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Wool

Hugh Howey, 2012

Non sapevo nulla di Wool finché non è apparso sulla scrivania al lavoro, lasciato li da un collega —“È leggero ma interessante, leggilo”. Avendo finito da poco Quicksilver, un libro che leggero non si può definire, ho apprezzato assai ricevere qualcosa di nuovo e facile da leggere, senza dovermi prendere la briga di trovarlo o la responsabilità di sceglierlo.

L'ho letto in un modo sano e regolare: una manciata di capitoli quasi ogni giorno, fermandomi volontariamente, invece di sbloccarmi solo quando il buio o la fame mi costringono a muovermi.

La distopia questa volta è un silo sotterraneo, un grattacielo al contrario, dove l'umanità sopravvive dopo che uno sconosciuto disastro ha reso il pianeta inabitabile. Il silo se la cava decentemente, ma il passare degli anni e dei secoli ha cancellato ogni memoria del mondo esterno. Finché un po' di documentazione non inizia a saltare fuori.

La storia è interessante ed i personaggi decenti, a parte due piccoli gruppi: quelli che hanno pensieri troppo profondi, e come previsto nella pagina successiva sono morti; e quelli aggiunti a metà strada, che sembrano inventati sul momento per riempire un vuoto. Di questi ultimi ce ne sono un filo più del previsto. La causa è probabilmente il modo in cui il libro è stato scritto: è cresciuto un racconto alla volta, dopo il successo dei primi. E mentre il mondo riesce a crescere in modo consistente, i personaggi si infilano nella trama di traverso, a riempire ruoli necessari per continuare la storia.

Di nuovo, Wool è parte di una trilogia, ma una non pianificata. Il volume si chiude senza problemi ed in modo soddisfacente. Non sento il bisogno di cercare gli altri due, ma come libro spuntato dal nulla questo mi ha fatto piacere.

Quicksilver

Neal Stephenson, 2004

Sono passati quasi tre anni fra quando ho comprato Quicksilver e quando l'ho chiuso soddisfatto. La mia vita è andata avanti in modo lineare, senza flashback o improvvisi diari di sé stessa, o sotto forma di opera teatrale o di lettere. Lo stesso non si può dire del libro.

Glasgow, Maggio 2017

Ho preso in mano il volume per leggere gli ultimi capitoli l'istante in cui il treno è partito da Glasgow. Un trenino diesel con solo due vagoni che costeggia l'intricato fiordo del Clyde verso il mare, poi gira a destra lungo Loch Long. Mentre il tracciato sale lentamente, il lago a fondovalle si allontana e —distraendomi dalla lettura— vira dal blu al verde smeraldo, riflettendo le regolari foreste illuminate di traverso, sotto le nuvole, dal sole del tardo pomeriggio. Poco sopra si alzano brulle colline tipiche della Scozia, con quel loro aspetto da montagna vecchia, alta e lontana. È la West Highland Railway.

Trondheim, Maggio 2014

È mattina presto invece quando salgo sul treno diretto a Stoccolma. Un po' per avventura, un po' per economia, ho deciso di percorrere i 1000km che la separano da Trondheim in treno. Nello zaino ho un mattone storico sull'impero russo che sto leggendo da mesi; ma ogni capitolo, per quanto interessante, agevola l'abbiocco. Solo una pausa tecnica di tre ore, in una stazione dispersa e disabitata vicino al confine, mi da occasione di completarlo. È ormai notte profonda quando raggiungo il Chiarre ed il Venza a Gamla Stan.

Il giorno dopo guidiamo il Chiarre, per poco ancora scapolo, lungo il percorso del GTS, il Giro Turistico Standard, che include la libreria di fantascienza e stranezze nei vicoli del centro. Ho appena finito un libro, quindi è giusto comprarne un altro. Davanti allo scaffale S chiedo suggerimenti al Venza: ho letto il Cryptonomicon di recente, e Stephenson mi attira. Il Venza mi indica Quicksilver, uno spesso volume rosso. Ma il mattone russo è ancora fresco nella mia memoria, così decido di comprare Snow Crash, più sottile nella forma e leggero nell'argomento.

