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Settimane

Da due mesi e più, ogni giorno percorro lo stesso pezzo di sentiero dietro casa. Ho visto i rami spogli riempirsi di gemme, di fiori, poi di foglie. Il sole si è alzato, ma un denso tetto verde ora nasconde il cielo. Neanche cinque metri separano il sentiero dalla strada, ma la civiltà svanisce dietro a cespugli, alberi, e le più rigogliose ortiche che abbia mai visto: alte sopra al ginocchio, foglie grandi come la mia mano.

Incontro regolarmente un paio di merli che pattugliano il sentiero, e vicino all'incrocio, dove gli alberi formano una volta più alta, si poggia spesso uno sfacciato pettirosso. Mi fermo ad ascoltarlo a neanche un metro, e mi chiedo come faccia così tanto suono ad uscire da una creature così piccola. D'altra parte, la civiltà aveva abbassato il volume, lasciando che altri suoni venissero a galla.

Alberi, ed una mosca Mi aggiro nel verde

Attorno alla passeggiata dopo pranzo, le settimane inizialmente disorganizzate hanno preso forma e consuetudine. Lavorare da casa, ricevere la spesa il Martedì, uscire una volta al giorno. Poche le variazioni sul tema. Ma il mondo è in flusso, e le porte si stanno riaprendo. Il traffico è tornato, riportando la strada in primo piano, e rubando magia al sentiero. Osservo ed aggiro gruppetti di persone sempre più grossi, e rimpiango la calma del mio lockdown privilegiato.

Dimensioni dei monitor L'inarrestabile crescere degli schermi

L'informatica non si è fermata, nonostante La Situazione, e nemmeno i colloqui di lavoro. La ricerca continua, ma un paio di possibilità si stanno allineando. Posizioni in città, ma remote: il nuovo normale a cui ci siamo abituati così rapidamente che nei colloqui neanche lo menzionano. Anche adattare la casa al lavoro d'ufficio è stato semplice. Ho solo aggiunto uno schermo, il più grosso che la minuscola scrivania potesse contenere senza sporgenze. Il formato 21:9 è curioso, ma funzionale. Il progresso ci porta più pixel, ma col tempo sto anche ammassando pollici.

Sono stanco però, spesso. Numerose giornate giungono al termine nell'insoddisfazione, e finiscono troppo tardi, accumulando ulteriore stanchezza. Attendo con trepidazione di poter andare altrove e spenderci del tempo senza tensione. In ufficio, in un parco, su una spiaggia. Altri posti per altri pensieri.

Accabadora

Michela Murgia, 2009

Apprezzo sempre quando qualcuno mi suggerisce un libro inaspettato, fuori dal mio solito bacino di lettura. A posteriori, sono ancora più contento quando il libro si rivela ottimo. Il suggerimento questa volta arriva da Chiara, ed il volumetto che prendo in mano un soleggiato pomeriggio di lockdown si intitola Accabadora: in dialetto sardo colei che finisce.

La storia si incentra su un paesino nell'entroterra della Sardegna, fatto di casine, strade sterrate, muretti e coltivazioni. Il periodo è vago, ma gli indizi puntano agli anni 50–60 del secolo scorso. Il libro segue una ragazzina, per la quale la madre ha poco interesse, e la vedova un po' avanti negli anni che la prende in adozione, e la cresce nella piccola comunità. L'anziana è l'accabadora del paese: una figura dei racconti popolari sardi, la cui esistenza non è provata, che nei secoli scorsi si occupava portare a conclusione le sofferenze di anziani e malati.

Attraverso questa figura, ed il rapporto fra le due donne negli anni, Michela Murgia affronta una discussione sull'eutanasia ed il suicidio assistito. Lo fa con calma, descrivendo le circostanze delle persone che ricorrono alle prestazioni dell'anziana, e gli effetti su di lei, e sulle famiglie coinvolte. A volte c'è un riscontro positivo, a volte no.

Attorno, la ragazzina cresce, ed il mondo cambia. L'orizzonte si espande oltre al paesino della Sardegna, ma li ritorna. È un libro locale, che mi ricorda la Liguria dei racconti di Calvino. E forse le due località si sovrappongono, ed i muretti a secco che immagino sono quelli delle balze della mia gioventù.

Fra i ringraziamenti mi salta all'occhio quello “per avermi guarito dalla paura di usare il mio sardo.” L'uso del dialetto nel libro è minimo, ma essenziale. Da sapore al tutto, e ben si accompagna al sole che risplende per entrambi i giorni in cui divoro il libricino. Breve, ma resterà.

