Su questo sito

Le cose importanti

È l'ultimo Venerdì pomeriggio di Settembre e cammino lungo la Vltava, il fiume che attraversa Praga. Il sole è ancora caldo, ma le foglie multicolore segnalano l'autunno sulla soglia. Il Venza mi sta spiegando le complessità burocratiche del suo matrimonio internazionale. Ascolto con attenzione, chiedo dettagli che potrebbero tornarmi utili.

Fermo immagine.

Praga in bianco e nero Lungo il fiume, natanti di vario genere.

Riavvolgo, avanti piano

Luglio è appena cominciato e persino il sole scozzese riesce a scaldare la mia sala fino a temperature degne delle maniche corte. Questa domenica mattina siedo pigro sul divano godendomi l'aria estiva, quando ricevo una email laconica quanto misteriosa.

Vorrei chiederti una cosa... Quando posso chiamarti? Skype? Daniele, international Man of Mystery

La telefonata seguente annuncia matrimoni, con il plurale perché agli informatici non piacciono le cose semplici. Inaspettatamente, mi dona anche la possibilità di organizzare cose ed essere utile nella celebrazione.

Poche settimane dopo, approfittando di una visita in patria, comincio a tessere la tela del malvagio piano che ci avrebbe portato verso est. In qualche modo riesco a tenere il Venza all'oscuro dei dettagli, eccetto la città ed i giorni, per un paio di mesi. Fino alla sera tarda di quel fine Settembre, quando gli ultimi voli da diversi paesi alla capitale ceca hanno completato la combriccola forte di sette.

Passi avanti

Sabato scorso ho comprato un pezzo di focaccia in una panetteria lungo la via, e sgagnasciando soddisfatto mi sono diretto verso Palazzo Tursi. Novembre porta spesso molteplici raffreddori e la pioggia in diagonale, ma questa Genova mi accoglie con un sole che irradia ed irride tutta la lana che ho addosso.

E voi, testimoni, avete sentito?

Aspetta, chi? Sentito cosa? Ah si si si —ehm— “Si”. Nessuno mi aveva avvisato che mi avrebbero persino fatto domande. Ma la burocrazia internazionale non ha potuto nulla, io non ero completamente distratto, ed il Venza è sposato. Seguono chiacchere, ancora sole, pansotti e soddisfazione. Il tramonto giunge prima del previsto, ma lo prendiamo come una benvenuta anteprima del meritato riposo.

Missione compiuta, calco il cappello e mi allontano lungo la piattaforma del binario 13.

Full Throttle, Remastered

Complice un raffreddore troppo esigente, la settimana scorsa ho passato un paio di giorni a casa, ammucchiato in poltrona, sotto una coperta. Non avendo la testa abbastanza libera per leggere o scrivere, ho spulciato l'elenco dei giochi che non ho mai installato. All'occhio mi sono saltate una manciata di avventure grafiche della LucasArt in versione remastered. Full Throttle è una delle poche che non ho mai giocato, nemmeno negli anni '90, ed ho pensato potesse riempire un pomeriggio segnato dal muco.

Full Throttle Marmitte, marmitte in tutte le direzioni.

La scelta è stata ottima: la storia è piacevole, l'ambientazione interessante, i puzzle forse meno complessi di quello che mi aspettavo, ma perfetti per le mie capacità ridotte da la febbra. Full Throttle è un po' più breve e lineare al confronto di un Day of the Tentacle, ma ha comunque richiesto un 6-8 ore di lavoro, sufficienti a rallegrare non uno ma ben due pomeriggi in malattia. Assomiglia decisamente più ad un film rispetto a simili giochi. Ed un film che andrei subito a vedere al cinema, se avesse una produzione simile al più recente Mad Max.

Kickstand C'è sempre un bar in queste storie

Ho trovato la grafica rinnovata assai bella, ma non avendo giocato l'originale non ho un armadio di ricordi con cui confrontarlo, per poi lamentarmi di minime differenze in importantissimi dettagli. Come in altre avventure rimasterizzare, è possibile passare fra la nuova e la vecchia grafica al volo, premendo F1. L'ho fatto alcune volte per curiosità, ma sono felicemente tornato all'alta definizione. L'audio in particolare non regge al confronto: la colonna sonora metallara al tempo era stata compressa un po' troppo, mentre adesso ti chiede di alzare il volume.

