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L'ultimo ultimo uomo sulla terra

Anni fa ho sognato un mosaico di storie a proposito dell'ultimo uomo sulla terra. Questa è l'ultima, messa infine in parole.

L'ultimo uomo sulla terra sedeva solo, un puntino rosso-arancio nell'interminabile distesa di ghiaccio. Prendeva fiato, con la schiena appoggiata allo zaino, e teneva una pistola in equilibrio su un ginocchio. Poco distante facevano capolino dalla neve altri zaini, e gli informi resti dei suoi compagni, già luccicanti sotto il sole alto.

L'asteroide era caduto in un oceano, probabilmente. Nessuno se ne era preoccupato. Ma di nascosto a tutti, sui fondali, qualcosa aveva iniziato a correggere l'acqua. Una goccia alla volta, era stata sostituita da un fluido viola, inodore, che a contatto con altra acqua la trasformava e cresceva, assorbendola lentamente. E quando il fondo degli oceani era ormai ricoperto, il livello del fluido era salito verso la superficie. Verso i pesci, le reti, ed i pescatori. Lentamente, costantemente, piccole gocce d'acqua diventavano viola, gommose, aliene. Il corpo umano è costituito per più del 60% di acqua.

In poco tempo i mari, i fiumi, i laghi iniziarono ad avere riflessi viola. E così le piante, la frutta, l'auto appena lavata. L'unica acqua immune era quella sotto forma di ghiaccio, e chi poteva iniziò a rifugiarsi in montagna, e poi ai poli. E poi a morire, prima perdendo forma, accasciandosi al suolo in una sacca violacea, per poi congelare velocemente a contatto con il terreno gelato.

L'ultimo uomo sulla terra mise una mano guantata in una tasca del giaccone, ed estrasse un proiettile di ghiaccio. Lo sostituì nel caricatore, ed alzò l'arma alla tempia.

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Una congettura interessante:

There’s no way to write an engagement algorithm that doesn’t select for outrage and anger.

Da "No Algorithms" e follow-up.

Cathedral

Raymond Carver, 1983

Cathedral è una sottile raccolta di storie di Raymond Carver, brevi, belle, ma infelici. Scorrono veloci, ma per ognuna è saggio un momento di pausa, tornare indietro a rileggere un paragrafo o due, e lasciarla mantecare qualche giorno.

Capita a volte che prima di aprire un libro vada ad informarmi (vedi: Wikipedia) e legga qualcosa sull'autore od il contesto. In questo caso invece, mi sono gettato nel primo racconto senza sapere nulla, se non vaghi pensieri tipo “ah, questo è forse l'autore di quell'altro libro?” Una pagina alla volta, il tema è diventato evidente: sono storie a proposito di momenti nella vita, di cambiamenti e svolte. Alcuni sono volontari, alcuni accadono senza che i protagonisti abbiano voce in capitolo; certi hanno successo, altri sono destinati a fallire, oppure evitati all'ultimo istante. Ma sono storie di alcolismo, solitudine, disattenzione, e divorzi; sono racconti che cominciano male, e finire meglio sarebbe uno spreco.

Leggendo una storia alla volta, chiudendo il libro ogni venti pagine o giù di li, ho avuto diverse occasioni per fermarmi e ripensare. Ed ogni volta il primo pensiero è stato, dopo un momento di vuoto, “Ah.” La narrazione porta in primo piano la pendenza e scivolosità di certe scelte, ed il suono della metaforica porta che si chiude dietro ai protagonisti, incastrandoli in una situazione infelice, risuona a lungo. Non c'è facile via di uscita, ed una catarsi è assai improbabile.

Non so esattamente cosa fare di quello che ho letto, delle vicende e del simbolismo, se non osservarlo, annuire, e poi chiudere il libro. Forse lo lascerò mantecare sulla libreria per numerose stagioni, ed un giorno lo rileggerò.

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Mai fidarsi delle tasche

Ieri mattina, mentre camminavo verso il lavoro sotto un cielo grigio uniforme, la giacca ben chiusa, meditavo di sedermi in libreria e scrivere di come l'estate arrivi di soppiatto, da queste parti. Poi nel pomeriggio il meteo si è ribaltato e l'estate è arrivata di soppiatto. Scattate le cinque sono rientrato di corsa, ho indossato i pattini, e sono uscito a sudare.

C'è una comoda pista ciclabile giusto dietro casa, larga a sufficienza da poter schivare passanti e ciclisti, che seguita per i suoi vari chilometri arriva fino al litorale. La circondano alberi, ruscelli, e campi da golf sufficienti a farti dimenticare di essere pur sempre in città. È il tracciato giusto per convertire i pensieri della giornata in quantità di moto.

