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Se avessi un cane lo chiamerei "Adriana" o "Kaneda", e non lo avrei mai al guinzaglio.

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Il 49% di Edimburgo è spazi verdi.

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Torre, affittasi.

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The Fifth Season

Nora K. Jemisin, 2015

L'ufficio dove lavoro adesso è a neanche 5 minuti da una delle più grandi librerie della città. Averla così vicina, con la sua attrazione gravitazionale, è assai pericoloso. È li che pesco The Fifth Season di Nora Jemisin, uno dei libri di fantascienza interessanti degli ultimi anni, e da tempo sulla mia lista. È il primo di una trilogia intitolata “Broken Earth”.

La storia è ambientata in un futuro remoto, in cui i continenti si sono riuniti in una nuova Pangea, ma una altamente instabile. Continui terremoti, vulcani, e tsunami cospirano a rendere la sopravvivenza dell'umanità assai difficile. La civiltà ha dimenticato le tecnologie più complesse, mentre alcune restano come raro lusso, come ad esempio elettricità ed asfalto. La storia è andata persa; rimane soltanto la più recente, accanto a forti tradizioni orali, incentrate su come sopravvivere le frequenti catastrofi.

La Terra non è più madre caritatevole, ma padre violento e vendicativo. Ma nel sottofondo c'è il sospetto che dietro a tutto ci sia una causa umana. Un parallelo con il riscaldamento globale, e la possibilità che la nostra distratta civiltà industriale finisca per sbilanciare la biosfera.

Meno sottile e la discussione su discriminazione e tolleranza, perno attorno al quale orbita l'intera storia, e probabilmente l'intera trilogia. La società del futuro ha nuove preoccupazioni, e non presta particolare attenzione ai personaggi LGBT, che possono esistere senza essere trattati diversamente per il loro orientamento. C'è una nuova minoranza invece, a cui è facile (ed istituzionalmente vantaggioso) affibbiare colpe.

La fantascienza, almeno quella buona, ha sempre un sottotesto socio-culturale. E “The Fifth Season” è un libro ben posizionato nel suo momento. La storia è media, ma per ciò che discute, e come, sale un gradino più in alto. Leggerò il resto della trilogia, senza urgenza, ma sorrido soddisfatto perché esiste, perché mi da speranza per i libri del futuro, e per il futuro in sé.

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Una settimana appena sotto zero.

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Io ed il telefono

Serpente e SIM card Al tempo, avevo anche messo assieme una foto in tema. Si, è fatto di blu-tack.

Circa dieci anni fa ho fatto un esperimento ed ho comprato un telefono cellulare. L'ho usato per un paio di mesi prima che finisse in un cassetto, ed infine lo rivendessi, infastidito dalla sua esistenza. Al tempo scrissi la bozza di un post, piena di opinioni importanti che tutti dovevano sapere. L'ho riletta più volte, ma l'ho sempre guardata di sbieco e lasciata in un angolo del disco.

Ho scritto un'altra bozza tre anni fa, di ritorno dal viaggio in Islanda. Allora la connessione continua aveva creato momenti di tensione, culminati con la lavatrice di Reykjavik. I vari pareri erano stati esposti, discussi, e digerititi. La bozza cercava di metterli assieme in una spiegazione sensata, ma non sono mai riuscito a completarla. Il senso era evaporato.

Qualche giorno fa il Venza ha condiviso un articolo su “l'ultimo uomo senza telefono”, un coetaneo e compatriota che fugge la costante reperibilità. Mi sono tornati in mente i vecchi scritti, che sono andato a rileggere. Ed ho cominciato una terza bozza, questa.

Come nell'articolo, l'apparire dei telefonini durante l'adolescenza li aveva inizialmente posizionati come uno strumento di reperibilità e controllo che i genitori avrebbero potuto usare per limitare la mia libertà. Quella sensazione non era durata molto in realtà, perché i miei non si preoccupavano troppo di dove fossi—eccetto quando rientravo in ritardo... di ore ed ore.

Contemporaneamente—siamo alla fine del secolo—in molte case era arrivata la connessione ad internet. Una delle prime magie era ICQ, e quella prima generazione di IM che non supportava i messaggi offline: potevi scrivere solo a chi era connesso in quel momento, persone che erano online proprio per scaricare la posta e chattare su ICQ, con me! Ed avevo anche scoperto che comunicare via email—dare struttura ai troppi pensieri strani che avevo, metterli in parole, e passarli in meno di un giorno ad altri—era uno dei miei passatempi preferiti. Eppure molti lo trovavano difficile: richiedeva tempo ed attenzione, ed era più facile il “ti mando un messaggino”. Più economico, in termini di sforzo, eppure così povero nei suoi cento-e-un-po' caratteri.

Ma così era iniziata la frattura. La reperibilità non sarebbe stata più un problema, ma internet e telefoni avrebbero portato avanti la frammentazione dell'attenzione. Oggi il cellulare costantemente connesso rappresenta per me lo strumento di interruzione finale: qualsiasi cosa, chiunque, in qualsiasi momento. E questo va contro uno dei miei valori fondamentali: essere presente qui, ora, con le persone che mi sono attorno.

Non avere un telefono è il modo in cui evito che l'altrove, che ritengo meno importante, disturbi quello che sto facendo. Non è una scuola di filosofia perfetta e ben definita, sia chiaro, ma è parte di una serie di accorgimenti che portano calma nella mia vita, come disabilitare la maggior parte delle notifiche, configurare il lettore RSS in modo che si aggiorni solo una volta alla settimana, o evitare di leggere le notizie del giorno.

Il “qui ed ora” magari suona strano, per un emigrato i cui amici e parenti, per la maggior parte, vivono in altri paesi e fusi orari. Ma queste persone meritano momenti dedicati: non parlo con loro solo quando non ho altro da fare, quando sono annoiato, o negli intermezzi. Metto invece da parte tempo per contattarli quando posso dare loro l'interezza della mia attenzione. E magari un poco scontrosamente, mi aspetto qualcosa di simile dagli altri. A volte le stelle non sono allineate, a volte si; ma se non c'è il bagliore di un telefono di mezzo, brillano di più.

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Già i giorni si allungano?

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