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Dieci anni di Wave

Google Wave Anni che non vedevo questo logo, me lo ricordavo diverso.

Dieci anni or sono, due sviluppatori presentavano al mondo Wave, un mezzo di comunicazione ibrido fra una discussione ed un documento. L'annuncio era duplice: un client web interattivo ed in tempo reale, ed un protocollo aperto e federato. Era un contorto e lento ammasso di Javascript e concetti poco compatibili, ma era un esperimento inaspettato, innocente, ed interessante.

Wave è ora passato remoto. Il presente è fatto sempre più di applicazioni web, ma la federazione, ed in generale l'interoperabilità fra sistemi di comunicazione, non va più di moda. Ogni esperimento ha un business model, ed il web ha perso la sua innocenza.

Nah, sto esagerando. È che le ditte da cui ci aspettavamo "esperimenti" sono cresciute e cambiate, come è normale, ma ancora le associamo con gli eventi passati—nel bene e nel male. Il web meno commerciale è ancora li: la massa delle megacorp lo eclissa, ma non può eliminare. È sempre un pentolone di stranezze, comunità auto-organizzate, e discussioni discordanti e decentralizzate.

Fuori dal centro, in periferia, l'asfalto delle strade è un po' brullo, i servizi meno puliti. Ma li è l'avventura. Forse è tempo di compilare nuove guide turistiche?

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Steak pie con ex-colleghi, ora sparsi ai quattro venti.

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Insettini ed il passare del tempo

Gli insettini verdi sul tavolo mi ricordano che siamo a Maggio, ma fuori è un misto di sole e nuvole, il vento a garantire il continuo ricambio di stagioni. Siedo di nuovo in libreria, questa volta con vista diretta sul meteo variabile. Ma non ho un piano per scrivere questo post, e ripensando alle ultime settimane fatico a trovare eventi salienti.

Il lavoro nuovo continua. Imparo gli intricati meccanismi dei pagamenti elettronici, gli strati di crittografia gustosi e fragili come una Viennetta, con le sue curve ellittiche di cioccolato. Apprezzo come i nuovi metodi possano usare chiavi di 64bit, invece del 2048 o più a cui la fattorizzazione ci aveva abituato. Mi anche vengono in mente dettagli di sicurezza da aggiustare nei vari progetti su cui ho messo mano negli anni, ed ho la certezza che non avrò mai tempo di farlo. I nuovi progetti avranno la priorità.

Mi sono tornati in mente i due Portal, e mi sono accorto che non se ne sono mai andati. La colonna sonora è uno degli album che mi porto dietro. È un ottimo scudo contro i rumori lavorativi, od il chiaccherio di questo locale, oggi sopra la media. Il suono prodotto dai grossi bottoni sparsi per le testing rooms è la mia notifica della posta. Il sarcasmo alla GlaDOS è parte del mio repertorio di umorismo. Oh, GlaDOS è uno dei rari personaggi “socially female”, ripensando all'articolo sul genere delle intelligenze artificiali.

Portal è un altro pezzo di popular culture che ci collega a specifici momenti, anni, decadi. Ci ancora al passato, ed inizia a farci invecchiare. In quel senso ogni racconto concluso diventa storia, passato; ogni racconto che continua, ad esempio una serie che continua a produrre episodi, ci porta in pari con il presente, e le altre generazioni. Menzionare la Trilogia dell'Anello può cadere nel vuoto, mentre Guerre Stellari è ovunque, incluse le magliette per bambini.

Non so dove voglia andare questo discorso, ma forse spiega perché mi sento fuori luogo, a volte, quando canticchio Calendar Man.

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Poco più tardi, torniamo alla normalità.

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Struttura primaverile

Waterstones Al terzo piano della libreria si nasconde un placido bar.

Aprile giunge al termine, e come ogni anno le foglie sono esplose, seguite da un paio di giorni di caldo. E poi la pioggia, fedele compagna della Scozia, cambia densità e segna l'inizio della primavera.