A mio parere un lavoro ben fatto quindi, meglio dell'irrispettoso pastrucchio di “Monkey Island - Special Edition”, che aveva infastidito persino il Venza.

Perché il governatore Marley è la sirenetta? Lo'oris

Soddisfatto sia da Full Throttle che dall'averlo giocato per la prima volta rimasterizzato, non devo più guardare Day of the Tentacle Remastered con sospetto: mi sembra abbia ricevuto un trattamento simile, che ha ricreato ambienti e personaggi ad alta risoluzione restando fedele ai disegni originali. Un giorno lo installerò e giocherò con calma, visto che per quello ho un grosso, grosso armadio di ricordi.

Favole Periodiche

Hugh Aldersey-Williams, 2011

Un'altro libro per cui devo ringraziare Krustard, “Favole Periodiche” è rimasto nella metà bassa della pila per più di sei mesi, dallo scorso Natale fino a Luglio, quando ha infine raggiunto la superficie e mi ha seguito su una manciata di voli in giro per l'Europa.

A quanto pare Krustard ha il superpotere di ricordarsi cosa abbia regalato a qualcuno l'anno precedente, perché questo libro è un interessante modo di approfondire gli argomenti de “La Sostanza delle Cose”. Se quest'ultimo trattava però di materiali artificiali, della loro evoluzione ed impatto nella storia della civiltà, le “Favole Periodiche” scendono un gradino, imperniandosi su elementi naturali.

Il libro raccoglie gli elementi in sezioni imperniate sull'impatto più notevole degli elementi, una catalogazione assai più attraente rispetto a righe o colonne della tavola periodica. Ferro, oro, carbone ed uranio finiscono sotto “Potere”, ad esempio, mentre “Bellezza” è il contesto delle storie su neon, cromo, e berillio. Storie innumerevoli, intrecciate nei racconti più complessi sulle scoperte, ma soprattutto sugli scopritori.

Molti capitoli menzionano la posizione degli elementi nell'immaginario e nella cultura, ed il suo variare con il progresso tecnologico. È interessante come molti materiali nuovi, inizialmente difficili e costosi da lavorare, siano immediatamente visti come simbolo di lusso, ma perdano in qualche modo valore con il loro diffondersi nella società, e riescano a trovare la loro posizione nella cultura e nel mercato solo dopo anni.

Dalla voce dell'autore traspare una grande passione per l'argomento, che si riflette in approfondimenti su dettagli curiosi, nonché viaggi ed investigazioni. Dalla breve visita alla fabbrica di medicine omeopatiche in cerca di plutonio, al capitolo “Terra” incentrato su un viaggio in Svezia. Questo include una visita ad Ytterby, su un'isoletta poco fuori Stoccolma, dalle cui miniere vennero isolati ben sette nuovi elementi.

Un libro quindi pieno di intrecci e connessioni, che mi hanno fatto scoprire quale siano gli usi ed i ruoli di quelle decine di elementi meno noti, di cui poco si parla. Nonché il fatto che cobalto e coboldo abbiano la stessa origine, nelle profondità delle miniere della Boemia.

The Ion War

Colin Kapp, 1978

Prendo in mano questo breve romanzo di Colin Kapp su un volo di ritorno da Praga, il primo lunedì mattina di Ottobre. Un volo assai più piacevole di quello dell'andata, con l'imbarco alle 05:40, e quita conclusione di un fine settimana trascorso con Proppo, Venza, ed altri importanti personaggi.

Curiosità non-librocentrica: seduto accanto a me sull'aereo c'era lo stesso tizio che avevo accanto sul primo volo, che estrae un tablet e riprende a guardare lo stesso film che aveva cominciato giorni prima, Trainspotting 2.