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Upgrade: da 25" a 34".

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La normalità

Salgo le scale con la bicicletta su una spalla, accaldato nel felpone forse eccessivo. La primavera è arrivata, ed ho pedalato fra suburbi e colline nel sud della città. Rientro stanco e soddisfatto. Sarebbe tutto normale, se non fosse la prima attività fisica seria, dopo quattro settimane in casa. Il nuovo normale è il pendolarismo casalingo, e magari il giro dell'isolato di prima mattina, o dopo pranzo.

Questo è il post nel mezzo de La Situazione, o comunque ricorderemo le settimane in cui abbiamo messo da un lato grossi pezzi della vita di tutti i giorni, e li abbiamo rimpiazzati con un sperimentale miscuglio di alternative, assemblate con quello che abbiamo trovato in casa, e software vario.

Come altri stranieri in Scozia, leggevo già con attenzione le notizie sull'Italia quando la maggior parte dei locali sembrava non preoccuparsene. La seconda settimana di Marzo annullavo il viaggio a Londra—un altro IndieWebCamp andato—e compravo un paio di cose extra da mettere in dispensa. Percorrendo marciapiedi ancora affollati, passavo persone al telefono; l'argomento delle telefonate convergeva alla pandemia, ed alle avvisaglie delle settimane a seguire. In sottofondo una vibrazione, l'ansia del “qualcosa sta per succedere”. Venerdì, ho deciso che il momento lavorare da casa era arrivato, una settimana prima del lockdown ufficiale del Regno Unito—che sarebbe arrivato troppo tardi.

La Situazione non mi ha catapultato inaspettatamente in un nuovo mondo. Mi tenevo già in contatto con amici e famiglia via Skype e simili, e di tanto in tanto lavoravo già da casa. Ho ancora un lavoro, un bilancio in nero, il frigo pieno. Ho spazio per muovermi, un minimo di pesi ed attrezzi, un parco dietro casa. Il privilegio dell'informatico caucasico e maschio crea un notevole campo di forza. Eppure gli eventi di queste settimane pesano anche sulle mie spalle.

Non c'è preparazione che annulli completamente l'istinto. E l'istinto mi dice che devo stare attento, c'è un pericolo vicino! Che io e le persone che mi stanno care siamo in pericolo, che non sono pronto, che devo saperne di più. Che la priorità è mettere tutti al sicuro, ed uscire da questa situazione. Suggerimenti molto utili se potessi farci qualcosa, ma poco costruttivi quando stare in casa ed aspettare è la migliore scelta, mentre continuo a badare alle responsabilità preesistenti. Concentrarsi sul lavoro però (quello che stavo pensando di lasciare) o concentrarsi in generale, è stato assai difficile fin'ora.

Dopo quattro settimane, forse, l'ansia sta diminuendo. Posso uscire senza sentirmi a disagio, posso non leggere tutte le notizie, posso sedermi e scrivere un post. Sprone anche il notare che se c'era riuscito Alex, dopo sei mesi di pausa, potevo farcela anch'io. Magari domani riuscirò ad interessarmi al lavoro, ed aggiungere una pedalata serale alla passeggiata, visto che qua è ancora permessa l'ora d'aria. Visto che la normalità ora si evolve più lentamente, è il momento di spingerla in qualche direzione utile.

Gemme La natura, nel frattempo, va avanti lo stesso

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Preparando la torta di verdure, apprezzo l'esistenza del Pyrex.

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Ancillary Mercy

Ann Leckie, 2015

Leggere nel mezzo de La Situazione non mi viene facile. Scrivere nemmeno, ma quello è un altro problema.

All'inizio di Aprile ho deciso di mettere da parte i libri in corso, e di prendere dallo scaffale qualcosa di più facile. La scelta è caduta su Ancillary Mercy, il terzo ed ultimo volume della trilogia di Ann Leckie, accanto a Ancillary Justice ed Ancillary Sword. Continuare una storia che già si conosce richiede meno concentrazione rispetto a cominciare un libro nuovo, ed a questo punto Leckie è comfort food: ho apprezzato i primi due volumi, ed il terzo era da tempo pronto sullo scaffale.

