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Impro: Improvisation and the Theatre

Keith Johnstone, 1979

Sullo scaffale in sala ci sono alcuni libri, passati da amici e conoscenti. Di alcuni non mi sono mai curato, ma questo mi era saltato all'occhio qualche mese fa. Le stagioni hanno poi modificato gli strati di libri con movimenti geologici, fino a Dicembre, quando “Impro” di Keith Johnstone è tornato alla superficie. Sottile, apparentemente innocuo, l'ho preso in mano una sera tornato dal nuovo-nuovo lavoro.

Il teatro è un mondo di cui conosco poco o niente. Ogni estate i manifesti del Fringe appesi per la città mi bombardano di spettacoli, ma se ne guardo alcuni con curiosità, tendo a saltare la grande fetta che pubblicizza teatro di improvvisazione. Il sospetto che mi porta ad ignorarli è che senza una storia, una trama bilanciata ed affilata con attenzione, gli spettacoli impro siano poco interessanti. Sospetto di certo infondato, visto l'evidente successo, e che quindi si trasforma in curiosità: come funzionano questi spettacoli?

Il libro raccoglie aneddoti, spiegazioni ed esercizi che l'autore ha incontrato nella sua carriera di insegnante di teatro. Sebbene non sia mirato ad introdurre un lettore poco informato al soggetto, aiuta comunque a capire alcuni dei meccanismi dietro all'improvvisazione: come il rapporto fra i personaggi rende una storia interessante o divertente; come atteggiamenti, tono di voce, posizioni relative e innumerevoli dettagli creano una scena senza preparazione; come la spontaneità sia difficile da ottenere se gli attori non imparano a creare le giuste condizioni.

Al confronto di altri saggi letti quest'anno, “Impro” era abbastanza leggero, e l'ho divorato in poche serate. Mi sono arenato solo un poco sull'ultima parte, a proposito del teatro in maschera. L'autore lo descrive come basato su trance, personalità multiple, momenti traumatici. Lo collega ai riti di possessione, al voodoo, e tutto diventa un po' strano. Non c'è una spiegazione, è messo li come fatto—e non sapendone molto ho letto quelle pagine con crescente dubbio.

Andrò a vedere uno spettacolo 'impro' l'estate prossima? Forse, forse no, ma è leggermente più probabile.

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I libri del 2018

Una pila di libri Gli ultimi libri dell'anno, un per l'anno prossimo.

Restano ancora pochi giorni in questo Dicembre, e circa venti pagine nel dodicesimo libro dell'anno. Che lo finisca in tempo, oppure no, non è una mia particolare preoccupazione: gioisco in ogni caso perché ho letto il doppio dei libri rispetto all'anno scorso.

L'incremento non è stato lineare. Il piano originale era di completare un libro al mese, ma già in primavera ero in ritardo. Leggo a raffiche, soprattutto quando mi siedo su un treno o un aereo, ma non viaggio ogni mese. Con l'estate, dopo le dimissioni, ho trovato più interesse per leggere anche a casa, fino a farne un abitudine serale. A quel punto il ritmo è salito, e raggiungere l'obbiettivo è diventato più facile.

Ho dovuto eliminare due regole però: l'alternare precisamente romanzi e saggistica, ed il non cominciare più di un libro alla volta. Erano regole arbitrarie, inventate per cercare di variare i libri che leggo, e per non lasciare libri difficili a metà, solo perché altri scorrono più veloce. Ma ho deciso che prima di preoccuparmi della varietà, devo assicurarmi di leggere un quantità minima. E se un libro mi sta stancando, cercare di finirlo a tutti i costi mi fa passare la voglia di leggere in generale.

Come per l'anno scorso, scrivere un post per ogni libro e vedere l'elenco allungarsi è stata una soddisfazione. Guardando l'archivio, ho scritto più a proposito di libri che di altro!

Guardando al 2019, credo che leggere un libro al mese in media non sarà un problema. Cercherò invece di variare il genere, se possibile. Forse dovrei contare un romanzo di fantascienza come “mezzo libro”, mentre altri generi ricevono un punteggio pieno?

E se avete un libro in mente per me, lasciatemelo in un commento.

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Charles de Gaulle all'alba mi ricorda, in qualche modo, Portal. Soprattutto le finestre sfumate metà della parete.

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Brina, la mattina.

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Parole in Disordine

Alena Graedon, 2014

A meno di non fare una selezione accurata, leggendo solo libri che persone di fiducia hanno approvato, ogni tanto capita un libro che non apprezzo. Di solito è un regalo, ed è persino di un genere che altrimenti sarei felice di leggere. È successo qualche anno fa con il pessimo “Armada” (dello stesso autore di “Ready Player One”) ed è successo quest'anno, con “Parole in Disordine”.