“The Ion War” è finito nella mia pila perché scritto dallo stesso autore di una delle mie favolette spaziali preferite, “The Patterns of Chaos”, che ho letto molto, molto tempo fa in un Urania pubblicato nel '79, con il titolo “La Galassia Brucia!” —si, con tanto di punto esclamativo.

Entrambi i volumetti hanno una storia semplice, più semplice anche di Wool, in cui ci sono dei buoni e dei cattivi abbastanza delineati —anche se i cattivi possono essere un po' confusi, ed i buoni un filo troppo zelanti. Fantascienza alla mano, quasi classica, dove le astronavi attraversano spazi enormi senza fatica. Magari con il dettaglio che, nei grandi numeri, alcune non riappaiono mai più dall'iperspazio, oppure sbaglino i calcoli e finiscano nel posto sbagliato.

La storia di “The Ion War” procede alternando il punto di vista fra due protagonisti, un capitolo alla volta, e seguendo i loro percorsi per la Galassia. Uno si chiama pomposamente Dam Stormdragon, è solido ed eroico, ma un filo tonto visto che si fa incastrare in vari guai. L'altro è quello sveglio, magari lontana causa dei guai in cui il primo finisce.

I buoni sono i pianeti colonizzati dall'umanità verso il centro della Galassia. Il cattivo è un pianeta Terra ricco, ultra-burocratico ed belligerante. Curiosità, una sola frase fa riferimento ad altre civiltà, e non in termini positivi:

“Naturally! The Hub is where the fighting is,” said Dam. “No alien ever got within ten kiloparsecs of Terra.”

La storia scorre veloce, e dopo aver letto circa un terzo del libro in aereo, bastano un paio di sere per completarlo. Ma nel suo breve passaggio il libro mi ha fatto ripensare ai tanti Urania sullo scaffale della casa in montagna. Una piccola collezione messa assieme un mese alla volta da mio padre e mio zio, in parte prima che io nascessi.

Ho letto quasi tutti quei libri durante pigri pomeriggi estivi, a volte seduto su un gradino di pietra, a volte sulla sedia a dondolo di rattan. Ho visitato innumerevoli di mondi, incontrato strani esseri, attraversato spazi incommensurabili, ogni libro una sorpresa con i suoi sogni (incubi?), problemi ed intrecci.

Quegli Urania sono forse una delle ragioni per cui, ancora oggi, mi aggiro nelle librerie attratto più da singoli romanzi che da saghe in molteplici volumi. Nuovi mondi da intuire ed esplorare e personaggi magari soltanto abbozzati, invece di dettagliate mappe e profonde analisi. E dalla sedia a dondolo in montagna alla sedia a dondolo in Scozia, libro dopo libro, osservo il multi-orizzonte dei mille mondi e realtà alternative di cui ho letto e che sempre mi porto dietro, accompagnato dallo scricchiolio del legno.

Bilancio estivo

Ho passato dieci soleggiati e caldi giorni in Italia e sono riscito a non andare a nuotare. La vergogna è che per farlo avrei dovuto solo camminare per circa 250 metri verso sud con addosso un costume da bagno, e negli ultimi 50 metri iniziare a muovere le braccia.

Questo da solo potrebbe segnare negativamente l'intero periodo, ma in realtà non è stato un grosso problema. L'estate è stata lunga, internazionale ed interessante.

Scozia

L'estate in Scozia è un concetto incerto, poco più verde della primavera e più soleggiato dell'autunno, mantenendo temperature simili. Qua e la capitano giorni che possono essere definiti senza dubbio come estivi: un piccolo numero di locali perde la maglietta, molti sfoggiano le maniche corte, ma c'è ancora qualcuno con un berretto di lana in testa.

Mark Lanegan in Glasgow Mai ascoltato prima, ma approvo

Ho notato uno di questi giorni a Luglio perché sono rimasto in coda per una mezz'ora lungo un marciapiede di Glasgow, aspettando di entrate ad un concerto di Mark Lanegan. Raro evento per me, andare ad un concerto. Per qualche motivo finisco sempre per andare a quelli di artisti di cui non poco o niente, trascinato o spinto od invitato da qualcuno.