West Highland Railway, Maggio 2017

Il trenino supera Loch Lomond e continua verso nord, mentre i nomi delle stazioni iniziano a contenere suoni impronunciabili. Attorno a Crianlarich la ferrovia piega verso ovest e si contrae a binario singolo, spesso in un tunnel di alberi. Le colline si stringono in un glen, poi si riaprono in una piana punteggiata di pecore, tenute d'occhio dai ruderi di un castello, appollaiati su un sopralzo verdeggiante. Due ore dopo raggiungiamo la costa occidentale della Scozia, dove il tragitto termina alla stazione di Oban.

Quicksilver è soft historical fiction, con personaggi inventati nel mezzo di eventi storici. La trama è quasi una scusa per raccontare come la scienza sperimentale e l'economia moderna abbiamo preso forma nel diciassettesimo secolo, portando poi all'Illuminismo. Nel processo ci porta in giro per l'Europa, e di striscio nelle colonie del Nordamerica, mostrando i mille ingranaggi della politica. Dettagli, eventi e cause degli stessi spiegati con più attenzione di un libro di storia. Ma essendo un romanzo, non mi fido, e spesso mi ritrovo a controllare le note, la mappe, gli alberi genealogici inclusi nel volume. Di tanto in tanto mi perdo su Wikipedia, cercando di evitare spoiler tipo il destino di un personaggio storico o l'esito di una guerra che ho dimenticato dai tempi del liceo.

Edimburgo, Ottobre 2014

È autunno inoltrato quando acquisto Quicksilver. Il Chiarre si è sposato, il Venza è in Costa Azzurra, ed io ho lasciato la Norvegia per tornare in Scozia, attirato da un nuovo lavoro. La lettura procede con lentezza, preso da mille faccende. Ma questo è un libro che richiede attenzione e consumarne brevi spezzoni separati da lunghi intervalli non da grande soddisfazione.

Passano troppe settimane prima di raggiungere pagina 250, circa un quarto del volume, dove mi areno. Sono un po' perso, non sono certo di cosa stia succedendo: cosa vogliono ottenere i diversi personaggi, dove stanno andando, chi era più questo tizio? Altri libri, più sottili e meno esigenti, appaiano in casa e guadagnano la cima della pila. Quicksilver sprofonda lentamente nel futuro.

Edimburgo, Febbraio 2017

Finito Neverwhere durante le vacanze di Natale, Quicksilver torna alla luce sullo scaffale. Avanzo una manciata di capitoli, ma lo sbadiglio facile è segno che qualcosa non funziona. Riaprirlo a metà, con vaghi ricordi di quello che ho letto mesi orsono, mi lascia con scarso interesse.

Il lavoro di questi tempi ha un ufficio a Londra. Il modo più semplice per raggiungerlo, nelle rare occasioni in cui capita, è il treno delle 7:30. È un tragitto di circa quattro ore che comincia nella calma dell'alba e finisce nel brusio di Londra.

Febbraio è appena iniziato quando il Chiarre comunica di un pargolo in arrivo, ed io salgo sul treno per Londra. Un luogo ed un tempo che attendono solo qualcosa di importante a cui essere dedicati. Tolgo il segnalibro dal mezzo del volume e ricomincio dalla dedica alla musa nella prima pagina.

Oban, Maggio 2017

È il Venza ad avvisarmi della nascita del Chiarregenito, il padre avrà di meglio da fare. Seduto in una delle poltrone enormi ed un po' sfondate dell'ostello attacco le ultime pagine del libro, dopo una giornata di rilassato turismo. Non mi restano che due o tre capitoletti che chiudono le storie di vari personaggi. Oppure no, le riaprono e sospendono per il volume a seguire.