Non ero molto convito del pub, ma appena fuori dal lavoro ho trovato una piacevole alternativa, ed oggi scrivo in libreria. I tavoli sono più sottili, ma c'è sufficiente legno attorno, sotto forma di scaffali, o di più raffinati libri. Il pavimento è di legno, le scale sono di legno, e fuori dalla finestra scorgo il parco alla base del castello. Anche gli alberi contano come legno, e sono a mio agio.

Ma se cerco di raccogliere l'ultime settimane e metterle in parole, c'è un po' di vuoto. Credo di esser corso dietro ad un numero eccessivo di occupazioni e progetti, sia sul lavoro che a casa, e frammentato tempo ed attenzione. Le cose si sono calmate la settimana scorsa, e sono riuscito a reintrodurre struttura nelle mie giornate. La struttura è fatta di scelte e di priorità, di tagliare fuori progettini meno importanti.

Ho anche deciso di disinstallare Nuclear Throne: ho visto il Trono solo una manciata di volte, e speso fin troppe ore nel tentativo. È un gioco che ben bilancia frustrazione e soddisfazione, morte improvvisa e progresso, nemici degni di uno sparatutto con varietà di armi e di tattiche. Ma è giunto il momento metterlo da parte. Posso perdere ad Into the Breach invece—e perdere, e perdere—nel vano tentativo di salvare altri universi.

Il sole, quando riesce ad asciugare l'asfalto, ha rimesso anche in moto i pattini. Come esperimento, un giorno sono riuscito ad usarli da pendolare, raggiungendo l'ufficio senza eccessivi rischi o sudore, e tornando a casa sano e salvo. Posso ora affiancare il personaggio locale che ogni tanto incontro in centro, che si reca sul lavoro con un sovradimensionato monociclo. Si muove senza paura in mezzo al traffico, e l'ho visto con anche un ombrello in mano. Edimburgo è un posto strano, ottimo per passare inosservati.

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Mi siedo a fare colazione e fuori dalla finestra scopro uno scoiattolo che ravana nei vasi. Mi fissa colpevole, si infila un bulbo in bocca, e se ne va. Primavera.

The Yiddish Policemen's Union

Michael Chabon, 2007

C'è un mondo intero di autori contemporanei di cui non ho mai notato l'esistenza, che abbiano vinto premi Pulitzer oppure no. Michael Chabon è uno di questi. Ma se io guardo di rado oltre all'orizzonte della fantascienza, tengo comunque l'orecchio teso per suggerimenti inaspettati. Così quando Alex menziona The Yiddish Policemen's Union, e l'insolita realtà alternativa che descrive, passo in libreria e ne raccolgo una copia senza indugio.

Il romanzo si aggira per la costa dell'Alaska, dove una parte degli ebrei fuggiti dall'Europa ha trovato rifugio alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in una striscia di terra circondata da mare, foreste, e riserve Indiane, data in concessione dagli Stati Uniti. Ma la concessione sta per scadere, ed il destino della colonia è incerto. La storia dell'insediamento sul bilico della dissoluzione si intreccia con quella di un detective decisamente giù di morale, l'investigazione di un omicidio, ed una partita a scacchi.

Un giallo quindi? Si, con un pizzico di Le Carré, verso la fine. Ma come per The City and The City la trama è quasi secondaria, mentre il mondo ed il linguaggio sono protagonisti. L'Yiddish, quasi sparito dopo l'Olocausto e le scelte del movimento Sionista, ritrova vita e si adatta al clima sub-polare, ed al mondo del crimine organizzato.

Chiude il volume un breve saggio che Chabon scrisse anni prima del libro. Secondo me va letto prima, invece, come antipasto. Non da via la trama (che al tempo non era stata ancora concepita) ma da contesto al mondo, aggiunge profondità. E se vi fa venire voglia di leggere il libro, non è un caso.