Altri giorni estivi hanno punteggiato le settimane a seguire, e più di una volta ho incontrato il Lo'oris per svacco e mangerecci in un parco, nonche un glorioso barbecue fiammeggiante.

Italia

I dieci giorni in patria sono volati, fra un po' di lavoro remoto, matrimoni, incontrare amici e conoscenti. A parte la mancanza di nuoto già menzionata, nulla di particolare. Ottima vista all'atterraggio a Genova.

Genova Brignole La stazione di Brignole sullo sfondo, un griglia in primo piano

Norvegia

Non contento di andare ad un matrimonio in Italia, il sabato successivo ce n'era in programma un secondo a Trondheim. Questa volta ero anche coinvolto nell'organizzazione, visto che la cerimonia era artigianale ed originale. La torta un companion cube.

Dopo grandi preparativi e grandi pulizie, alcuni giorni di vera vacanza. Capita a fagiolo la celebrazione di San Olaf, il patrono della città, con una settimana di eventi ed il centro pieno di stand mangerecci. Panini di renna ed altri animali boschivi, ma anche del gelato decente.

Statua di San Olaf A metà della facciata della cattedrale, per la sua festa, hanno appeso dei fiori

Poi un attimo di calma: una mattinata spesa scendendo in kajak il fiume che attraversa Trondheim. Partenza a monte della città, dove gli aironi zampettano lungo argini ed isolette, poi attraverso zone sempre più abitate e residenziali per arrivare in centro, ai canali navigabili costellati di ormeggi, ed infine al porticciolo accanto alla ferrovia.

Perdendo il ritmo

Crypt of the Necrodancer Ironia, con questo non ho perso il ritmo.

Sulla via di casa ieri pomeriggio ho notato le prime foglie rotolare accanto al marciapiede. Un paio di alberi tendenti al rosso, un paio al giallo, e l'estate è volta al termine. Ed allora mi sovviene: sono settimane che non scrivo niente. Non che niente sia accaduto fra Luglio ed Agosto, ma una generale disorganizzazione mi ha visto girare in tondo e spendere tempo in passatempi meno costruttivi, i.e., ho letto un sacco di internet e pochi libri, consumato una manciata di giochi, dormito troppo poco, perso tempo in generale.

Mi capitano di tanto in tanto momenti in cui perdo il ritmo. Magari di ritorno da un viaggio ci vogliono alcuni giorni per rientrare nella meccanica della giornata, mentre la svogliatezza regna sovrana, seguita dall'inefficienza. E così invece di usare il tempo per fare quello che voglio, lo spendo nel ritardare quello che ho meno interesse a concludere e togliere di mezzo.

Ora, rientrato in orari e giornate più regolari, organizzare la giornata è più facile e di soddisfazione. Ma lo scrivere incontra ancora un po' di resistenza. Mi toccherà pedalare di più.

Di fronte ad Oban: Mull, Iona e Staffa

Molteplici puffin Molteplici puffin.

A metà Maggio sono finito di nuovo a Oban, come previsto. La novità questa volta è stato arrivare via ferrovia, saltare su un battello ed andare a visitare tre famose isole a pochi chilometri dalla cittadina: Mull, Iona e Staffa, tre delle Ebridi interne.

Otto anni dopo Oban non è cambiato molto, a parte due importanti dettagli: il cancello “Snib the gate” è stato ridipinto, ed il locale degli enormi pancake è purtroppo sparito —sigh.

Mull è un'isola di dimensioni decenti ed per attraversarla c'è un autobus con una simpatica autista che conosce tutte le persone al volante delle auto che incontriamo, ed aggiriamo con attenzione, lungo la strada a corsia singola. Per ognuna ha una storia da raccontare, o forse se la inventa sul momento, come per le varie casette, pietre, e curve lungo la via. Nessun commento però sull'enorme pavone che usciva di soppiatto da un cancello, il primo di vari volatili incontrati quel giorno. Per quanto abitata, Mull è vuota, ma non selvaggia: il tipico ordine portato dalle pecore, fatto di erba brucata regolare e muretti di pietra.