Quicksilver non è che l'introduzione di un'opera assai più ampia, il Baroque Cycle. In un'insolita scelta editoriale, gli otto libri che lo compongono sono stati pubblicati in tre volumi —ed io ho letto il primo. Avendo impiegato poco più di tre mesi, potrei finire l'intero cicle entro la fine dell'anno, ma non leggerei nient'altro, quindi rimandiamo. Ma se non quest'anno, finirò comunque per comprare gli altri libri e perdere sere e sere nelle picaresche avventure di Stephenson, e nella immensa raccolta di dettagli storici, sociali e scientifici che è riuscito ad incastrare in esse.

Lo spacchettamento

Leggendo un articolo che accusa i "Like" di aver rovinato tutto ho incontrato un concetto editoriale per me nuovo, che aiuta a spiegare una serie di cambiamenti nel modo in cui informazione viene prodotta e consumata sul web ed attorno ad esso.

Se una pubblicazione o un sito o un blog è un insieme di articoli raccolti in un unico bundle, il modo in cui ne condividiamo articoli o post oggi —con un titolo, uno spezzone e magari una foto di anteprima su un social network— porta all'unbundling. Il sito perde il suo valore complessivo, ed ogni singolo articolo deve farsi valere sul campo di battaglia della nostra attenzione.

Nel cercare disperatamente di attirare lettori, sostiene l'articolo, le pubblicazioni convergono da un lato verso i minimi termini (titoli sensazionali, argomenti popolari, etc.) e dall'altro trascurano argomenti di nicchia o materiale meno digeribili dalla massa. Chi ci perde siamo noi, che ci ritroviamo di fronte ad una informazione omogeneizzata e finiamo per leggere solo quello che ci appare davanti, invece di sfogliare l'interezza di una rivista scoprendo cose nuove.

L'idea dell'unbundling mi ha portato a notare bundle che ancora funzionano. Alcuni siti o blog ad esempio hanno una particolare voce che apprezzo, o coprono una nicchia, per cui li seguo dando una scorsa ad ogni articolo, perché potrebbe essere interessante o nuovo, senza necessariamente trattare un argomento a me noto. Il modello ad "abbonamento" dei podcast mi porta ad ascoltare episodi senza averne letto il titolo od il sommario. Magari Twitter funzionava così, prima che si riempisse di retweet e promozioni?

Anche il ritorno in voga delle newsletter potrebbe essere perché mantengono la solidità e la varietà di un bundle. Mentre seguire un sito via RSS è diventata una pratica oscura, trovarsi una pubblicazione nella casella di posta senza dover far nulla è pro-pigro.

Tradito dalla caldaia

È il pomeriggio di una domenica piovosa e ventosa, in cui mi trascino fuori di casa contro ogni istinto. Il riscaldamento è rotto e nessuno proverà ad aggiustarlo prima della nuova settimana. La stufetta sostitutiva fa del suo meglio, ma ha poca speranza di rendere la casa confortevole.

Esco quindi in cerca di un luogo più accogliente, rappresentato dall'ideale di un tavolo di legno ed una tazza di the. La mia prima destinazione è un pub non distante da casa, che mi fornisce una rustica superficie orizzontale ed un sapiente hot-dog, ma il chiacchericcio di sottofondo mi distrae. Da cosa non sono sicuro, ma mi distrae. Dalle finestre divise in vetri quadrati, ognuno curvo in un modo diverso, osservo la pioggia cadere in decine di direzioni un poco diverse. Calco il cappello ed esco.

Cammino appoggiandomi contro il vento e mi avventuro verso il centro. Nel parco circondato da pezzi di università trovo un po' di protezione. Gli alberi sono ancora spogli, ma l'erba ha già la fluorescenza che preannuncia la primavera.

Sull'angolo opposto dello square scorgo la mia destinazione: la biblioteca garantisce silenzio, e le luci accese al piano terra mi danno speranza di trovare una tazza di the, e forse un muffin.

Raggiungo l'entrata, giro attorno ad un gruppetto di studenti fumatori che cercano protezione dagli elementi dietro al cartello “Vietato fumare”, e mi procuro l'agognato bicchiere di liquido caldo, mille gradi di differenza dall'appartamento che mi sono lasciato alle spalle.