Sono quasi al mare quando metto una mano in tasca, e scopro che ho perso la patente. In un momento di maturità, o stupidità, avevo deciso di avere con me almeno un documento, nel caso fallissi qualche incrocio, o ponte, o gradino. Non lo porto mai. Mi fermo a controllare tutte le tasche, poi ritraccio il percorso verso casa, mesto, seguendo con lo sguardo i lati della strada. Man mano che mi avvicino alla magione mi sorge anche il dubbio di averla dimenticata sul tavolino accanto alla porta, e di aver cambiato meta per nulla. Ma no, non è a casa, così come non è per terra lungo i chilometri di asfalto che ho scansionato. Che fare?

Riparto verso il mare, non sia mai che mi sia sfuggita in un battito di palpebre. La sera si avvicina, gli sciami di insetti si fanno più densi, ma nessuna traccia della tessera che cerco. In compenso, scopro che la gente butta per terra mille oggetti rettangolari, con dimensioni e colore simili ad una patente: biglietti del cinema, incarti, pezzi di plastica, tessuto, gomma. Innumerevoli falsi positivi, che mi fanno alzare cespugli e diradare erba, ma portano solo delusione. Zero patenti.

Raggiungo infine il luogo della sventurata scoperta, oltre cui non c'è più motivo di cercare. Ma un senso di incompletezza ed insoddisfazione mi spinge avanti, e percorro l'ultimo tratto finché il verde si apre e vedo il blu del Firth. E poi continuo per alcuni chilometri lungo la costa, apprezzando il calore del lento tramonto di queste latitudini, finché non finisce l'asfalto. Mi siedo sul muraglione, pattini a penzoloni, ed ascolto gli uccelli.

Il ritorno scorre più veloce, perché posso ignorare i falsi positivi che ormai conosco. Ma neache quest'ultima scansione ha successo, e rientro sconfitto, dopo una breve pausa alla stazione di polizia. Ma con 30 e più chilometri nelle gambe, e tre ore di aria aperta (e calda!) sono stanco, ma contento. La patente riapparirà, o la sostituirò; l'estate, in Scozia, è più preziosa.

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Il lavoro guadagna punti, quando mi passano da un Mac ad un computer decente.

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Stir-fry, con tutto.

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Kafka on the Shore

Haruki Murakami, 2002

Con l'avanzare della primavera, mi sono ritrovato a leggere più libri in parallelo. Così siamo arrivati a Giugno, e solo ora finisco il quarto libro dell'anno..

Kafka on the Shore mi è stato suggerito da Fabio quasi un anno fa, quando la pila dei libri era bassa, ed avevo chiesto suggerimenti in giro. Murakami è uno dei nomi che si sentono spesso, ed i suoi libri spesso disposti piatti su un tavolo, in libreria. Ma anni fa avevo letto “Hardboiled Wonderland and the End of the World” ed ero rimasto incerto: il misto di fantascienza e fantasy sembrava mancare la rigorosità a cui sono abituato. Prendere in mano un secondo romanzo sembrava una buona idea per rivalutare l'autore.

In realtà sono passati mesi prima che ne portassi a casa una copia. La pila si era rapidamente alzata all'inizio dell'estate, e quando ero andato a cercarne una copia, la libreria era senza. Un'altra volta ce n'erano due, entrambe danneggiate. Soltanto ad Aprile ho avuto successo.

Kafka on the Shore è un libro pieno di gente in viaggio, fisico e metaforico, ma il volume non ha mai lasciato casa. L'ho letto alla sera, più di traverso sul divano che sulla sedia a dondolo. Sono dettagli importanti, che rappresentano gli ultimi mesi: la sedia spesso occupata, entrambi un po' stanchi, e la lettura a riempire tempo che avanza, in modo passivo, invece di un momento pianificato.

Il romanzo mi ha lasciato... un po' incerto. Come Hardboiled Wonderland, avanza con due storie parallele ma collegate. In modo simile mischia reale, mondano e fantastico. Le storie di Kafka, e dell'anziano che parla con i gatti—e si, gatti rispondono—prendono pieghe strane ed originali, ma ogni tanto c'è un eccesso onirico che mi lascia dubbioso. Ci sono dubbi, domande, ed ovviamente poche risposte. Il che mi lascia nella stessa incerta posizione su Murakami: il viaggio è un piacere, ma non sento il vuoto della non-destinazione.

Lascio la porta aperta ad un terzo libro, però, per triangolare lo stile. I mondi di Murakami sono sfuggenti, ma la prosa scorre alla velocità giusta, e le immagini sempre strane ed interessanti.