposta a basilari necessità della vita.

E così leggere un capitolo alla volta non era svogliatezza, ma il modo migliore di chiudere il volumetto e fermarmi un istante, guardarmi attorno e pensare ai tanti oggetti che mi circondavano ed alla complessa catena di eventi nel passato, e di produzione oggi, che ne ha permesso l'esistenza. Sollevare la tazza dal tavolo e sentirne il peso, osservarne i riflessi, e riconoscere che la ceramica era una volta l'argilla che ho visto a volte sul fondo di un fiume.

Forse dieci mesi sono un po' troppi, ma leggere questo libro lentamente l'ha reso un'esperienza interessante. Così diversa dal divorare fiction in un paio di giorni, e forse capace di rimanere con me più a lungo.

Tre volte all'alba

Alessandro Baricco, 2012

Sono in Italia per un paio di settimane, ferie da lungo meditate che si allineano a fagiolo con gli ultimi giorni sul lavoro. Mi fermo davanti ad uno scaffale di cui conosco la maggior parte dei libri, ma “Tre volte all'alba” mi salta all'occhio. È nuovo, oppure l'ho dimenticato? Di certo non l'ho letto, e non ne so niente.

È assai sottile e lo prendo in mano senza calcolare il rischio del mio gesto. Il passaggio stampato sulla terza copertina attira la mia attenzione.

Guardi fuori, è già l'alba. [...] È la luce giusta per tornare a casa. [...] Non c'è luce migliore per sentirsi puliti. da “Tre volte all'alba”, di Alessandro Baricco

Leggo rapidamente l'introduzione, sfoglio oltre, e la nota che precede l'inizio del libro cementa il mio interesse:

Queste pagine [...] raccontano [...] di due personaggi che si incontrano per tre volte, ma ogni volta è l'unica, e la prima, e l'ultima. Lo possono fare perché abitano in un Tempo anomalo che inutilmente si cercherebbe nell'esperienza quotidiana. da “Tre volte all'alba”, di Alessandro Baricco

Sia muoversi all'alba che le stranezze temporali sono fra i miei argomenti favoriti, quindi la curiosità scatta sopra la soglia di lettura immediata.

Leggo le tre brevi storie di cui il libro è composto in tre sere successive. Sono perfette per chiudere la giornata. Un incastro escheriano inizia a prendere forma nella seconda, e si chiude con una soddifacente simmetria nella terza. Proprio come descritto il Tempo è anomalo, senza pretesa di spiegazione. Ma nessuna è necessaria perché l'intreccio abbia solidità e struttura.

Un libro breve che mi ha lasciato tre storie, o forse una, su cui rimuginare ancora un poco. Di più non dimandate, ma se vi capita sotto mano, dedicategli il Tempo che si merita.

R'Lieh compie 13 anni

Alcuni potrebbero non sapere che negli anni ho scritto e postato "cose" (termine assai preciso in questa occasione) su altri siti. Fra i tanti, quello su cui sono stato più attivo è di certo R'Lieh. Una volta pubblicavo di frequente, ma negli ultimi anni la vena scrittoria si era esaurità sia qua che la.

Come tradizione, per il compleanno di R'Lieh ho scritto due righe a proposito di blog, reti sociali e web che cambia. Andatele a leggere, si sentiranno meno sole!

The Improbability Principle

David Hand, 2014

Capita ogni tanto che qualcuno mi suggersica di leggere un libro nel modo più diretto possibile: dandomelo in mano. È successo di recente nello stesso ufficio dove gli SSD vanno a manovella, con questo libro a proposito di eventi improbabili e del loro presentarsi più spesso del previsto.

Chi ha letto un paio di libri della serie Discworld avrà incontrato uno dei motivi ricorrenti: se la storia lo richiede, l'impossibile avviene al momento giusto.

“Scientists have calculated that the chance of anything so patently absurd actually existing are millions to one. But magicians have calculated that million-to-one chances crop up nine times out of ten.” da “Mort”, di Terry Pratchett

E se sul Mondo Disco questo è dovuto alla narrative causality, in realtà bastano pezzi di statistica, matematica e psicologia, per mostrare come coincidenze ed eventi improbabili siano perfettamente normali. Siano essi strani risultati con i dadi, i numeri della lotteria, o fulmini che cadono nel posto sbagliato.

Dal un lato (quello numerico) gli esseri umani sono assai imbranati quando cercano di calcolare le probabilità di un evento: non si accorgono della moltitudine di combinazioni valide, allargano o restringono il concetto di "evento" senza ricalcolarne la frequenza, cambiano idea dopo aver compilato statistiche.

Dall'altro, ci sono così tante persone su questo pianeta, e così tanti momenti giorno dopo giorno, anno dopo anno, che anche l'avvenimento più improbabile ha sufficienti occasioni di presentarsi. Vincere alla lotteria è un evento raro, ma che qualcuno al mondo vinca una delle tante lotterie estratte, capita quasi una volta alla settimana.

Il libro si dilunga un filo se avete già fondamenta di probabilità, ma resta sempre interessante, portando esempi ed episodi simpatici e collegamenti scientifici che all'inizio non ti aspetti. Vedremo se la prossima volta che lancerò un dado riuscirò a guardarlo diversamente, con l'attenzione ed il rispetto che si merita.