La biblioteca è sorprendentemente piena per una domenica pomeriggio, ma trovo un tavolo con vista sul parco fluorescente. Il tavolo è più sottile e moderno di quanto preferirei, il muffin è uscito dal forno troppo presto, ma il sole fa capolino e scalda il colore del mondo oltre i doppi vetri —ed il mio umore. I rami continuano il loro incessante ondeggiare, ma dal secondo piano noto che le estremità hanno preso la tinta rossiccia di fine inverno. Pazienza, fra pochi giorni sarà più caldo.

Piani e parziali propositi

Sebbene dopo anni abbia di nuovo un blog funzionante, alla fine dell'anno scorso ho saltato i tradizionali post del periodo natalizio. Questo in parte perché le vacanze sono state assai brevi —ed ho passato metà delle sere a leggere Neverwhere— in parte perché non ho avuto pensieri riassuntivi per il 2016 né meditato buoni propositi per l'anno successivo.

È però vero che senza un piano si va poco avanti, e senza guardarsi indietro si rischia di dimenticare importanti errori. Faccio quindi ammenda adesso, con due brevi paragrafi.

2016

Ho fatto un sacco di scelte saggie lo scorso anno, fra cui rimettere su un sito senza tante pretese e cambiare lavoro. Ho viaggiato meno dell'anno precedente, ma l'Islanda si è rivelata ottima. Sono riuscito ad organizzare un po' di teleconferenze per tenermi in contatto con gente lontana.

2017

Come sempre ho in mente un numero di idee, ma non trovo abbastanza tempo per metterle tutte in pratica. Per riuscire a completare qualcosa dovrò continuare a dare priorità a pochi progetti. Questo sito è fra di essi, sia come produzione di contenuti che come evoluzione: i tag non sono così lontani, e caricare immagini senza passare per l'FTP sarebbe un grande passo pro-pigro.

La soluzione per mettere in moto queste cose credo sia creare uno spazio ed un tempo ufficiali in cui possano avvenire. Cercherò un tavolone di legno ed un paio d'ore di pace, ed il codice si scriverà da solo.

Neverwhere

Neil Gaiman, 1996

Per qualche motivo mi dimentico di Neil Gaiman con sorprendente frequenza. Ne ho letto un libro dieci anni fa, forse un altro poco dopo, e sebbene sia al corrente di altri suoi titoli interessanti, svaniscono facilmente dal mio radar —non sono uno che tiene una lista dei libri da leggere, sarebbe troppo lunga.

Il Natale mi ha riportato all'attenzione Neverwhere nel miglior modo possibile: sotto forma di copia cartacea nelle mie mani, in una recente edizione, meravigliosamente illustrata qua e la sui margini e nel testo.

In vacanza in Italia, ho potuto prendere la mia scomoda posizione preferita, di traverso sul letto nella mia vecchia stanza, e dedicarmi alla lettura. In quella posizione ho digerito numerosi volumi, spessi e sottili, non di rado fino alle 2 o 3 di notte —incurante del treno delle 7:29 che avrei dovuto prendere la mattina seguente.

Neverwhere mi è durato quattro giorni, rapido ed inaspettato come un treno diretto quando uno si annoia lungo la banchina della stazione. E come il diretto solleva foglie e cartacce che tentano per un istante di tenerne il passo nella turbolenza, il libro ha messo in moto un sacco di pensieri, che si stanno quietando solo adesso dopo un paio di settimane.

Con la fantastica Londra di Sotto, Gaiman traccia un parallelo con la situazione di vagabondi, senzacasa, mentre pone in costante dubbio realtà ed equilibrio mentale. E questi si collegano con la storia di Chris, il mio vicino “insolito”. Una storia di crimine, alcool e complessità. Ho esplicitamente deciso di non scriverne, nell'impossibilità di spiegarmi con correttezza e completezza, e forse nel tentativo di lasciarla nel passato. Alcuni ne conoscono la vaga sequenza ed i dettagli più curiosi, ma il resto rimane solo come nuvolosa e dubbia memoria.