Basalto su staffa Staffa è fatta di colonne esagonali, dritte o deformate dalle ere.

Subito di fronte a Mull c'è Iona, giusto lo spazio per un paesello, una collina, ed un'abbazia. Eppure vanta innumerevoli secoli di storia, tombe di re di Scozia, ed incursioni vichinghe.

Una decina di chilometri più a nord, spunta dal mare Staffa, un blocco di basalto uscito dalla crosta troppo velocemente, e solidificato sotto forma di colonne esagonali. Tante, ovunque, quasi mattonelle di una pavimentazione artificiale.

Un puffin soddisfatto Il rischio più grande è inciamparci dentro.

Abbiamo solo un'ora per vagare su quest'isoletta, investigare la caverna di colonne basaltiche, vagare sull'altopiano. Staffa sembra inclinata da un lato, quasi stia affondanto, e mi ricorda l'Île mystérieuse di Verne. L'autore stesso, da giovane, aveva visitato l'isola, così come Walter Scott e R.L. Stevenson e mille altri personaggi del XIX secolo, incuriositi dalla regolarità ed "arte" del un fenomeno naturale.

In cima a Staffa trovo una mare di pulcinelle di mare, gli stessi puffin che tanto ci avevano eluso in Islanda. Escono letteralmente dal terreno, dove sembrano scavare nidi, e non si curano di questi strani umani che si aggirano fra di loro. Zampettano un po' goffi, senza i rumorosi richiami di altre specie, e non si preoccupano se ti avvicini e ti accucci accanto a loro. Se fossero buoni da mangiare, si sarebbero estinti da tempo, volatili di troppa fiducia.

Alcuni puffin spensierati Bastava andare nel posto giusto.

Bargreybars.vim

In un momento di ispirazione, questa primavera, ho deciso di scrivere del C. Mi capita ogni tanto, come se compilare sorgenti e ritrovarmi con eseguibile di pochi kilobyte mi assolva dal peccato di lavorare linguaggi di scripting, usare enormi standard library, e di pseudocompilare per macchine virtuali e runtime vari.

Vim con i fastidiosi bordini The goggles do nothing!

L'occasione questa volta è stato bargreybars, un plug-in per Vim per risolvere una volta per tutte il problema degli odiosi bordini grigi. Una finestra di Vim ha sempre altezza e larghezza multiple della dimensione dei caratteri, che di rado sono un perfetto sottomultiplo delle dimensioni dello schermo. Questo lascia dello spazio vuoto in basso e a destra, che si riempie con un fastidioso grigio di default.

La cosa mi ha sempre disturbato, principalmente perché tendo a scrivere codice con su sfondo scuro per rilassare gli occhi. Una striscia di grigio un fondo ad uno schermo quasi nero non è molto piacevole.

vim-senza-bordini Un sospiro di sollievo.

Anni fa avevo scavato nel sorgente dell'editor ed aggiustato le due righe colpevoli del colore alla meno peggio, e ricompilato il tutto con Visual Studio. Ma il sorgente cambia, il build richiede un sacco di tool ed attenzioni, e scrivere una patch che funzionasse ovunque e per tutti era oltre la mia buona volontà.

Con l'uscita di Vim 8 ho pensato di lasciare in pace il sorgente del programma ed estrarre il mio lavoro in un plugin che prenda il colore del tema attivo e lo applichi ai malvenuti bordi. E per fare ciò, ci voleva un po' di VimL, ma anche un po' di C.

La gioia è stato scoprire i Visual C++ Build Tools, il compilatore di Visual Studio senza giga e giga di IDE sulle spalle. Linea di comando, librerie, e basta. Esattamente quello che mi serve per una DLL di una manciata di righe.

Finito il plugin e visto che il risultato era valido, ho speso un paio di sere a lucidarlo e documentarlo, ed è finito su vim.org e github, per la gloria.

Wool

Hugh Howey, 2012

Non sapevo nulla di Wool finché non è apparso sulla scrivania al lavoro, lasciato li da un collega —“È leggero ma interessante, leggilo”. Avendo finito da poco Quicksilver, un libro che leggero non si può definire, ho apprezzato assai ricevere qualcosa di nuovo e facile da leggere, senza dovermi prendere la briga di trovarlo o la responsabilità di sceglierlo.