Premetto che la traduzione in italiano potrebbe aver peggiorato la situazione: “Word Exchange” è un racconto di fantascienza incentrato su dizionari, linguaggio, e lessicografia: trasporlo con successo in un'altra lingua può essere difficile.

Ma a mio parere, è una storia poco interessante. Cerca di essere un techo-thriller, ma la minaccia è poco originale, e la morale ritrita. La trama è telegrafata ed allo stesso tempo confusionaria: il libro è scritto come due diari alternati, ma l'ordine cronologico è... disordinato. Il risultato è che si viene a conoscenza di eventi e collegamenti troppo presto, anche quando l'autrice cerca di nasconderli. Ho letto con svogliatezza interi capitoli, che confermavano ciò che era evidente in quelli precedenti, senza nulla di nuovo.

In più, è scritto male. Mi spiace non poter essere più preciso, ma non saprei come descrivere il fatto che ogni tre paragrafi dovevo fermarmi e rileggere un pezzo che non quadrava: descrizioni di dettagli subito dimenticati, azioni senza senso—nemmeno quando spiegate, alcuni eventi erano persino impossibili. C'è una scena in cui due personaggi siedono ai lati opposti di un ampio cerchio di persone, più di trenta, ed uno appoggia la mano sul ginocchio dell'altro. Eh!?

Il risultato è che non sono mai riuscito ad immergermi nella lettura. Se anche le parole iniziavano a scorrere, mi imbattevo in breve tempo in uno di questi problemi, arenandomi. E senza 'sospensione', la lettura può essere una sofferenza.

Un paio di volte ho pensato di arrendermi, ma sono andato avanti, quasi incredulo, fino al gran meh finale. Sembrerebbe tempo perso, ma c'è un lato positivo: guardando la libreria in sala ora apprezzo ancora di più gli altri libri che ho letto, e sorrido.

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Il nuovo lavoro è saggio, ma l'induzione è leggermente disorganizzata. E mi hanno dato un Mac, ci vorranno settimane prima che smetta di premere tutti i tasti sbagliati.

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Dopo quattro mesi e due settimane di pausa sabbatica, domani ricomincio a lavorare. Da un lato sono felice di avere una nuova sfida, ed un nuovo gruppo. Dall'altro, avere tutto il tempo rende la vita assai piacevole.

Clear and Simple as the Truth

Francis-Noël Thomas, Mark Turner , 2011

Se anche il mio piano quest'anno era di leggere più libri di non-fiction, non avevo una precisa idea di quale genere. Ripensandoci, avrò avuto in mente quella saggistica divulgativa che ti racconta cose interessanti, ma senza andare troppo in profondità.

Con Clear and Simple as the Truth la vaga idea è deragliata, e mi sono ritrovato in mano un intenso volumetto su un argomento ben definito e profondo. Assai interessante, ma inaspettatamente avanzato.

Il titolo era uno degli approfondimenti suggeriti in The Sense of Style, che avevo ho letto all'inizio dell'anno. Visto che il suggerimento era stato in seguito ribadito da Alex, di cui tendo a fidarmi in materia di parola scritta, ho deciso di comprarlo e metterlo in coda.

Il sottotitolo "Writing classic prose" meglio descrive il contenuto: un manuale di scrittura per uno specifico stile di comunicazione. Dietro ad esso c'è un corso universitario, ed un intero mondo nel quale non intendo addentrarmi. Fin dall'inizio, dove si addentra nel concetto di “stile”, mi sono ritrovato al tempo stesso ad annuire ed a grattarmi la testa, rileggendo paragrafi più volte.

Non provo neanche a dilungarmi sull'argomento qua, ma vi rimando a questo riassunto (occhio che il video parte automaticamente). Il libro insegna a riconoscere ed utilizzare lo stile classico, come se fosse un cappotto che si indossa e si toglie quando necessario. Uno stile che non è fatto di un insieme di parole o strutture, ma da una precisa prospettiva ed un modo di porsi rispetto all'argomento ed al lettore.

Come avevo già pensato con “The Sense of Style”, vorrei aver letto questi libri una decina di anni fa, quando faticavo comporre articoli e report all'università. Quando cercavo di riprodurre il suono di altri articoli, ma i risultati suonavano vuoti ed insinceri.

Considero la lettura finita a questo punto, ma in realtà non sono arrivato in fondo al libro. L'ultimo quarto è una serie di esercizi di scrittura. Sono assai tentato di lavorarci sopra, ma è qualcosa per l'anno prossimo.