Quello che Chris mi ha raccontato un paio di notti, seduti sul pavimento, nell'entrata del nostro palazzo, aveva la stessa vena di irrealtà di Neverwhere. Bande di motociclisti, distanti principesse, crimini internazionali. Paranoia, solitudine, bottiglie vuote di whisky. Ed io a sporgermi sull'orlo della sua storia, a guardare giù nell'impossibilità di separare gli eventi reali, la loro decorazione, e la completa invenzione. Ma Chris non vive più in questo palazzo dall'estate scorsa, unico collegamento fra le nostre vite.

Ho portato il libro con me in Scozia, al mio ritorno il primo gennaio. Uscendo di casa presto, la mattina seguente, ho trovato Chris addormentato davanti alla soglia dell'appartamento in cui abitava. Ho chiuso la mia porta in silenzio, e sono scivolato fuori dall'edificio. Al mio ritorno era sparito, forse nella Edimburgo di Sotto.

L'avvento in bancarotta

Himeji Il castello di Himeji, uno dei post che non scritto.

L'idea di scrivere un articolo al giorno mi è venuta in mente all'ultimo minuto, quando mi sono accorto di non avere più tempo per pensare e preparare un calendario interessante. Purtroppo non ho avuto la prontezza dell'Ing. ed invece di mettere assieme un progettino mi sono addentrato nella buia foresta dello scrivere tutti i giorni. Ho fallito.

Non avendo nulla pronto, per ogni post dovevo prima pensare a cosa scrivere, poi setacciare directory piene di foto in cerca delle due o tre immagini che avrebbero accompagnato l'idea, e poi scrivere l'articolo stesso. Il testo in realtà mi ha chiesto meno tempo delle altre cose, ma in totale ci voleva più di un'ora. Tutti i giorni.

È andata bene per una settimana, e scrivendone un paio di fila sono riuscito persino a portarmi avanti sul calendario. Ma ahime, fra uscire una sera, uscire un'altra, ed il mega raffreddore che si è mangiato il fine settimana ed i primi giorni di questa, ho perso completamente il ritmo.

Superata la metà dei 24 giorni, per rimettermi in riga dovrei scrivere due post al giorno fino a Natale. Quasi tre ore, tutte le sere? Non mi sembra il caso. Dichiaro quindi la bancarotta dell'avvento, e chiudo l'esperimento.

Tra l'altro lo Yoga Book che avevo menzionato è ora in vendita, se qualcuno è interessato. Scriverci sopra è una mezza sofferenza, per qualcuno abituato alle tastiere più lussuose.

Fra qua e Natale proverò a pubblicare ancora qualche post in tema viaggi. Ripensare ai momenti spesi in qualche luogo, investigare foto, mettere in parole nuovi e vecchi pensieri è una piacevole attività. Ma non a tempo pieno.

Oslo

Barcode Project Gli edifici del Barcode Project

Come per Dublino, anche il giudizio sulla capitale della Norvegia è in sospeso, in attesa di un'altra visita.

Sono passato da Oslo un po' di corsa, sulla via per Capo Nord. In meno di 24 ore riesci a vedere ben poco, ed il poco non è riuscito a concretizzare un'idea della città. Giusto il tempo di girare alcune strade e piazze del centro, ed il lungomare. E mancare il famoso parco pieno di statue.

Quello che ho visto di Oslo è strano: è una città posizionata nel presente, sembra quasi senza un passato. Alcuni pezzi più vicini al mare erano un cantiere chiaramente indirizzato verso il futuro. Forse la prospettiva del visitatore italiano, per cui se qualcosa non ha almeno mille anni non è antico, è leggermente scomoda.

Legno, spigoli, strane forme. Tornerò ad investigare il resto della città.