L'ho letto in un modo sano e regolare: una manciata di capitoli quasi ogni giorno, fermandomi volontariamente, invece di sbloccarmi solo quando il buio o la fame mi costringono a muovermi.

La distopia questa volta è un silo sotterraneo, un grattacielo al contrario, dove l'umanità sopravvive dopo che uno sconosciuto disastro ha reso il pianeta inabitabile. Il silo se la cava decentemente, ma il passare degli anni e dei secoli ha cancellato ogni memoria del mondo esterno. Finché un po' di documentazione non inizia a saltare fuori.

La storia è interessante ed i personaggi decenti, a parte due piccoli gruppi: quelli che hanno pensieri troppo profondi, e come previsto nella pagina successiva sono morti; e quelli aggiunti a metà strada, che sembrano inventati sul momento per riempire un vuoto. Di questi ultimi ce ne sono un filo più del previsto. La causa è probabilmente il modo in cui il libro è stato scritto: è cresciuto un racconto alla volta, dopo il successo dei primi. E mentre il mondo riesce a crescere in modo consistente, i personaggi si infilano nella trama di traverso, a riempire ruoli necessari per continuare la storia.

Di nuovo, Wool è parte di una trilogia, ma una non pianificata. Il volume si chiude senza problemi ed in modo soddisfacente. Non sento il bisogno di cercare gli altri due, ma come libro spuntato dal nulla questo mi ha fatto piacere.

Quicksilver

Neal Stephenson, 2004

Sono passati quasi tre anni fra quando ho comprato Quicksilver e quando l'ho chiuso soddisfatto. La mia vita è andata avanti in modo lineare, senza flashback o improvvisi diari di sé stessa, o sotto forma di opera teatrale o di lettere. Lo stesso non si può dire del libro.

Glasgow, Maggio 2017

Ho preso in mano il volume per leggere gli ultimi capitoli l'istante in cui il treno è partito da Glasgow. Un trenino diesel con solo due vagoni che costeggia l'intricato fiordo del Clyde verso il mare, poi gira a destra lungo Loch Long. Mentre il tracciato sale lentamente, il lago a fondovalle si allontana e —distraendomi dalla lettura— vira dal blu al verde smeraldo, riflettendo le regolari foreste illuminate di traverso, sotto le nuvole, dal sole del tardo pomeriggio. Poco sopra si alzano brulle colline tipiche della Scozia, con quel loro aspetto da montagna vecchia, alta e lontana. È la West Highland Railway.

Trondheim, Maggio 2014

È mattina presto invece quando salgo sul treno diretto a Stoccolma. Un po' per avventura, un po' per economia, ho deciso di percorrere i 1000km che la separano da Trondheim in treno. Nello zaino ho un mattone storico sull'impero russo che sto leggendo da mesi; ma ogni capitolo, per quanto interessante, agevola l'abbiocco. Solo una pausa tecnica di tre ore, in una stazione dispersa e disabitata vicino al confine, mi da occasione di completarlo. È ormai notte profonda quando raggiungo il Chiarre ed il Venza a Gamla Stan.

Il giorno dopo guidiamo il Chiarre, per poco ancora scapolo, lungo il percorso del GTS, il Giro Turistico Standard, che include la libreria di fantascienza e stranezze nei vicoli del centro. Ho appena finito un libro, quindi è giusto comprarne un altro. Davanti allo scaffale S chiedo suggerimenti al Venza: ho letto il Cryptonomicon di recente, e Stephenson mi attira. Il Venza mi indica Quicksilver, uno spesso volume rosso. Ma il mattone russo è ancora fresco nella mia memoria, così decido di comprare Snow Crash, più sottile nella forma e leggero nell'argomento.

