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Catarifrangenza

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Mi allontano un attimo, ed ecco l'autunno.

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Things Learned Blogging - Jim Nielsen’s Blog

It might seem like an obvious point but if you want to blog, blog. Don’t work on the technology that powers your blog. Work on the content of your blog. A blog is content first, technology only incidentally.

Decisamente non ovvio, l'ho imparato solo dopo molto tempo. Per scrivere e pubblicare foto mi servono ben poche cose, che ho messo in piedi ormai da sei anni. Ben poco è cambiato da allora, e va bene così.

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Inestricabile parte di noi

Mio padre si è spento dieci anni fa, “dopo una lunga malattia” di cui solo poche settimane fanno parte dei miei ricordi di emigrato. Gli ultimi minuti all'ospedale, la sua mano senza peso nella mia mentre osservo l'appiattirsi di un schermo pieno di grafici, sono bruciati nella mia memoria.

I giorni, le settimane che seguono sono difficili. È un'onda di marea che ti solleva e nasconde tutto. L'unica opzione è cercare di stare a galla. Quando infine l'acqua se ne va, il paesaggio è cambiato. Solo gli edifici più stabili sono rimasti, il resto è sparito, o appiattito a terra.

Molte delle cose che consideravi importanti non sono sopravvissute all'ondata, la loro priorità era solo una facciata. Ci vuole tempo prima di poterne scegliere di nuove. “Vivere bene, possibilmente a lungo” si fa spazio prepotente, una nuova responsabilità: considera quello che hai provato; guarda quelli attorno a te che hanno sofferto allo stesso modo; evitagli per quanto puoi di ripetere l’esperienza.

Una delle persone principali con cui ti rapportavi è sparita. Se chi sei è in parte definito dal confronto con altri, alla stanza immaginaria dell’io manca improvvisamente una parete. Lo spazio si apre sulla facciata, il vento è forte, e devi appoggiarti da qualche parte. Ci vuole tempo a ridefinire l’individuo, a ritrovare supporto per l’identità. Invece di sostituire l’appoggio con la prima cosa o persona che capita, è sano puntellare la struttura e con calma costruirgli buone fondamenta. È un percorso che richiede tempo e sudore.

Gli anni sono passati, e con essi le notti in cui mi sveglio per asciugare le lacrime. La famiglia e la vita si sono aggiustate attorno alla ferita, ed hanno una nuova struttura. La cicatrice esiste, ruvida ma invisibile, di rado menzionata. I ricordi, la personale impronta interiore di pensieri, opinioni, espressioni, suggerimenti, scherzi, atteggiamenti, e movimenti di mio padre restano, inestricabile parte di noi.

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Liguria liminale

L’aereo era il primo sullo schermo della giornata, ma io avevo tutto un piano. Con buon anticipo avevo cominciato a spostare la sveglia sempre più presto, alzandomi prima del sorger del sole, andando a dormire con le proverbiali galline. Un foglietto di carta elencava tutti i pasti della settimana, in modo da svuotare il frigo con precisione, mentre un altro accumulava cose da fare prima di partire. La composta e le piante, documenti e backup. Nonostante la sveglia alle 02:45, sarebbe stato un viaggio rilassato e non stancante.

Faticare ad addormentarsi può ostacolare anche per il migliore dei piani. Farlo per due giorni di fila è una garanzia. Raggranello forse un’ora di sonno prima di dovermi alzare e mettere in movimento. Seguono nove ore di mascherine e sedili stretti e marciapiedi mobili. E di veglia. Sull’ultimo treno mi ritrovo a fissare un paragrafo per 20 minuti. Il libro è in mano per abitudine, ma non ho idea di cosa ci sia scritto.

Arrivo, scambio due parole con la famiglia, poi mi abbatto sul letto di faccia, in diagonale.

È tardo pomeriggio quando rinvengo, luci ed ombre sono ancora tutte strane, ma decido di uscire a prendere un po’ d’aria. E siccome il centro e la passeggiata sul mare sono rumorose ed affollate, almeno per i miei gusti, i piedi entrano in modalità automatica e mi portano in collina. Non ci vuole molto ad uscire dal paese, e raggiungere un duecento metri di quota. A metà fra il cammino ed il sonno, la Liguria è un mondo pieno di dettagli, che nella stanchezza assorbo senza difese.