Operahuset Operahuset Oslo

Dublino

Negozi a Dublino Il presente è visibile in fondo alla strada

L'Irlanda è meno di un'ora di volo da Edimburgo, giusto sul lato opposto dell'acqua ad ovest. Eppure solo una strana combinazione di voli mi ha portato a spendere un paio di giorni a Dublino, sulla via dall'Italia alla Scozia.

Sapevo poco niente di Dublino, quindi la mia visita è stato più un gironzolare per il centro, dove avevo trovato l'ostello, che del turismo vero e proprio. Da un lato è un modo assai disorganizzato di muoversi, dall'altro è uno dei miei preferiti: invece di correre per raggiungere importantissimi punti d'interesse, mi muovo più lentamente curiosando ed osservando gli abitanti del luogo.

Ho scoperto rapidamente che Dublino è piena di turisti e di studenti. Ho visto un paio di chiese insolite, il Trinity College, vie con edifici e negozi un po' fuori dal tempo. Sono finito in una mostra sulle epidemie ed in un museo dentro delle caserme riconvertite. Ma ho mancato il castello, e non ho visitato neanche un pub —era Luglio, fosse stato inverno allora era un'altra storia.

Dublin Spire La Spira di Dublino, 120m di palo appuntito

Nota curiosa è la spira che sorge dal nulla in mezzo ad una strada, e va e va dritta verso l'altro, senza piega o imprecisione. Arrivando alla sera, vedendola illuminata e non sapendo nulla, sono stato davvero sorpreso. Vicino alla sua base, la statua di Joyce simpaticamente appoggiato, sempre circondata da turisti.

Dublino offre un interessante misto di antico e moderno, senza maestosità magari, ma con equilibrio. Visto che al momento vi risiede il Bonzo, dovrei prendere l'occasione al volo ed andarla a visitare con un minimo di preparazione, che sempre aiuta ad apprezzare una nuova città.

Bandiere in una chiesa Un giorno scoprirò cosa rappresentano

Nara

Sono andato a Nara a vedere una specie in via di estinzione: il Buddha gigante.

Il treno da Osaka prende poco più di un'ora. Si lascia alle spalle la metropoli sconfinata, attraversa la campagna, si addentra fra le colline. Sale, e l'aria si rinfresca. È un treno squadrato, con un po' di sedili di lato caratteristici dei convogli locali del Giappone, e sembra di essere su una delle tante linee della capitale. Per neanche un secolo, tanto tempo fa, la capitale era stata proprio Nara.

Todai-ji Il Todai-ji, tutto di legno

A marcarne l'importanza rimangono non palazzi o fortificazioni, ma templi. Fra questi c'è il Todai-ji, un'immensa struttura in legno che contiene una altrettando enorme statua del Buddha. E poi avanza spazio, e ci sono altre statue, giganteschi fiori di loto, modellini di diverse versioni del templio nel passare dei secoli.

La maggior parte dei monumenti del Giappone sembra essere in legno. Al confronto, in Europa è tutto in pietra, a parte qualche strana chiesa in Norvegia. Così mentre noi diamo importanza al materiale che è li da sempre, dall'altra parte del mondo è normale che un templio o un castello invecchi, si sfaldi, vada aggiustato. E dopo un po, rifatto. Magari identico al precedente, ma da zero. Tutto passa, il Buddha rimane li, seduto a guardare lontano attraverso le apposite finestra nella facciata dell'edificio.

Special moves Le mosse speciali dei cervi

Attorno al Todai-ji c'è un vasto parco infestato di cervi e scolaresche, altri templi, altri parchi, altri cervi. E tante, tante persone, incerto se definirli turisti o pellegrini. Inevitabile in quella nazione, sempre ad infilarsi nelle fotografie.

Ho passato giusto una giornata a Nara, passando dalla modernità della stazione all'incredibile stranezza e meraviglia dei templi, poi di nuovo nella modernità. Non so se avrò un'altra occasione, ma di certo ci sono mille altre cose da vedere, da scoprire e da interpretare.

Yukata a Nara C'è una tasca per il tablet negli abiti tradizionali?