La storia riprende esattamente dalla conclusione del libro precedente, i componenti dell'opera sono in moto, ed i personaggi sono tutti ai loro posti: capitano ribelle, imperatore parzialmente malvagio, burocrati corrotti. Eppure, avanzo di capitolo in capitolo con soddisfazione, perché continuano ad esserci novità, sorprese, ed evoluzione. Numerosi personaggi secondari guadagnano la loro indipendenza, ed il punto di vista alieno del protagonista diventa più umano. O forse umano lo era già, ma la definizione era troppo ristretta?

Il finale evita la tipica battaglia campale, restringendo invece il campo quasi fosse il palco di un teatro. E se il racconto finisce, nulla si conclude, ed il mondo è pronto per mille altre storie. Alcune sono già state scritte dall'autrice, ma non sento il bisogno di andarle a cercare, soddisfatto con la trilogia.

Ho letto Ancillary Mercy in casa, in sala, quasi sempre sulla stessa sedia: lockdown. Gli altri due libri hanno percorso migliaia di chilometri, volato ed attraversato confini. Ma i tempi sono cambiati, ed attendo paziente di poter di nuovo leggere in viaggio.

The Fisherman

John Langan, 2016

C'è un appartamento stranamente arredato a Basilea, che ha generato racconti dell'orrore, dubbi metodi per aggiustare lavandini, e suggerimenti a proposito di libri da leggere. The Fisherman è l'ultimo di questi, annotati una sera di Settembre, un paio di anni fa. È un altro libro di non-fantascienza, senza andare troppo lontano: un horror. Il giudizio positivo di due amici libro-fidati lo aveva aggiunto alla coda. A lettura finita, approvo.

La storia, in un dettaglio superficialmente nerd, è narrata da un'impiegato della IBM che vive nella valle del fiume Hudson—come l'autore, John Langan. Rimasto vedovo, si rifugia nella pesca per riempire il vuoto. Anni dopo, gli si affianca un collega nella stessa situazione, ma più in profondità nel brutto momento. Assieme scoprono dettagli oscuri della zona in cui pescano, e finiscono per... ehm... interagire con quello che si nasconde sotto la superficie.

Il libro è scritto in modo peculiare: il narratore racconta la propria storia, ma anche la storia dell'altro, ed una terza sentita da un ulteriore personaggio, e da lui messa per iscritto. Altre storie si annidano dentro queste, a volte brevi come mezza pagina, giusto un evento narrato da un personaggio ad un altro, a volte più lunghe ed intrecciate. Qualcuno se ne lamenta persino. Una struttura frattale le accomuna: la fine di ogni storia è descritta subito, il percorso per raggiungerla viene dopo, pieno di dettagli, ma ci vuole tempo. L'intero racconto è quasi a prova di spoiler, visto che il finale è evidente dalle prime pagine. Eppure funziona.

Ho letto solo un breve racconto di Lovecraft, il resto ho assorbito via popular culture, in particolare l'esistenza di "unspeakable horrors", di cose mostruose e tremende che non possono essere descritte, perché vanno oltre ciò che la mente può contenere. The Fisherman si muove in un area simile, sia come geografia che come mitologia, ma non aggira l'orrore: include cose mostruose, nota come siano difficili da comprendere, e poi le descrive. Il narratore è sopravvissuto alla storia, e ricorda, e racconta, senza che l'orrore diminuisca. La mia poca conoscenza di Lovecraft non mi permette di confrontare veramente i due metodi, ma ho apprezzato la mancanza di ambiguità, che l'autore sembra giudicare non necessaria. Lo preferisco però di gran lunga ad Annihilation, che ho lasciato a metà proprio per il suo approccio al mistero, senza integrità né soddisfazione.

Mi servono solo un paio di settimane per finire il libro. Il maltempo nella prima, ed una mezza influenza nella seconda, aiutano sia a trovare tempo per leggere che a creare la giusta ambientazione, nel torpore di un pomeriggio troppo buio, con qualche linea di febbre. Bonus per il crescendo di sottofondo della crisi epidemica.

Coincidenza, sia questo libro che The Buried Giant, l'ultimo che ho letto, si incentrano inaspettatamente su coppie sposate, sebbene in modi opposti. Leggerli a breve distanza ha creato un contrasto notevole, che difficilmente sarebbe venuto a galla se fossero passati mesi fra uno e l'altro. La lettura di un libro non è un evento isolato, ma è parte dell'inarrestabile sequenza delle esperienze. Se prendo più note a proposito del contesto che del libro stesso, è perché il libro lo posso rileggere, la vita no.

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Oscurità, e torta di verdure.

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