West Highland Railway, Maggio 2017

Il trenino supera Loch Lomond e continua verso nord, mentre i nomi delle stazioni iniziano a contenere suoni impronunciabili. Attorno a Crianlarich la ferrovia piega verso ovest e si contrae a binario singolo, spesso in un tunnel di alberi. Le colline si stringono in un glen, poi si riaprono in una piana punteggiata di pecore, tenute d'occhio dai ruderi di un castello, appollaiati su un sopralzo verdeggiante. Due ore dopo raggiungiamo la costa occidentale della Scozia, dove il tragitto termina alla stazione di Oban.

Quicksilver è soft historical fiction, con personaggi inventati nel mezzo di eventi storici. La trama è quasi una scusa per raccontare come la scienza sperimentale e l'economia moderna abbiamo preso forma nel diciassettesimo secolo, portando poi all'Illuminismo. Nel processo ci porta in giro per l'Europa, e di striscio nelle colonie del Nordamerica, mostrando i mille ingranaggi della politica. Dettagli, eventi e cause degli stessi spiegati con più attenzione di un libro di storia. Ma essendo un romanzo, non mi fido, e spesso mi ritrovo a controllare le note, la mappe, gli alberi genealogici inclusi nel volume. Di tanto in tanto mi perdo su Wikipedia, cercando di evitare spoiler tipo il destino di un personaggio storico o l'esito di una guerra che ho dimenticato dai tempi del liceo.

Edimburgo, Ottobre 2014

È autunno inoltrato quando acquisto Quicksilver. Il Chiarre si è sposato, il Venza è in Costa Azzurra, ed io ho lasciato la Norvegia per tornare in Scozia, attirato da un nuovo lavoro. La lettura procede con lentezza, preso da mille faccende. Ma questo è un libro che richiede attenzione e consumarne brevi spezzoni separati da lunghi intervalli non da grande soddisfazione.

Passano troppe settimane prima di raggiungere pagina 250, circa un quarto del volume, dove mi areno. Sono un po' perso, non sono certo di cosa stia succedendo: cosa vogliono ottenere i diversi personaggi, dove stanno andando, chi era più questo tizio? Altri libri, più sottili e meno esigenti, appaiano in casa e guadagnano la cima della pila. Quicksilver sprofonda lentamente nel futuro.

Edimburgo, Febbraio 2017

Finito Neverwhere durante le vacanze di Natale, Quicksilver torna alla luce sullo scaffale. Avanzo una manciata di capitoli, ma lo sbadiglio facile è segno che qualcosa non funziona. Riaprirlo a metà, con vaghi ricordi di quello che ho letto mesi orsono, mi lascia con scarso interesse.

Il lavoro di questi tempi ha un ufficio a Londra. Il modo più semplice per raggiungerlo, nelle rare occasioni in cui capita, è il treno delle 7:30. È un tragitto di circa quattro ore che comincia nella calma dell'alba e finisce nel brusio di Londra.

Febbraio è appena iniziato quando il Chiarre comunica di un pargolo in arrivo, ed io salgo sul treno per Londra. Un luogo ed un tempo che attendono solo qualcosa di importante a cui essere dedicati. Tolgo il segnalibro dal mezzo del volume e ricomincio dalla dedica alla musa nella prima pagina.

Oban, Maggio 2017

È il Venza ad avvisarmi della nascita del Chiarregenito, il padre avrà di meglio da fare. Seduto in una delle poltrone enormi ed un po' sfondate dell'ostello attacco le ultime pagine del libro, dopo una giornata di rilassato turismo. Non mi restano che due o tre capitoletti che chiudono le storie di vari personaggi. Oppure no, le riaprono e sospendono per il volume a seguire.

Quicksilver non è che l'introduzione di un'opera assai più ampia, il Baroque Cycle. In un'insolita scelta editoriale, gli otto libri che lo compongono sono stati pubblicati in tre volumi —ed io ho letto il primo. Avendo impiegato poco più di tre mesi, potrei finire l'intero cicle entro la fine dell'anno, ma non leggerei nient'altro, quindi rimandiamo. Ma se non quest'anno, finirò comunque per comprare gli altri libri e perdere sere e sere nelle picaresche avventure di Stephenson, e nella immensa raccolta di dettagli storici, sociali e scientifici che è riuscito ad incastrare in esse.