La Liguria in cui mi addentro è ripida, esposta a sole e vento. Arrivo da posti dove l’erba non appassisce mai, ma su queste colline l’erba non arriva a fine estate. La Liguria è una serie di reti di confini storiche e stratificate, in vari stadi di arrugginimento. È un cortile di ghiaia, a cui nemmeno le erbacce sono interessate. A volte con un semi-illeggibile cartello “Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori” che risale agli anni ‘80. La Liguria è additiva: si evolve aggiungendo cose in mezzo ad altre cose: garage nello stretto triangolo di un bivio, capanni incastrati fra case. Nulla viene mai tolto, ma si sgretola col passare degli anni, o delle decadi. La Liguria si arrangia: è un cartello scritto a pennarello che indica “Via Belvedere, numeri 85, 95, e 89”; è la fermata del minibus spoglia, a parte una seggiola di legno anni ‘70; è una pietra sopra alle caselle della posta di una viuzza, a tener ferme bollette dimenticate, ormai illeggibili e gonfiate dalla pioggia e dal sole. Il luogo valorizza personaggi strani, come l’anziano su una Micra del ‘98 che fa fischiare le gomme nel tornantino, su asfalto probabilmente rifatto nello stello anno. Pavimentazione, pneumatici ed autista sono invecchiati assieme, dando uno forma all’altro nella comunione del ripetuto attrito. La Liguria è aspra: fichi d’india, more rinsecchite, mille ringhiere sulle finestre. Ma è varia! Nella stretta carreggiata evito, a minuti di distanza: la suddetta Micra; uno strano furgoncino con la targa da moto, adesivo della Red Bull a coprire l'intero cofano, e seguito da una nuvola di mal-carburazione; un'enorme BMW famigliare, nera, lucida, fresca di Lombardia —”Scusi, di qua per l’autostrada?” Certo che si, qua tutte le strade portano all’autostrada. È l’inevitabile taglio a metà collina, un secondo orizzonte. È l’ultimo suono, insormontabile ostacolo al silenzio.

Raggiungo l’apogeo della stradina, ed un'altra collina. Comincia la discesa, il mondo si ripete simile, in ordine inverso, e rientro in paese. Quasi due anni e nulla è cambiato, e tutto è cambiato. Il cartello in più, l’albero in meno, il negozio chiuso. Divenire, e dormire poco.

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Zuppa e sole

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Lentamente inaspettato

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Fine Agosto, e le more maturano.

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Il lavoro non più nuovo

Metà Agosto: l’aria si rinfresca, la pioggia è più frequente, e giunge il primo anniversario dell’ultimo cambio di lavoro. Mi capita ancora di chiamarlo il “lavoro nuovo”, ma forse è ora di smettere. In compenso sono ancora soddisfatto e per non dimenticarmene mi annoto i perché.

Non sono ancora stato in ufficio, e non ho mai lavorato accanto ai miei colleghi, Sono stati dodici mesi di lavoro remoto, ma la ditta è bene organizzata. Non mi sono mai sentito isolato, ed ho avuto possibilità di conoscere e parlare con numerosi personaggi in diversi gruppi, cosa che non mi aspettavo. Se rientreremo in ufficio secondo i piani, all’inizio di Settembre, avrò colleghi simpatici con cui ho già costruito una relazione.

I progetti su cui abbiamo lavorato nell’ultimo anno sono stati interessanti, ed ho avuto lo spazio per prendere la mano con Ruby, Rails, l’intrico dell’infrastruttura, ed il dominio dei problemi. Parte di questo sono anche le banche, lente e burocratiche entità che ci mettono mese e mezzo a cambiare una stringa in un indirizzo web. Ho imparato nuovi livelli di comunicazione, e di pazienza. Come sempre gli essere umani sono la parte più importante di un sistema software.

E questo mi riporta ai colleghi, ai livelli manageriali sopra di me. È passato un anno, e sono ancora stupito dal fatto che in una singola ditta ci siano così tante persone in grado di ragionare. Ci sono stati momenti difficili, progetti con problemi, gente che ha cambiato lavoro, ma dall’altro ho visto reazioni sensate, la capacità di accettare errori e costi irrecuperabili. Tre mesi di lavoro ed abbiamo scoperto che le stime erano sbagliate? Salviamo il salvabile e non perdiamoci altro tempo.

Infine, la mossa dei 4 giorni alla settimana durante l’estate. Anch’essi stanno per giungere al termine purtroppo, ma sono stati ottimi. Abbiamo ridotto il lavoro, tagliato riunioni e chiamate, ma abbiamo comunque portato a termine un buon numero di cose, senza stress.

E finito il lavoro la testa è più libera, ed ho voglia di fare più cose. Ho rimesso mano a progetti che non toccavo da tempo, ed ho avuto più tempo per me stesso. Mi ritrovo a sperare che diventi una tradizione estiva, e questo mi fa notare una cosa: mi aspetto, sotto sotto, di avere ancora lo stesso lavoro fra un anno. Al paragone con esperienze passate, questo posto è ottimo.

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Uso alternativo per una bistecca.

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